Una fotografa originaria di Rosario ha raggiunto il Kurdistan per illustrare quale sia la lotta per la libertà portata avanti dalle donne

Virginia Benedetto ha impiegato tre anni per organizzare il suo viaggio in una delle zone più calde del mondo. Ha conosciuto a fondo coloro le quali lottano per l’autodeterminazione della propria cultura e quell’esperienza la cambiò per sempre. “Si scontrano con l’Isis, resistono agli attacchi dello stato kurdo e stanno progettando una vita libera, comunitaria, multiculturale. Loro non vogliono imporre nulla, solo esigono di avere una vita libera, senza egoismi e oppressioni”, descrive. Virginia Benedetto è una fotoreporter e lavora per il giornale La Capital. È cresciuta con illusioni e ha forgiato convinzioni. Da sempre ha considerato la fotografia uno strumento, non solo per mostrare o riflettere, ma anche per liberare e umanizzare. Il suo obiettivo è essere testimone di una rivoluzione. “Quando alludo a rivoluzione non mi riferisco all’aspetto bellico, può esserne una parte oppure no, bensì a quei cambiamenti culturali profondi per i quali si lotta, a quelle trasformazioni necessarie per una vita sociale migliore come quella che facciamo noi donne, oggi, qui”, assicura, per gettare le fondamenta del sogno compiuto. Sì, perché Virginia è stata in Kurdistan. Un viaggio che ha costruito durante tre anni attraverso gli Incontri di Donne, un desiderio che si comprende subito quando si conosce la sua testimonianza.

Poiché quella regione è la più calda del mondo e non è facile entrarvici. Per questo ci sono aspetti del pericolo che sono stati confidenziali, esclusivamente per lei. “Sono stata in Kurdistan per conoscere le donne che lottano per l’autodeterminazione della propria cultura. Si tratta di una regione autonoma situata tra Siria, Turchia, Iraq e Iran. Per questo i curdi si ribellano, per conservare la propria cultura, le proprie abitudini, la propria lingua, la propria autonomia in quella regione. Lo Stato Turco da allora ha mantenuto una politica di oppressione nei confronti del popolo curdo che lotta per conservare la propria idiosincrasia e dove le donne sono le protagoniste”, afferma.

-È difficile comprendere un sogno che deve realizzarsi nella zona di maggior rischio…

-Lo so. Però è da tempo che lo avevo, tanto personale che professionale. Cominciò a prendere forma durante l’Incontro di Donne, dove incontrai per coincidenza delle ragazze che venivano da là. Dopo averle viste e averci parlato –sempre pensando in funzione di un progetto sociale- appresi che quello era molto più che una lotta armata. Che era una rivoluzione in pieno XXI secolo, in cui la donna era la protagonista. Ebbe molta influenza durante questa mia fase di apprendimento, una dottoressa argentina che si chiamava Alina, che purtroppo è morta in un incidente nel contesto dei bombardamenti turchi e quando il suo gruppo di scontro formato dall’Isis invadeva una regione curda. Alina oltre a esercitare come dottoressa organizzò anche un sistema sanitario in Kurdistan. È veramente degno di nota ciò che ha fatto.

-Che cosa è stato ciò che ti ha motivato a fare un viaggio così rischioso?

-Il fatto di capire che lottavano per il loro diritto all’autodeterminazione come popolo e anche che le donne capeggiavano quel movimento di resistenza curdo verso la preservazione della propria cultura e forma di vita.

-Non siete stata, dunque, attratta da un conflitto bellico, bensì dalla voglia di conoscere la resistenza
culturale di un popolo?

-Esatto. Dal punto di vista professionale ho sentito la necessità di star lì per sviluppare il mio compito di fotoreporter e così poter catturare una realtà la quale abitualmente è ridotta a un conflitto bellico. È stato il desiderio di conoscere un processo rivoluzionario che è tuttora in corso in uno dei luoghi più conflittuali della terra e dove le protagoniste sono le donne, la quale non rappresenta una questione minore, perché si tratta di una regione nella quale il patriarcato ha un radicamento storico e profondo. E anche la ricerca di risposte: come hanno fatto le donne ad organizzarsi in questo modo in un luogo con quelle caratteristiche tanto avverse. Perché non solo si tratta di un processo di liberazione di genere ma anche di una lotta per la liberazione di un popolo. Andando più in là delle posizioni ideologiche si tratta di un movimento dove le donne sono le protagoniste della lotta che lega il diritto a una vita comunitaria, al libero esercizio dei costumi dettati dalla propria cultura, che include anche la cura e la convivenza con la natura.

-Non avete considerato il rischio di non tornare?

– Volevo conoscere tutto ciò, però è anche vero che presi coscienza del rischio poiché la possibilità non è arrivata da un giorno all’altro. I preparativi durarono tre anni e questo mi ha aiutato a comprendere di cosa si trattava. È stato necessario costruire legami di fiducia con le donne del movimento. Inoltre il viaggio è stato rimandato in due occasioni perché proprio quando stavo per partire bombardarono la zona dalla quale volevo entrare. Anche questo è stato complicato perché dovetti resistere al desiderio più tempo.

-La tua famiglia non ha cercato di persuaderti a non andare?

-Sì, ovvio. Quando gli parlavo del Kurdistan dovevo spiegargli dove fosse. E quando gli raccontavo che si trattava di una zona di conflitto era molto difficile spiegarli la mia forte voglia di andare. È che si pensa che si tratta di qualcosa di lontano, quasi inesistente, però in realtà è più vicina di quello che crediamo. Perché là ci sono madri e famiglie che marciano chiedendo per i propri figli, per la propria dignità, per i propri diritti. Sono così vicine al punto che, quando mi trovavo tra le montagne dove resistono i curdi armati, ho tirato fuori il fazzoletto verde e una delle ragazze integrante di quei gruppi di resistenza mi disse in uno spagnolo rustico: “Non una di meno”.

-Notevole.

-Loro conoscono molto bene ciò che succede in altre parti del mondo con i diversi movimenti di donne. Sono molto informate a proposito.

-Tutta la regione è ostile verso i curdi?

– Tutte però la Turchia è la più aggressiva, tanto da bombardare anche i curdi che si trovano nel Kurdistan iracheno. Oppure usano l’Isis per invadere, per la loro crudeltà nel distruggere. Il processo di costruzione della vita autonoma e libera del Popolo curdo mette sotto scasso gli interessi dello Stato Turco, oltre gli interessi geopolitici esistenti.

-Hai vissuto momenti di tensione?

-Permanentemente, perché quando ti trovi nella zona delle montagne, dove ci sono i gruppi di resistenza, è molto abituale vedere i droni che bombardano. Si tratta di un aggressione costante di un paese che dispone di tecnologia bellica più sofisticata per la distruzione. È una guerra di macchine contro uomini e donne. E quegli attacchi non sono solo ai gruppi di resistenza curdi ma anche alle popolazioni radicate nella regione, che sono differenti culture che convivono. Per questo i curdi promuovono un sistema che si chiama Confederalismo Democratico, che propone, tra le altre cose, una convivenza delle diverse culture e religioni poiché concepiscono il luogo come uno spazio multiculturale.

-La paura ha mai vinto sul desiderio di conoscere?

-È strano, perché vedendo così reale la possibilità di morire, la morte si trasforma in una compagna di viaggio, è inevitabile non farci domande a riguardo. Nonostante sappiamo che tutti moriremo, un giorno, lì è più presente e latente. Eppure, con il trascorrere delle ore, l’ammirazione per questo popolo dissipa qualsiasi sensazione e ti spinge ad acquisire il maggior sapere possibile della loro cultura. Inoltre, le donne spesso ti includono nella propria vita in modo molto affettuoso, perché si dimostrano molto grate per l’interesse del condividere con loro l’orgoglio di appartenenza. In ogni momento le donne mi dicevano che non lasciassi entrare la paura nella mia testa, incluso quando avevamo i droni sopra le nostre teste. Insistevano che la miglior forma di contrastare questo timore fosse vivere, prendendo le dovute precauzioni, pero vivere fedeli ai costumi. È la verità a vincere la paura. È che, succede quel che succeda, loro non se ne andranno di là. Perché quello è il loro territorio e così lo sentono. So che può essere difficile capirlo da qui.

-Sei stata lì per conoscere i risultati della lotta delle donne in una realtà molto complessa. Si tratta di un matriarcato?

-No, non lo è e non si tratta di questo. Volevo conoscere in che modo le donne hanno raggiunto trasformazioni analoghe però in culture patriarcali antichissime. Perché oggi, oltre ad integrare e rendersi protagoniste della lotta armata, allo stesso modo formano parte, in parte uguali rispetto agli uomini, delle commissioni di salute, educazione, e di tutte le altre. Sono riuscite a ottenere una trasformazione impressionante. È una storia di consegna totale a partire dai propri principi. Le maestre, ad esempio, che educano i bambini nel mezzo dei bombardamenti, pensano ogni giorno all’adattamento curriculare in funzione delle necessità della regione e con l’obiettivo di contribuire con una formazione del pensiero libero. Tutto ciò si osserva con maggior chiarezza nel campo dei rifugiati di Makhmur, nel Kurdistan meridionale, terreno iracheno. Che i turchi, sfortunatamente, bombardarono nel dicembre scorso.

-Quante persone ci sono a Makhmur?

-Circa 20 mila. Il tutto fu costruito dai curdi ed è il primo luogo ad aver avuto esperienza dell’organizzazione secondo il Confederalismo Demicratico. Makhmur è stato creato alla fine degli anni 90 quando, a causa dei successivi attacchi turchi, Saddam Husein, in un apparente atto caritatevole, aprì un cammino affinché i curdi potessero uscire da quella situazione, verso un luogo teoricamente più adeguato. In realtà li mandò a Makhmur, nel deserto iracheno, motivo per il quale in quest’esodo migliaia di persone morirono pizzicati dagli scorpioni. Ti raccontano quell’esperienza terribile che fu lottare prima contro milioni di scorpioni, e poi riuscire a costruire un accampamento nelle peggiori intemperie. Un uomo mi ha raccontato che, quando
arrivarono , la situazione era talmente tragica che un bambino non smetteva di piangere per la fame e la sua mamma cercava di farlo dormire perché non aveva nulla da dargli, e, nella desolazione, pose pietre in una ciotola con acqua e la mostrò al bambino, per fargli credere che stava cucinando e, così, calmarlo. Questo dimostra come più di aiuto, quella di Saddam fu una condanna ancor più perversa. È innegabile la forza morale e di principi sulla quale oggi si sostiene il popolo curdo.

-Quali altri luoghi hai visitato?

Shengal, un luogo dove il popolo yazidi era stato sottomesso in maniera crudele dall’ISIS e che è stato liberato dalle forze di autodifesa curde in uno scontro sanguinolento nel 2014. A seguito del 73º genocidio del 3 agosto 2014, nel quale migliaia furono massacrati e migliaia di bambine e donne schiavizzate, la comunità formò le proprie forze militari, consigli, organizzazioni educative, accademie e partiti politici per proteggersi dall’essere sottomessa in qualsiasi nuovo massacro. Là e in Rojava, che è il Kurdistan siriano, ho conosciuto anche la vita nella comunità, dove tutto viene definito attraverso assemblea, con le donne con possibilità di veto sul misto. Quest’importanza delle donne è uno dei principi del Confederalismo Democratico ed è stabilito a partire
della comprensione che la donna è stata la più oppressa. E partono dal concetto che, per avere una vita libera, la donna debba trasformare tutto ciò. In funzione di ciò, bisogna capire che non hanno altra opzione, perché se non lo fanno il loro destino è la morte o la schiavitù. Loro ti dicono: “Noi lottiamo per vivere”.

-È duro da ascoltare, senz’altro fu tremendo vederlo..

-Molto difficile e angosciante, a momenti. Perché ho conosciuto molte donne che hanno avuto un’enorme sofferenza patriarcale. Una di loro mi ha raccontato che, quand’era piccola, era oppressa dal proprio marito, dopo arrivò l’ISIS a uccidere i suoi quattro figli. Non poteva studiare, non poteva uscire di casa, tutto un supplizio fino a che questo movimento è riuscito a prevalere e liberarsi. In un momento lei, dopo avermi raccontato tutto quel che aveva vissuto, mi disse con soddisfazione: “Dal momento in cui conobbi il movimento delle donne, non esiste uomo che possa dirmi come devo vivere. Perché, se ho delle gambe, non posso camminare?”. E la verità è che, dopo aver visto e ascoltato, come si fa a non ammirare questa donna, nel mezzo del deserto, alla quale hanno fatto quel che le hanno fatto, violarla, schiavizzarla, uccidere i suoi figli! E, nonostante tutto ciò, questa donna onora la vita, ad esempio facendo vestiti per il resto delle donne, e non per guadagnare, ma per appoggiare questo movimento che le ha insegnato il valore della libertà e della vita. E un esempio enorme di dignità.

-Cosa è cambiato in te, a partire da questo viaggio?

-La gerarchia delle cose. Ormai non capisco quando si dice che non si può. O che qualcosa è impossibile da capovolgere. Ho anche dato valore all’essere viva, quali sono le cose fondamentali e quali no. E alla natura, perché oggi, quando apro il rubinetto, concepisco l’enorme importanza di questo fatto, che sembra semplice ma non lo è e tante cose che sono quotidiane e alle quali non diamo il valore che hanno. Sento che quest’esperienza ha prodotto in me cambiamenti molto profondi.

-Questa domanda potrebbe risultare antipatica, ma probabilmente è quella che ti farebbero alcuni lettori al leggere questa notizia: se hai tanta ammirazione per quella cultura, perché non sei rimasta lì?

-Perché penso che il mio modo di supportare sia a partire dalla fotografia, facendo conoscere questa lotta, e credo che posso apportare di più come professionale che in altri modi. Sono convinta che la fotografia sia uno strumento liberatore, di denuncia, che umanizza. Inoltre credo che raccontare ciò che ho vissuto possa servire per la trasformazione che le donne stiamo sviluppando qui. Quando definisco quello che fanno lì come rivoluzionario, non mi riferisco al militare ma a questa lotta più profonda che ha a che vedere con la forza dell’autodeterminazione della loro cultura. Loro non vogliono imporre nulla, solo pretendono una vita libera, una vita nella quale si possa stare in comunità, in armonia con la natura e senza egoismo né oppressione.

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *