Dobbiamo resistere alla guerra femminicida: la guerra di Stato turca di occupazione del sud Kurdistan

Dossier del TJK-E sulla guerra di occupazione turca in Kurdistan meridionale.

Indice

1. Introduzione – La nuova fase dell’aggressione dello Stato Turco in Kurdistan.

2. Background degli attacchi

3. L’invasione e il movimento delle donne

4. Supporto e azione internazionale


1. La nuova fase dell’aggressione dello Stato Turco in Kurdistan

Il 14 aprile 2022 nuove incursioni aeree e bombardamenti hanno annunciato la nuova fase dell’aggressione turca contro il Kurdistan. Tali attacchi concentrati sulle regioni a sud del Kurdistan: Zap, Metina, Avasin, sono stati seguiti dall’avanzata di migliaia di soldati trasformandosi, quindi, in una carica su vasta scala che sta proseguendo sino ad oggi. L’obiettivo immediato dell’invasione militare è quindi lontano dall’essere le Forze di Difesa del Popolo, quanto la guerriglia curda. Ad ogni modo, questa escalation deve essere vista come la fase più recente nell’attacco supportato dallo stato turco verso la popolazione curda, verso la democrazia nella regione curda e verso le conquiste del Movimento di Liberazione Curda e del Movimento delle Donne Curde. Esploreremo questi avvenimenti dalla prospettiva del Movimento delle Donne Curde in Europa (TJK-E). Discuteremo: il contesto di questi attacchi la relazione tra la questione femminista e globalmente delle donne la necessità dell’azione internazionale per difendersi dall’aggressione imperialista.

2. Background

Il contesto politico dietro questi attacchi è l’obiettivo del partito di governo turco AKP-MHP di far rivivere le ambizioni dell’impero ottomano ed estendere il proprio controllo nella regione. Per fare ciò, la coalizione AKP-MHP cerca di dividere e distruggere il popolo curdo e di rafforzare le politiche di genocidio contro di essa. E’ importante capire gli effetti di queste politiche attraverso la regione e non solo in maniera isolata. Ciò contempla: le permanenti occupazioni oltre confine di Afrin e Serekaniye, entrambe ricche di ben documentate violazioni dei diritti umani e dei crimini contro l’umanitàl’incessante aggressione militare in Siria e nella parte ovest del Kurdistan (Rojava)la distruzione delle riserve idriche ed energetiche della società civile gli attacchi intensificati sulla regione degli Yazidi di Shengal (Sinjar) gli attacchi dei droni oltre confine sulle aree civili, incluso il campo per rifugiati Makhmour. Questi attacchi fanno parte di un’ampia strategia contro la società civile curda e contro il movimento per la democrazia, l’ecologia e la liberazione delle donne. Il governo del Partito Democratico del Kurdistan (KDP) nel governo regionale del Kurdistan sta collaborando con lo stato turco nell’attuale invasione del sude del Kurdistan, incluse le incursioni nello Shengal. Tale tradimento fa anche parte di un tentativo di dividere il popolo curdo e metter l’uno contro l’altro. Nelle ultime due settimane si è assistito a molteplici azioni illegali da parte dell’esercito turco, incluso il bombardamento di quartieri abitati da civili a Kobane nonché all’uso di armi chimiche nell’invasione del Kurdistan. E’ importante sottolineare che la tempistica di questi attacchi rispetto alla guerra in coso in Ucraina, non è una coincidenza. Lo Stato Turco conta sul fatto che lo sguardo del mondo è rivolto all’Ucraina per la propria avanzata imperialista. In quanto membro della NATO, la Turchia sta sfruttando al meglio lo scontro della NATO con la Russia.

3. L’invasione e il movimento delle donne

Il movimento curdo delle donne è divenuto fonte d’ispirazione per la lotta globale delle donne. Le conquiste del movimento delle donne si sono imposte all’attenzione globale nella regione del  Kurdistan ovest (Rojava), dove il movimento  è stato capace di mettere in pratica i propri valori e costruire una partecipazione politica delle donne, l’autodifesa e varie forme di emancipazione.  Il movimento di liberazione delle donne in Rojava ha dato l’avvio ad una radicale trasformazione sociale storicamente caratterizzata dal matrimonio forzato, dalla violenza sulle donne e dalla loro esclusione in ambito economico, politico e sociale. L’aver collocato la trasformazione femminista della società curda al centro del movimento, diventando un esempio unico a livello mondiale, ha sollecitato l’attenzione ed il supporto delle femministe di tutto il mondo. In tutti gli attacchi del Movimento di Liberazione Curda, lo stato turco punta in modo deliberato e sistematico alle donne e alle organizzazioni delle donne. Ciò è stato ben documentato, in particolare dalle invasioni di Afrin e Serekaniye (8) ed include l’uso sistematico della violenza di genere e del femminicidio come strumento di guerra e occupazione (9). L’attuale offensiva militare va anche compresa all’interno di questo contesto. Le politiche dell’AKP-MHP non riguardano solo il genocidio contro i curdi; tentano di uccidere i valori del movimento, e i principi che il  movimento ssta costruendo,  attraverso una società democratica, come la liberazione delle donne. Divenendo organizzato e politicamente attivo, il Movimento delle Donne Curde, è capace di difendersi ed essere la spina dorsale di un forte movimento sociale di democrazia e contro l’imperialismo. Lo stato turco sa che il movimento delle donne ed il supporto internazionale che questo ha, sono alla base della lotta per la libertà del Kurdistan. Le implicazioni dell’imperialismo dello stato turco e il suo attacco alla trasformazione femminista sono noti globalmente. 

4. Supporto e azione internazionale

La persistente resistenza diretta dell’invasione da parte delle forze di autodifesa è stata decisiva. Oltre a questo, dall’inizio dell’invasione, le organizzazioni della società civile, i gruppi politici e i gruppi umanitari del mondo, hanno condannato questi attacchi. E’ importante intensificare il supporto internazionale. Il TJK-E si appella a tutte le organizzazioni di donne, ai movimenti, ai gruppi e ai loro alleati per supportare il popolo curdo contro l’invasione e il genocidio. Abbiamo un bisogno urgente che tutti le organizzazioni per i diritti delle donne, i diritti umani e le organizzazioni della società civile in Europa levino le loro voci contro questa guerra. Tutti i governi dovrebbero essere spinti a prendere posizione contro l’imperialismo, la brutalità e i crimini di guerra di questa guerra condotta da un membro della NATO. Chiediamo al pubblico internazionale, in particolare alle donne di tutto il mondo, di schierarsi con noi contro questi attacchi. 

Kurdish Women’s Movement in Europe TJK-E 

Movimento Curdo per le Donne in Europa TJK-E

Basta guerra di occupazione turca in Kurdistan!

“Opponiamoci alla guerra in Kurdistan! Sosteniamo un mondo in cui tutte le persone possano vivere insieme in solidarietà e uguaglianza” ha detto Women Defend Rojava in un appello contro la guerra di occupazione turca in Kurdistan.

Traduciamo da ANF News (22 aprile 2022).

La coalizione Women Defend Rojava ha rilasciato una dichiarazione in cui chiede azioni urgenti per fermare la campagna genocida della Turchia contro i curdi nel territorio del Kurdistan.
 
L’appello pubblicato venerdì è il seguente:
 
“In tutto il Kurdistan, la situazione si sta attualmente inasprendo e la guerra turca si sta intensificando immensamente. A ripetizione è stato annunciato che Erdogan avrebbe potuto espandere la sua guerra di occupazione nell’ombra della guerra in Ucraina. Anche se la guerra in Kurdistan stava già avendo luogo davanti agli occhi di tutti in ogni caso, ma comunque indisturbata, c’è ora una totale mancanza di attenzione. Facendo seguito alla recente pubblicazione dei piani per una nuova potente offensiva, lo Stato turco ha ora lanciato i suoi attacchi via aria e terra contro i civili e la guerriglia nelle aree di difesa di Medya in Kurdistan meridionale attraverso artiglieria, bombardamenti e aerei caccia nella notte del 17 aprile. L’invasione su larga scala della Turchia, in collaborazione con il PDK [Partito Democratico del Kurdistan] in Kurdistan meridionale (Iraq settentrionale), era prevedibile da molto tempo e ora è iniziata. Venerdì, il 15 aprile, il Primo Ministro del partito PDK, che governa il Kurdistan meridionale, ha incontrato Erdogan e il capo del servizio di intelligence turca (MIT). Oggi è stato riportato che gli aerei da guerra turchi stanno decollando da basi militari in Kurdistan meridionale, il che conferma soltanto ulteriormente la cooperazione dello Stato turco e del PDK. Insieme alla guerra della Turchia, ora sta incombendo la tanto temuta guerra interna tra curdi.
 
Nel frattempo, gli attacchi in Siria del Nord-Est si stanno intensificando. L’esercito turco sta attaccando la comunità di Zirgan e i villaggi nella regione principalmente cristiana di Til Temir con massicci attacchi di artiglieria. Di conseguenza numerose case e altri edifici, come la chiesa nel villaggio assiro di Til Tawil, sono già stati distrutti e i droni stanno ancora volando sulla regione.
 
In parallelo alla rinnovata offensiva militare turca in Kurdistan meridionale e all’intensificarsi degli attacchi in Siria del Nord-Est, anche la situazione a Şengal si sta inasprendo. L’esercito iracheno ha attaccato numerose posizioni delle forze di difesa yazide locali e ne è derivato un combattimento feroce. Il popolo di Şengal, dove l’ISIS ha commesso un genocidio nell’agosto del 2014, uccidendo decine di migliaia di yazidi e schiavizzando le donne e o bambini, sta ora affrontando un rinnovato pericolo. Con la costruzione di un muro di 250 km lungo il confine con il Rojava e il rafforzamento delle basi militari irachene nella regione, anche là la situazione sta esplodendo.
 
In Turchia, il regime di Erdogan continua le sue politiche fasciste. Le associazioni della società civile, come la piattaforma “Fermeremo i femminicidi” [Kadin Cinayetlerini Durduracagiz], che fa lavoro di pubbliche relazioni contro il femminicidio in Turchia e accompagna durante il processo le donne che hanno subito violenza, stanno per essere bandite. Nelle prigioni turche, l’isolamento e le torture sistematiche, inclusi gli incidenti mortali, sono la realtà quotidiana per i prigionieri politici. Nonostante ciò, la comunità internazionale rimane in silenzio su tutto questo, supporta e approva gli attacchi e ancora una volta si rende complice della politica fascista e della guerra della Turchia, che è contro la legge internazionale.
 
Comunque, noi non rimarremo in silenzio! I risultati della rivoluzione in Kurdistan, che mette la liberazione delle donne al centro delle sue lotte, è una spina nel fianco delle autorità. È nostra responsabilità opporci a questa guerra e difendere la rivoluzione delle donne ovunque siamo. Ci opponiamo alla guerra turca! Sappiamo di avere il potere di fermare questa guerra e cambiare il mondo con la nostra lotta comune per la dignità. Ci schieriamo fianco a fianco con i popoli del Kurdistan e il loro diritto all’autodeterminazione! Difendere il Kurdistan significa diventare consapevoli della responsabilità qua. Rendiamo visibile la resistenza ovunque!
 
Perciò, noi come Women Defend Rojava chiediamo che si agisca contro il colonialismo, il fascismo, il patriarcato e il femminicidio e tutte le forme di oppressione. Protestiamo in forme e con azioni creative, portiamo in pubblico la nostra resistenza contro la guerra di occupazione turca e combattiamo insieme per una vita di dignità e libertà! Ci sono molti modi di portare l’attenzione verso la guerra della Turchia, che sia sui social media, attraverso striscioni, fotografie solidali in difesa del Kurdistan, distribuzione di volantini o altre azioni negli spazi pubblici. Unitevi all’appello e diffondetelo!
 
È tempo di attivarsi contro questa guerra, di resistere e di portare per le strade e per le piazze la nostra protesta femminista! Insieme difendiamo la rivoluzione delle donne! Ci opponiamo alla guerra in Kurdistan! Sosteniamo un mondo in cui tutte le persone possano vivere insieme in solidarietà e uguaglianza!”

Appello contro la chiusura dell’HDP

Le nostre organizzazioni chiedono alle autorità di affermare il diritto alla rappresentanza politica in Turchia e di garantire che qualsiasi procedimento sia pienamente conforme agli standard internazionali.

Le organizzazioni firmatarie di questo appello, attive nel campo della democrazia e della protezione e promozione dei diritti umani, sono profondamente preoccupate per il caso in corso presso la Corte Costituzionale in Turchia riguardo alla chiusura del partito di opposizione HDP (Partito Democratico dei Popoli). L’HDP è stato fondato il 15 ottobre 2012 e da allora è stato un attore fondamentale della vita politica in Turchia. Le nostre organizzazioni chiedono alle autorità di affermare il diritto alla rappresentanza politica in Turchia e di garantire che qualsiasi procedimento contro i partiti politici e i loro rappresentanti sia pienamente conforme agli standard internazionali per un processo equo e che preveda la costituzione di una Corte indipendente e imparziale, come stabilito dalla legge e dal diritto della difesa.

In seguito all’ultima serie di memorie difensive scritte e orali da parte dell’HDP, la Corte costituzionale dovrebbe annunciare la sua decisione nei prossimi mesi. Se la Corte costituzionale dovesse approvare la richiesta del Procuratore Capo e pronunciarsi a favore della sua richiesta di chiudere l’HDP in modo permanente o parziale, o di privarlo completamente degli aiuti della tesoreria, l’HDP cesserà di esistere. I suoi rappresentanti, che sono ritenuti responsabili di fatti che, secondo il procuratore capo, giustificherebbero lo scioglimento del partito, saranno anche interdetti dall’attività politica per 5 anni.

L’ufficio del procuratore capo della Corte suprema d’appello ha inviato il suo atto d’accusa alla Corte costituzionale il 7 giugno 2021. L’atto di accusa chiedeva lo scioglimento dell’HDP e l’interdizione dalla politica per 5 anni di 451 membri del partito, compresi i copresidenti Mithat Sancar e Pervin Buldan. Le parole e le azioni di 69 membri del partito sono indicate come la motivazione principale per la richiesta di chiusura. Nell’atto d’accusa non sono state presentate nessuna prova concreta o affidabile attribuibile all’HDP come istituzione, e nessuna giustificazione per la richiesta di scioglimento del partito, cosa che violerebbe il diritto alla rappresentanza politica di oltre il 10% degli elettori nelle ultime elezioni. 

Dopo la difesa preliminare presentata dall’HDP nel novembre 2021, il procuratore capo ha presentato alla Corte costituzionale le sue opinioni in merito, che sono state poi notificate all’HDP il 20 gennaio 2022. Opinioni che ribadiscono le rivendicazioni e le richieste contenute nell’atto d’accusa; nulla fa pensare che l’ufficio del procuratore abbia preso atto della difesa dettagliata presentata dall’HDP.

Il procedimento si svolge sullo sfondo di un grave arretramento democratico e dello stato di diritto in Turchia. Nonostante gli emendamenti introdotti in Costituzione come parte del processo di adesione all’Unione Europea negli anni 2000, che hanno reso più difficile la procedura di chiusura dei partiti comune negli anni ’90, nel 2009 la Corte costituzionale ha chiuso il DTP (Partito per una società democratica), un partito politico precedente all’HDP. 

La Corte Europea per i Diritti Umani, negli ultimi anni, ha ripetutamente condannato la Turchia per aver violato la Convenzione, come nei casi riguardanti la chiusura del DTP e quello nei confronti dell’HDP e dei suoi membri, in cui la Corte ha ritenuto che le procedure avviate contro questi soggetti politici fossero, secondo la Convenzione, in violazione dei diritti dei denuncianti. Il governo turco ha costantemente mancato di rispettare le sentenze della Corte Europea per i Diritti Umani, e il 2 febbraio 2022 questo atteggiamento ha portato all’avvio di una procedura di infrazione contro la Turchia da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. 

Le ripetute dichiarazioni dei portavoce del partito di governo AKP e del suo alleato MHP, che chiedono la chiusura dell’HDP e l’interdizione dei suoi membri dalla politica, indicano anche il tentativo del governo di minare l’autorità della Corte Europea per i Diritti Umani e di interferire nei procedimenti che si svolgono nei tribunali nazionali, compresa la Corte costituzionale, in violazione del principio di indipendenza del potere giudiziario da altri poteri dello Stato.

Le nostre organizzazioni sono profondamente preoccupate per l’impatto che la decisione della Corte Costituzionale potrebbe avere sui diritti degli imputati e sulla democrazia politica in Turchia. Chiediamo alla Corte Costituzionale di garantire che i procedimenti giudiziari si svolgano nel pieno rispetto degli standard nazionali e internazionali del giusto processo, compreso il principio di indipendenza e imparzialità della giustizia e i diritti della difesa. Esortiamo inoltre il governo turco a rispettare l’indipendenza e l’imparzialità della magistratura, astenendosi dall’influenzare direttamente o indirettamente le decisioni della Corte, e a sostenere i diritti alla rappresentanza politica e alla partecipazione democratica, che sono una condizione preliminare per il rispetto della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani in Turchia.

  • Asociación Americana de Juristas (AAJ)
  • Associació Catalana per a la Defensa dels Drets Humans (ACDDH) – Catalonia
  • Asociación Libre de Abogadas y Abogados, (ALA), Madrid
  • Association for Monitoring Equal Rights 
  • Association of Lawyers for Freedom (ÖHD)
  • Bakers, Food and Allied Workers Union (BFAWU)
  • Campaign Against Criminalising Communities (CAMPACC)
  • Center of research and elaboration on democracy/Group for international legal intervention (CRED/GIGI)
  • Civic Space Studies Association
  • Confederation of Lawyers of Asia and the Pacific (COLAP)
  • Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (CISDA)
  • Democratic Lawyers Association of Bangladesh (DLAB)
  • Demokratische Juristinnen und Juristen Schweiz (DJS)
  • Eskubideak, Basque Country
  • European Association of Lawyers for Democracy and World Human Rights (ELDH)
  • European Democratic Lawyers (AED)
  • General Federation of Trade Unions (UK)
  • Haldane Society of Socialist Lawyers
  • Human Rights Agenda Association
  • Human Rights Association
  • Human Rights Foundation of Turkey
  • International Bar Association’s Human Rights Institute (IBAHRI)
  • Italian Democratic Lawyers / Giuristi Democratici
  • International Association of Democratic Lawyers (IADL)
  • International Federation for Human Rights (FIDH)
  • KulturForum TürkeiDeutschland e.V.
  • Legal Team, Italy
  • Life-Memory-Freedom Association (Yaşam Bellek Özgürlük)
  • MAF-DAD e.V (Association for Democracy and International Law )
  • National Lawyers Guild International (USA)
  • National Union of Peoples’ Lawyers, Philippines (NUPL)
  • People’s Law Office / International
  • Progressive Lawyers’ Association (ÇHD)
  • Republikanischer Anwältinnen – und Anwälteverein e.V. (RAV), Germany
  • Rete Jin Italia (Jin Net)
  • Rights Initiative Association
  • Rosa Women’s Association
  • Social Policy, Gender Identity, and Sexual Orientation Studies Association (SPoD)
  • Syndicat des Avocats de France (SAF)
  • Syndicat des Avocats pour la Démocratie, Belgium (le SAD)
  • The Indian Association of lawyers
  • The National Association of Democratic Lawyers, (NADEL), South Africa
  • Transport Salaried Staffs Association
  • Ukrainian Association of Democratic Lawyers
  • Vereinigung Demokratischer Juristinnen und Juristen (VDJ)
  • Vereniging Sociale Rechtshulp Nederland

Chiamata all’azione – Basta attacchi turchi contro il Kurdistan!

Fin troppo spesso in anni recenti abbiamo visto cosa significa quando la Turchia lancia operazioni come questa. Perciò sta a noi attivarci adesso!

Traduciamo da Women Defend Rojava (2 febbraio 2022).

Care amiche e compagne,

da ieri sera, la Turchia ha bombardato numerosi luoghi del Kurdistan con attacchi aerei. Dopo che l’attacco dell’ISIS a Hesekê, in Siria del Nord-Est, è stato sventato con successo dalle Forze Siriane Democratiche (SDF), la Turchia, uno Stato membro della NATO, sta nuovamente lanciando violenti attacchi con numerosi aerei da guerra. Gli obiettivi attuali sono una centrale elettrica che fornisce elettricità alle persone a Koçerat, nella regione di Dêrik, dove un paio di ore prima migliaia di persone avevano preso parte ai funerali di 10 dei 121 uccisi nel combattimento contro l’ISIS a Hesekê; a Sengal, dove l’ISIS ha commesso un genocidio nell’agosto del 2014, uccidendo decine di migliaia di Yazidi e schiavizzando donne e bambini; nel campo profughi di Mexmûr nel Kurdistan meridionale, dove vivono 12mila persone. Inoltre, ci sono notizie di attacchi di artiglieria a Sehba. Sehba è una regione a nord di Aleppo dove nei campi vivono decine di migliaia di persone fuggite da Afrin.

Di nuovo i droni e gli aerei da guerra di Erdogan stanno volando e uccidendo, ancora i soldati turchi e i mercenari islamisti stanno provando a catturare e occupare il territorio che negli ultimi anni si è consolidato con sforzo e autorganizzato. Comunque, la guerra in Siria del Nord-Est non è mai cessata, poiché ogni giorno negli scorsi mesi le battaglie sono state onnipresenti, le bombe e gli attacchi dei droni sono stati una minaccia quotidiana, migliaia hanno perso la vita nella lotta per la libertà o sono dovuti fuggire.

Condanniamo fortemente il nuovo massiccio bombardamento e questa guerra continua. Non soltanto perché porta morte, sfollamenti, privazione e stupri – ma perché è diretta contro uno dei movimenti democratici e femministi più forti al mondo. Insieme al movimento di liberazione curdo, insieme al PKK, le persone qui negli ultimi dieci anni hanno consolidato una società che dovrebbe funzionare in modo libero, solidale ed ecologico.

Mentre alcuni considerano questo terrorismo, per noi è la conferma che la lotta per una vita libera, la rivoluzione delle donne in Siria del Nord-Est, è un pericolo per gli esistenti sistemi patriarcali e capitalisti. In Siria del Nord-Est possiamo vedere cosa significa fare una politica femminista, costruire una società con un sistema democratico basato sulla partecipazione di chiunque e su strutture autorganizzate che vengono dal basso, dal popolo. 

Fin troppo spesso in anni recenti abbiamo visto cosa significa quando la Turchia lancia operazioni come questa. Perciò sta a noi attivarci adesso! Ci appelliamo a tutte le forze democratiche e femministe affinché si uniscano e resistano. Facciamo pressioni sui politici, informiamo la stampa locale, assicuriamoci insieme che la criminalizzazione del movimento curdo e del Partito dei Lavoratori del Kurdistan abbia una fine, perché questo è il terreno politico su cui questa guerra può essere intrapresa. Supportiamo l’autodifesa delle persone sul posto, sia con donazioni – per esempio all’organizzazione di assistenza sanitaria “Mezzaluna Rossa Kurdistan” (Heyva Sor a Kurdistanê) – sia con altre azioni. Facciamo sapere nelle strade e nei bar come gli Stati internazionali abbiano una parte di responsabilità nella guerra, avendo contribuito alla riorganizzazione dell’ISIS ed essendosi assicurati che in migliaia venissero allontanati dalle loro case.

Uniamoci e difendiamo la rivoluzione delle donne!

Diffondete le vostre azioni con gli hashtag #stopturkishinvasion e #womendefendrojava

Il tempo della libertà è arrivato!

“Ora ho uno scopo”: perché sempre più donne curde scelgono di combattere

Il 4 settembre abbiamo appreso dal Rojava Information Center che Zeynab Serekaniye, 27 anni, combattente delle YPJ, è caduta martire l’1 settembre a Tel Tamir in seguito a un attacco turco. Qualche mese fa era stata intervistata per un reportage pubblicato su The Guardian, che abbiamo deciso di tradurre in sua memoria.

Sehid namirin, le martiri non muoiono. 

di Elizabeth Flock – pubblicato su The Guardian il 19 luglio 2021

Le file delle milizie femminili in Siria si sono nuovamente ingrossate negli ultimi anni con molte donne che hanno risposto alla chiamata alle armi nonostante i rischi.

Zeynab Serekaniye, una donna curda con un ampio sorriso e un’aria mite, non aveva mai immaginato di unirsi alla milizia.

La ventiseienne è cresciuta a Ras al-Ayn, una città nel nord-est della Siria. L’unica figlia femmina in una famiglia di cinque figli, le piaceva fare la lotta e indossare vestiti da maschio. Ma quando i suoi fratelli hanno iniziato a frequentare la scuola e lei no, Serekaniye non ha messo in discussione la decisione. Sapeva che questa era la realtà per le ragazze nella regione. Ras al-Ayn, nome arabo che significa “sorgente”, era un luogo verdeggiante e placido, perciò Serekaniye si è adeguata a passare la vita coltivando vegetali con sua madre.

Questo è cambiato il 9 ottobre 2019, giorni dopo l’annuncio del precedente presidente degli USA Donald Trump di ritirare le truppe USA dal nord-est della Siria, dove da anni si erano alleate con le forze a guida curda. Una Turchia nuovamente in forze, che vede i curdi senza Stato come una minaccia esistenziale, e contro cui i suoi gruppi affiliati sono stati in guerra per decenni, ha immediatamente lanciato un’offensiva sulle città del confine amministrate dalla forze curde in Siria del nord-est, inclusa Ras al-Ayn. 

Poco dopo le 16 quel giorno, Serekaniye racconta, le bombe hanno iniziato a cadere, seguite dal sordo tira e molla dei colpi di mortaio. In serata, Serekaniye e la sua famiglia sono scappati verso il deserto, da dove hanno guardato la loro città andare in fumo. “Non ci siamo portati niente” ha detto. “Avevamo un’auto piccola, perciò come avremmo potuto portare le nostre cose e lasciare le persone?” Mentre fuggivano, ha visto dei cadaveri per strada. Ha presto scoperto che tra di essi c’erano uno zio e un cugino. La loro casa si è trasformata in macerie.

Dopo che la famiglia di Serekaniye è stata costretta a trasferirsi più a sud, ha sorpreso sua madre verso la fine del 2020 dicendo che voleva unirsi alle Unità di Protezione delle Donne (YPJ). La milizia femminile a guida curda è stata fondata nel 2013 poco dopo la sua controparte maschile, le Unità di Protezione del Popolo (YPG), con l’intento di difendere il territorio da numerosi gruppi, tra cui lo Stato Islamico (ISIS).

La madre di Serekaniye si oppose alla sua decisione, perché due dei suoi fratelli stavano già rischiando la vita nelle YPG.

Ma Serekaniye fu inamovibile. “Siamo stati spinti fuori dalla nostra terra, perciò ora dobbiamo andare e difenderla” dice. “Prima, non la pensavo così. Ma ora ho uno scopo – e un obiettivo.”

Serekaniye è una delle circa 1000 donne in tutta la Siria che si sono unite alla milizia nel corso di questi ultimi due anni. Molte si sono unite per rabbia, a causa delle incursioni della Turchia, ma hanno deciso di restare. 

“Nelle discussioni [crescendo], era sempre ‘se succede qualcosa, un uomo la risolverà, non una donna’”, dice Serekaniye. “Ora le donne possono combattere e proteggere la società. Questo mi piace.”

Combattenti YPJ a una parata militare il 27 marzo 2019, per celebrare l’eliminazione dell’ultimo bastione dello Stato Islamico in Siria orientale.

Secondo le YPG, un’impennata nel reclutamento è anche stata dovuta all’aumento negli scorsi anni dei respingimenti e della consapevolezza dell’iniquità e della violenza di genere radicata. Nel 2019 la curda Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est ha approvato una serie di leggi per proteggere le donne, mettendo al bando la poligamia, i matrimoni con minori, i matrimoni forzati e i cosiddetti delitti “d’onore”, anche se molte di queste pratiche continuano. Circa un terzo degli ufficiali Asayish, i “servizi di sicurezza” curdi, nella regione sono attualmente donne ed è richiesto il 40% di presenza femminile nel governo autonomo. Un villaggio di sole donne, dove le residenti possono vivere libere dalla violenza, è stato costruito, poi evacuato a causa dei bombardamenti nelle vicinanze, e nuovamente ristabilito. 

Eppure le prove della violenza diffusa che le donne continuano ad affrontare sono abbondanti alla Mala Jin locale, o “casa delle donne”, che fornisce un rifugio e anche una forma di mediazione locale per le donne che ne hanno necessità in tutta la Siria. Dal 2014, sono state aperte 69 di queste case, con il personale che aiuta qualsiasi donna o uomo che arrivi con problemi che sta affrontando, incluse questioni di violenza domestica, molestie sessuali e stupro e i cosiddetti crimini “d’onore”, spesso collaborando con le corti di giustizia locali e le unità femminili dei “servizi di sicurezza” Asayish per risolvere i casi. 

In un giorno soleggiato di maggio, arrivano al centro Mala Jin nella città nord-orientale di Qamishli in rapida successione tre donne scosse. La prima donna, che indossa una pesante abaya verde, racconta al personale che suo marito non è praticamente tornato a casa da quando lei ha partorito. La seconda donna arriva con il marito al seguito, chiedendo il divorzio; la sua lunga coda di capelli e le sue mani tremano mentre descrive come lui una volta l’abbia picchiata finché le ha provocato un aborto. 

La terza donna si trascina pallida e con il vestito slacciato, con cenci avvolti intorno alle mani. La sua pelle è scorticata e nera a causa di bruciature che coprono parte del suo viso e del corpo. La donna descrive al personale come suo marito l’abbia picchiata per anni, minacciandola di uccidere un membro della sua famiglia se l’avesse lasciato. Dopo che un giorno le aveva versato addosso della paraffina, dice, lei è fuggita da casa; lui poi ha assunto degli uomini per uccidere suo fratello. Dopo l’uccisione del fratello, lei si è data fuoco. “Mi ero stancata”, ha detto. 

Il personale della Mala Jin, tutte donne, fanno versi di disapprovazione mentre parla. Scrivono con attenzione i dettagli del suo racconto, le dicono che hanno bisogno di fare fotografie e le spiegano di voler mandare i documenti alla corte di giustizia per assicurare l’arresto del marito. La donna annuisce, poi si stende su un divano esausta.

Behia Murad, la direttrice della Mala Jin di Qamishli, una donna più anziana con occhi gentili che indossa un hijab rosa, dice che i centri della Mala Jin hanno gestito migliaia di casi da quando hanno iniziato e, nonostante sia uomini che donne arrivino con rimostranze, “la donna è sempre la vittima”.

Un numero crescente di donne visita i centri della Mala Jin. Il personale dice che questo non è indice di maggiore violenza contro le donne nella regione, ma che più donne stanno pretendendo uguaglianza e giustizia. 

Una donna siriana legge il Corano vicino alla tomba della figlia, già combattente nelle Unità di Protezione delle Donne, nella città di Qamishli.

Le YPJ sono assai consapevoli di questo cambiamento e del suo potenziale come strumento di reclutamento. “Il nostro obiettivo non è soltanto quello di farle imbracciare un’arma, ma di essere consapevole”, dice Newroz Ahmed, comandante generale delle YPJ.

Per Serekaniye non è stato soltanto il dover combattere, ma anche lo stile di vita che le YPJ sembravano offrire. Invece di lavorare nei campi o sposarsi e avere figli, le donne che si uniscono alle YPJ parlano di diritti delle donne mentre si allenano a usare un lanciarazzi. Sono scoraggiate, anche se non hanno il divieto, dall’usare i telefoni o uscire con uomini e viene loro insegnato che la sorellanza [hevalti] con altre donne è ora il centro della loro vita quotidiana.

La comandante Ahmed, dalla voce dolce ma con uno sguardo penetrante, stima che la dimensione attuale della milizia femminile sia di circa 5000. Si tratta della stessa dimensione che le YPJ avevano al picco della battaglia contro l’ISIS nel 2014 (anche se i media hanno precedentemente riportato un numero gonfiato). Se la continua forza delle YPJ è di una qualche indicazione, dice, l’esperimento guidato dai curdi sta ancora fiorendo. 

Il numero rimane alto nonostante il fatto che le YPJ abbiano perso centinaia, se non più, di membri nella battaglia e non accettino più donne sposate (la pressione di combattere e mantenere una famiglia è troppo intensa, dice Ahmed). Le YPJ dichiarano inoltre di non accettare più donne sotto i 18 anni, dopo l’intensa pressione dell’ONU e di gruppi per i diritti umani affinché mettessero fine all’utilizzo di bambine-soldato; anche se molte delle donne che ho incontrato si sono unite da minorenni, ma ormai anni fa. 

Guidando attraverso la Siria del nord-est, non ci si meraviglia che così tante donne continuino a unirsi, data l’ubiquità delle immagini di sorridenti donne shahid [termine arabo, in curdo şehid, ndt] o martiri. Donne combattenti cadute vengono ricordate su cartelloni colorati o con statue che svettano orgogliosamente dalle rotonde. Enormi cimiteri sono pieni di shahid, piante rigogliose e rose che crescono dalle loro tombe. 

Lo scontro con la Turchia è una ragione per mantenere le YPJ, dice Ahmed, che parla dalla base militare di al-Hasakah, il governatorato del nord-est in cui le truppe USA sono tornate dopo che Joe Biden è stato eletto. Afferma che l’uguaglianza di genere è l’altra. “Continuiamo e vedere molte infrazioni [della legge] e violazioni contro le donne nella regione” dice. “Stiamo ancora combattendo la battaglia contro la mentalità ed è persino più dura di quella militare.”

Tel Tamr, la base delle YPJ in cui Serekaniye è collocata, è una città storicamente cristiana e in qualche modo sonnolenta. I beduini pascolano le pecore nei campi, i bambini camminano a braccetto tra le vie del villaggio e il lento accumularsi di tempeste di polvere è un evento regolare nel pomeriggio. Eppure, gli interessi curdi, USA e russi sono tutti presenti qui. Sosin Birhat, la comandante di Serekaniye, dice che prima del 2019 la base YPJ di Tel Tamr era piccola; ora, con sempre più donne che si uniscono, la descrive come un intero reggimento. 

La base è un edificio di cemento beige a un piano, una volta occupato dal regime siriano. Le donne coltivano fiori e verdure nel terreno accidentato sul retro. Non hanno campo per i telefoni o energia elettrica per usare il ventilatore, anche nel caldo afoso, perciò passano il tempo nei loro giorni liberi, lontane dal fronte, facendo battaglie con l’acqua, fumando e bevendo caffè zuccherato e tè. 

Vita quotidiana di Zeynab Serekaniye a Tel Tamr.

Eppure la battaglia è sempre nelle loro menti. Viyan Rojava, una combattente più esperta di Serekaniye, parla di riprendersi Afrin. Nel marzo 2018, la Turchia, con l’Esercito Siriano Libero ribelle che spalleggia, ha lanciato l’operazione “Ramoscello d’ulivo” (Olive Branch) per prendersi il distretto nord-orientale, amato per i suoi campi di ulivi. 

Dall’occupazione turca di Afrin, decine di migliaia di persone sono state sfollate – la famiglia di Rojava tra loro – e più di 135 donne rimangono disperse, secondo i report dei media e dei gruppi per i diritti umani. “Se queste persone vengono qui, faranno lo stesso a noi” dice Rojava, mentre altre combattenti annuiscono in assenso. “Non lo accetteremo, perciò imbracceremo le armi e ci opporremo.”

Serekaniye ascolta con attenzione mentre Rojava parla. Nei cinque mesi da quando si è unita alle YPJ, Serekaniye si è trasformata. Durante la formazione militare a gennaio si è rotta una gamba cercando di scalare un muro; ora riesce facilmente a maneggiare il suo fucile. 

Mentre Rojava parla, il walkie-talkie accanto a lei gracchia. Le donne alla base vengono chiamate al fronte, non lontano da Ras al-Ayn. Non c’è molto combattimento attivo in questi giorni, ma mantengono le loro posizioni in caso di un attacco a sorpresa. Serekaniye indossa il suo giubbotto, prende il suo kalashnikov e una cintura di proiettili. Poi entra in un SUV diretto a nord e si allontana velocemente.