Basta guerra di occupazione turca in Kurdistan!

“Opponiamoci alla guerra in Kurdistan! Sosteniamo un mondo in cui tutte le persone possano vivere insieme in solidarietà e uguaglianza” ha detto Women Defend Rojava in un appello contro la guerra di occupazione turca in Kurdistan.

Traduciamo da ANF News (22 aprile 2022).

La coalizione Women Defend Rojava ha rilasciato una dichiarazione in cui chiede azioni urgenti per fermare la campagna genocida della Turchia contro i curdi nel territorio del Kurdistan.
 
L’appello pubblicato venerdì è il seguente:
 
“In tutto il Kurdistan, la situazione si sta attualmente inasprendo e la guerra turca si sta intensificando immensamente. A ripetizione è stato annunciato che Erdogan avrebbe potuto espandere la sua guerra di occupazione nell’ombra della guerra in Ucraina. Anche se la guerra in Kurdistan stava già avendo luogo davanti agli occhi di tutti in ogni caso, ma comunque indisturbata, c’è ora una totale mancanza di attenzione. Facendo seguito alla recente pubblicazione dei piani per una nuova potente offensiva, lo Stato turco ha ora lanciato i suoi attacchi via aria e terra contro i civili e la guerriglia nelle aree di difesa di Medya in Kurdistan meridionale attraverso artiglieria, bombardamenti e aerei caccia nella notte del 17 aprile. L’invasione su larga scala della Turchia, in collaborazione con il PDK [Partito Democratico del Kurdistan] in Kurdistan meridionale (Iraq settentrionale), era prevedibile da molto tempo e ora è iniziata. Venerdì, il 15 aprile, il Primo Ministro del partito PDK, che governa il Kurdistan meridionale, ha incontrato Erdogan e il capo del servizio di intelligence turca (MIT). Oggi è stato riportato che gli aerei da guerra turchi stanno decollando da basi militari in Kurdistan meridionale, il che conferma soltanto ulteriormente la cooperazione dello Stato turco e del PDK. Insieme alla guerra della Turchia, ora sta incombendo la tanto temuta guerra interna tra curdi.
 
Nel frattempo, gli attacchi in Siria del Nord-Est si stanno intensificando. L’esercito turco sta attaccando la comunità di Zirgan e i villaggi nella regione principalmente cristiana di Til Temir con massicci attacchi di artiglieria. Di conseguenza numerose case e altri edifici, come la chiesa nel villaggio assiro di Til Tawil, sono già stati distrutti e i droni stanno ancora volando sulla regione.
 
In parallelo alla rinnovata offensiva militare turca in Kurdistan meridionale e all’intensificarsi degli attacchi in Siria del Nord-Est, anche la situazione a Şengal si sta inasprendo. L’esercito iracheno ha attaccato numerose posizioni delle forze di difesa yazide locali e ne è derivato un combattimento feroce. Il popolo di Şengal, dove l’ISIS ha commesso un genocidio nell’agosto del 2014, uccidendo decine di migliaia di yazidi e schiavizzando le donne e o bambini, sta ora affrontando un rinnovato pericolo. Con la costruzione di un muro di 250 km lungo il confine con il Rojava e il rafforzamento delle basi militari irachene nella regione, anche là la situazione sta esplodendo.
 
In Turchia, il regime di Erdogan continua le sue politiche fasciste. Le associazioni della società civile, come la piattaforma “Fermeremo i femminicidi” [Kadin Cinayetlerini Durduracagiz], che fa lavoro di pubbliche relazioni contro il femminicidio in Turchia e accompagna durante il processo le donne che hanno subito violenza, stanno per essere bandite. Nelle prigioni turche, l’isolamento e le torture sistematiche, inclusi gli incidenti mortali, sono la realtà quotidiana per i prigionieri politici. Nonostante ciò, la comunità internazionale rimane in silenzio su tutto questo, supporta e approva gli attacchi e ancora una volta si rende complice della politica fascista e della guerra della Turchia, che è contro la legge internazionale.
 
Comunque, noi non rimarremo in silenzio! I risultati della rivoluzione in Kurdistan, che mette la liberazione delle donne al centro delle sue lotte, è una spina nel fianco delle autorità. È nostra responsabilità opporci a questa guerra e difendere la rivoluzione delle donne ovunque siamo. Ci opponiamo alla guerra turca! Sappiamo di avere il potere di fermare questa guerra e cambiare il mondo con la nostra lotta comune per la dignità. Ci schieriamo fianco a fianco con i popoli del Kurdistan e il loro diritto all’autodeterminazione! Difendere il Kurdistan significa diventare consapevoli della responsabilità qua. Rendiamo visibile la resistenza ovunque!
 
Perciò, noi come Women Defend Rojava chiediamo che si agisca contro il colonialismo, il fascismo, il patriarcato e il femminicidio e tutte le forme di oppressione. Protestiamo in forme e con azioni creative, portiamo in pubblico la nostra resistenza contro la guerra di occupazione turca e combattiamo insieme per una vita di dignità e libertà! Ci sono molti modi di portare l’attenzione verso la guerra della Turchia, che sia sui social media, attraverso striscioni, fotografie solidali in difesa del Kurdistan, distribuzione di volantini o altre azioni negli spazi pubblici. Unitevi all’appello e diffondetelo!
 
È tempo di attivarsi contro questa guerra, di resistere e di portare per le strade e per le piazze la nostra protesta femminista! Insieme difendiamo la rivoluzione delle donne! Ci opponiamo alla guerra in Kurdistan! Sosteniamo un mondo in cui tutte le persone possano vivere insieme in solidarietà e uguaglianza!”

Insieme difendiamo la rivoluzione in Rojava – La difesa e la liberazione di Afrin è la difesa della rivoluzione delle donne

La regione di Afrin in particolare ha giocato un ruolo centrale come centro della rivoluzione delle donne e nella creazione di strutture democratiche dirette.

Traduciamo da Women Defend Rojava, 17 marzo 2022.

Quattro anni fa migliaia di persone in tutto il mondo sono scese in piazza, il loro cuore con Afrin, per esprimere a gran voce la loro opposizione alla guerra illegale della Turchia. Il 20 gennaio 2018, lo stato turco ha lanciato una guerra sulla regione di Afrin, il cantone occidentale dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria. Giorno e notte, città e villaggi, campi profughi e siti storici sono stati bombardati da aerei da guerra e dall’artiglieria turchi. L’attacco della Turchia e delle milizie jihadiste sue alleate è continuato fino al 18 marzo. Nel corso di questa guerra sono stati uccisi e feriti centinaia di civili. Centinaia di migliaia di persone sono state sfollate e costrette a lasciare le loro case. Da allora, Afrin è sotto l’occupazione turca e tutte le conquiste fatte precedentemente nella direzione dell’auto-organizzazione delle comunità locali sono state distrutte. Sotto l’occupazione turca la diversità delle persone che abitano quell’area non è più considerata e i diritti delle donne per cui si è combattuto sono stati di fatto aboliti. Le case sfitte delle famiglie sfollate sono state consegnate dai militari turchi alle famiglie dei combattenti delle milizie islamiste e di altre milizie sostenute dalla Turchia. Sono state stabilite nuove amministrazioni regionali sotto il controllo turco come parte del piano di sostituzione demografica nella regione. Allo stesso tempo, l’invasione turca, offrendo questa opportunità, ha incoraggiato l’ISIS a riorganizzarsi.

La guerra ad Afrin è lungi dall’essere finita; è appena iniziata con l’occupazione. Quasi ogni giorno ci sono scontri ed esplosioni che causano un gran numero di vittime civili. Attraverso arresti, rapimenti, presa di ostaggi con alte richieste di riscatto, così come assassinii e torture, sotto l’occupazione turca si è instaurato un regime autoritario che diffonde paura e terrore. La zona è anche diventata un rifugio per i membri dell’ISIS e altri jihadisti. La vita lì, per le donne, è come in una prigione, dal momento che molte non escono più di casa per paura della violenza quotidiana. Matrimoni forzati, violenze sessuali, torture, uccisioni e centinaia rapimenti da parte di gruppi armati sostenuti dai turchi sono parte della realtà quotidiana che le donne e le ragazze devono affrontare.

Nel frattempo, sono passati quattro anni e ci rendiamo conto che la guerra ad Afrin è tutt’altro che finita, ma è solo iniziata con l’occupazione. Fa parte del sistema globale patriarcale di dominazione in cui gli stati nazionali come la Turchia conducono guerre per interessi di potere geopolitico e risorse. Si tratta di un altro femminicidio, perché la sottomissione, lo stupro e l’assassinio delle donne è sempre una parte fondamentale della conquista di un paese e del suo popolo. È una guerra contro un’alternativa sociale allo stato-nazione e al patriarcato che si sta creando e sviluppando sulla base della liberazione delle donne, della democrazia di base e della sostenibilità ecologica.

La regione di Afrin in particolare ha giocato un ruolo centrale come centro della rivoluzione delle donne e nella creazione di strutture democratiche dirette e partecipative nella Siria del Nord-Est. Qui sono state create istituzioni femminili, comuni e consigli delle donne, basati sulla democrazia diretta, che hanno contribuito ad abbattere la disuguaglianza di genere. 

Durante l’invasione dello stato turco e la successiva occupazione numerosi siti archeologici storici della regione, parte del patrimonio delle società matriarcali locali, sono stati deliberatamente distrutti per cancellare la memoria della regione e un pezzo di storia delle donne. Tra questi, per esempio, il tempio Tel Aştar ad Ain Dara, dedicato alla dea Iştar. 

La distruzione si estende alla devastazione massiccia e ai danni irreversibili causati alla ricca natura e all’ecosistema di montagne, fiumi e terra fertile di Afrin. Numerosi campi sono stati bruciati e decine di migliaia di alberi, tra cui un gran numero di ulivi, sono stati abbattuti a causa dell’occupazione della Turchia e delle sue milizie jihadiste. Le strutture democratiche di base precedentemente create dalla popolazione locale, con comunità e consigli organizzati a livello comunale, che permettevano la convivenza dei diversi popoli così come la loro partecipazione politica, sono state sostituite dalla Turchia con un progetto di sostituzione demografica e di annientamento non solo dei curdi locali, della loro lingua, cultura e storia, ma della convivenza dei popoli della regione.

Fino ad oggi, lo stato turco continua la sua guerra e l’occupazione nel Nord-Est della Siria con l’aiuto delle sue milizie jihadiste. La regione è continuamente bombardata dai droni turchi e dall’artiglieria, con il risultato che numerosi civili vengono feriti e uccisi. La comunità internazionale tace sull’occupazione e sugli attacchi in corso ed è complice. Non abbiamo dimenticato Afrin e non accetteremo la sua occupazione.

La difesa della rivoluzione delle donne in Rojava è internazionale perché ispira molti movimenti femministi e femminili in tutto il mondo. “Questa rivoluzione non è solo per il Kurdistan o il Medio Oriente, è una rivoluzione per tutta l’umanità, è la speranza dell’umanità. […] Ecco perché voglio lottare per la libertà di tutte le donne. Mi sono unita a questa rivoluzione come compagna, se un giorno dovessi essere ferita o essere martirizzata, sono pronta a farlo come compagna”. Con queste parole, Şehîd Hêlîn Qereçox, Anna Campbell, è partita per difendere la rivoluzione ad Afrin al momento dell’invasione turca. Il 15 marzo 2018, il 55° giorno della resistenza ad Afrin, è stata martirizzata in un attacco aereo turco, così come molti altri nella lotta per liberare Afrin. Con la sua lotta e determinazione, ha ispirato molte persone e ha costruito molti ponti per la nostra lotta comune per una società liberata dal genere, ecologica, solidale e democratica! Ieri, oggi e con loro nei nostri cuori per il domani!

Unite nella lotta di liberazione – Contro l’occupazione e il femminicidio! Difendere e liberare Afrin significa difendere la rivoluzione delle donne!

Ricordare significa lottare – Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne

Sono le donne ad essere più colpite dalle guerre, quindi il 25 novembre nel Nord-Est della Siria significa anche ribellarsi alla guerra di occupazione.

Traduciamo il comunicato pubblicato il 23 novembre 2021 su Women Defend Rojava.

Il 25 novembre le donne di tutto il mondo si mobilitano contro la violenza e l’oppressione patriarcale; questo giorno è diventato simbolo della lotta delle donne per la libertà. È dedicato alle sorelle Mirabal, che lottarono contro la dittatura dominicana e il 25 novembre 1960 furono assassinate dai servizi segreti del dittatore dominicano. Sono state delle pioniere e hanno ispirato molte donne in tutto il mondo a resistere al sistema patriarcale, fascista e capitalista che sfrutta le donne, la natura e tutta la società. Il 25 novembre è la giornata per porre fine alla violenza contro le donne in tutto il mondo e ricorda ciò che i movimenti femministi e delle donne chiedono 365 giorni all’anno: una vita senza violenza, con diritti e libertà.

Nella Siria del Nord-Est la rivoluzione, conosciuta anche come rivoluzione delle donne, ha portato a molte conquiste per le donne. La lotta delle YPJ ha fatto comprendere all’opinione pubblica che esse possono organizzarsi autonomamente e creare forze di autodifesa, come è stato da lungo tempo nel movimento delle donne curde. Ma soprattutto organizzazioni come il Kongra Star e le Mala Jin (N.d.R. case delle donne), permettono alle donne di portare avanti una lotta organizzata ed efficace contro la violenza. Tuttavia, anche se possiamo celebrare il 25 novembre pensando al successo che le organizzazioni femminili hanno avuto all’interno della società nel sollevarsi contro la violenza e l’oppressione, un grande pericolo arriva dagli attacchi dello stato turco occupante. Sono le donne ad essere più colpite dalle guerre, quindi il 25 novembre nel Nord-Est della Siria significa anche ribellarsi alla guerra di occupazione. Perché in tutto il mondo molte donne che hanno lottato per la libertà e contro sistemi dittatoriali, oppressivi e monopolistici sono state assassinate dagli stati e dai loro scagnozzi. La lotta di tante donne esprime spesso la volontà di superare l’oppressione patriarcale. Il 25 novembre le commemoriamo e vorremmo presentarne alcune.

1. Sosîn Bîrhat, di Afrin, è cresciuta ad Aleppo, dove ha partecipato a gruppi folkloristici curdi. Ha preso parte alla rivoluzione in Rojava fin dall’inizio ed è diventata una stimata comandante delle YPJ (Unità di difesa delle donne). Ha combattuto contro l’ISIS e gli attacchi turchi e ha partecipato alla leggendaria resistenza del quartiere di Şêxmeqsud ad Aleppo, dove la popolazione locale è diventata un tutt’uno con le unità YPJ e YPG. Il 19 agosto 2021 la Turchia ha ucciso e reso martiri lei e 4 membri delle YPG in un attacco aereo che ha attaccato il Consiglio Militare di Till Temir.

2. Saada al-Hermas era co-presidente del Consiglio di Til El-Shayir, nella regione di Heseke. Aveva due figli e dopo il divorzio li cresceva da sola. Come donna e madre araba, ha assunto un ruolo di primo piano nella costruzione dell’amministrazione autonoma e nell’organizzazione di una società democratica, oltre a sostenere con convinzione il confederalismo democratico. Il 21 gennaio 2021, l’ISIS ha compiuto un attacco mirato contro di lei e Hind al-Khedr. Entrambe le donne sono cadute martiri.

3. Anche Hind al-Khedr, una giovane donna araba, lavorava a Til El-Shayir per l’Amministrazione autonoma del Nord-Est della Siria e faceva parte del comitato economico della sua città. Era molto entusiasta delle attività dell’amministrazione autonoma. Aveva una figlia e dopo il divorzio l’ha cresciuta da sola.

4. Deniz Poyraz, una coraggiosa giovane donna curda di Mardin che viveva a Smirne, lavorava nell’ufficio locale dell’HDP, un partito popolare e pluralista. Lì, nonostante la massiccia repressione fascista dello stato, si è battuta per una società democratica contro il regime fascista AKP-MHP. Il 19 giugno 2021, un fascista armato fino ai denti ha attaccato il suo ufficio in presenza della polizia turca e Deniz Poyraz è caduta martire.

5. Leyla Agirî, la comandante guerrigliera di YJA-Star, l’Esercito delle donne libere, attiva nell’Associazione delle donne curde KJK e nel comitato di Jineoloji, di cui è stata cofondatrice, è stata martirizzata nel giugno 2020 durante gli attacchi aerei sulle aree di difesa Mediya, nel Kurdistan meridionale. Era un’importante leader del movimento delle donne curde ed era nota per la sua volontà di aiutare ogni donna a sviluppare una coscienza rivoluzionaria.

6. Nûcan Serdoz è stata martirizzata il 25 giugno 2020 a Hefatnin, sulle montagne del Kurdistan meridionale, dove la Turchia ha lanciato un’offensiva di guerra. Quando i suoi amici delle unità HPG e YJA-Star si trovarono in una situazione disperata, lei si precipitò in loro aiuto. Originaria della provincia curda settentrionale di Mardin, per molti anni aveva combattuto e organizzato il Movimento delle Giovani Donne e dell’YJA-Star ed era diventata un simbolo della ricerca disinteressata e determinata della libertà e dell’amicizia nello spirito del Movimento per la Libertà Curdo.

7. Zehra Berkel è stata coordinatrice del movimento femminile Kongra Star nella regione dell’Eufrate, in Rojava, e ha dedicato la sua vita alla costruzione delle istituzioni del Confederalismo Democratico fin dall’inizio della rivoluzione. Il 23 giugno 2020, lo stato turco ha effettuato un attacco aereo mirato contro di lei, Hebûn Mele e Emîna Weysî, donne che hanno anche avuto un ruolo importante nel movimento delle donne del Kongra Star.

8. Kerima Lorena Tariman era una combattente del New People’s Army (NPA), nelle Filippine, e ha combattuto contro lo stato corrotto e fascista che opprime il popolo indigeno. Era anche un’artista rivoluzionaria, poeta e giornalista. Anche se è cresciuta e ha studiato in città, dopo aver visto la realtà dei lavoratori contadini in lotta, ha deciso di dedicare interamente la sua vita alla lotta rivoluzionaria dell’NPA. È caduta martire a causa di un attacco dell’esercito filippino il 20 agosto 2021.

9. Malalai Maiwand era una giovane giornalista afghana che lottava per i diritti delle donne. Lavorava in una stazione TV e radio locale ed è stata minacciata sia dai talebani che dall’ISIS, ma non ha rinunciato al suo lavoro di reporter. Il 10 dicembre 2020, è stata attaccata mentre andava al lavoro ed è caduta martire.

Queste donne, le loro storie e le loro lotte sono solo alcuni esempi di donne resistenti e che si battono per la libertà con determinazione e nelle condizioni più difficili. La modernità capitalista combatte contro le donne rivoluzionarie e gli altri generi oppressi con tutti i mezzi. Sono state prese di mira da stati e gruppi oppressivi, ma la resistenza contro il patriarcato, lo sfruttamento e la prevaricazione non può essere spezzata. La loro lotta continua oggi nella lotta di tutte le donne rivoluzionarie e in lotta. Solo comprendendo la loro ricerca di libertà, esplorando i loro metodi e seguendo il loro cammino possiamo dare il giusto significato alla loro lotta. I/le caduti/e sono immortali.

Comunicato in occasione del 25 novembre

Insieme a tutte le donne che chiedono libertà, uguaglianza e pace, saremo in grado di costruire una Siria libera e di creare una Confederazione Mondiale delle Donne attraverso le nostre organizzazioni, idee e lotta ed essere pioniere in questa costruzione.

Traduciamo il comunicato pubblicato il 20 novembre 2021 da Women Defend Rojava.

All’opinione pubblica e ai media
Con lo slogan “Poniamo fine alla violenza e all’occupazione” noi lottiamo nello spirito di Hevrin Khalaf, Sosin Birhat, Hind, Saade, Deniz Poyraz, Leyla Agiri, Zahra Berkel e Kerima Lorena Tariman., donne che hanno combattuto contro lo stato-nazione patriarcale e in questa lotta hanno sacrificato la vita. La loro resistenza e la loro lotta eroica sono diventate il nostro modello per conquistare la libertà delle donne. Continueremo il loro cammino con determinazione e coraggio per avere una vita dignitosa e la liberazione delle donne.  

Alle compagne e sorelle
Le donne sono state sistematicamente assassinate per migliaia di anni, ma fino ad oggi, a livello internazionale, questo non è stato definito femminicidio. Le donne, le attiviste, coloro che fanno politica e lottano in tutto il mondo, hanno pagato un prezzo altissimo per il loro impegno contro l’oppressione e il genocidio, dall’America Latina alla Tunisia, dalla Turchia alla Polonia, dalla Siria all’India, dalla Bielorussia a Iraq, Libano, Pakistan e Afghanistan.

Il sistema dominato dagli uomini incoraggia la violenza globale usando religione e discriminazione basata sul genere e sul nazionalismo. Il martirio delle sorelle Mirabal per mano del dittatore Trujillo rappresenta un punto di svolta nella marcia della resistenza delle donne. Il giorno del loro martirio è usato come un momento storico per proclamare la resistenza delle donne all’oppressione, all’ingiustizia e alla tirannia. Nel 1999, sulla base di questo assunto, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso di dichiarare il 25 novembre di ogni anno come Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne in tutto il mondo, al fine di eliminare la violenza fisica subita dalle donne.

Specialmente in tempi di conflitto armato noi, come organizzazione di donne che operano nel Nord-Est della Siria, sappiamo che in queste situazioni le prime vittime sono le donne. In particolare nelle zone occupate dallo stato turco, le donne hanno sperimentato ogni tipo di violenza come stupri, torture, arresti, rapimenti e privazione della libertà. Lo stato turco in queste zone ha commesso numerosi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, mentre la comunità internazionale tace, nonostante il fatto che la violenza contro le donne in tutte le sue forme sia la violazione più diffusa dei diritti umani. Come indicato nelle risoluzioni delle Nazioni Unite, il 70% delle donne nel mondo è soggetto a violenza nella sua vita proprio per il genere a cui appartiene. La violenza si fa anche più feroce nel momento in cui diventa una pratica sistematica delle autorità e degli stati.

Il patriarcato e la violenza contro le donne hanno una lunga storia, così come la resistenza eroica che li contrasta. Tuttavia, la storia scritta dai potenti e dai governanti non parla della resistenza delle donne per consentire che potenti e governanti continuassero a mantenere unità e indipendenza. Noi pensiamo che il ventunesimo secolo sarà il secolo della liberazione delle donne, perché le voci di donne che chiedono libertà si stanno alzando in tutte le parti del mondo. Dalla regione che ha sconfitto l’ISIS grazie alla loro resistenza, delle donne gridano: “No alla violenza, no all’occupazione, no al conflitto armato, no alla guerra, no alla sostituzione demografica, no al genocidio, no all’assassinio delle donne”.

Noi, i movimenti delle donne di tutte le componenti del Nord-Est della Siria, dichiariamo di voler intensificare la nostra lotta contro la mentalità patriarcale, per un cambiamento della società basato sulla libertà e l’uguaglianza. Invitiamo le nostre sorelle in tutta la Siria a lavorare per un Paese libero e democratico e a creare un sistema che sostenga il diritto delle donne a vivere in sicurezza in tutte le sfere della vita.

Insieme a tutte le donne che chiedono libertà, uguaglianza e pace, saremo in grado di costruire una Siria libera e di creare una Confederazione Mondiale delle Donne attraverso le nostre organizzazioni, idee e lotta ed essere pioniere in questa costruzione: abbiamo la forza e la determinazione per farlo. Su questa base, noi, come donne del Nord-Est della Siria, porteremo avanti una serie di attività dal 20 novembre al 10 dicembre con lo slogan “Poniamo fine alla violenza e all’occupazione”.

Programma della campagna:

• Conferenze pubbliche e private per le donne nei villaggi, città, distretti e campi su: violenza e quale genere di violenza, violenza politica, diritto delle donne, forme di matrimonio.

• Conferenze pubbliche per cambiare la mentalità degli uomini.

• Corsi di formazione per uomini.

• Webinar.

• Realizzazione di un seminario di dialogo generale sulla lotta alla violenza contro le donne.

• Workshop sulla lotta alla violenza contro le donne

• Piattaforme pubbliche e programmi televisivi.

• Spettacoli e mimi in luoghi pubblici.

• Opuscoli sulla giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

• Marce speciali per le donne in tutte le province.

• Marce speciali per gli uomini in tutte le province.

• Una campagna di hashtag sui social media.

Comitato della campagna delle donne
del nord e dell’est della Siria per il 25 novembre 2021

A Jinwar è sbocciato un nuovo fiore

A Jinwar è sbocciato un nuovo fiore: è l’ambulanza per Sifa Jin!

A Jinwar, l’ecovillaggio delle donne, è sbocciato un nuovo fiore della solidarietà, della sorellanza e dell’amore internazionalista. Seminato e curato da Rete Jin col sostegno di Cisda, innaffiato da artist* di varie parti d’Italia con il regalo della loro arte, concimato da quant* hanno effettuato le donazioni. È l’ambulanza per Sifa Jin, il centro di salute e cura, acquistata grazie alla campagna di raccolta fondi “Arte per Jinwar”, in nome di un obiettivo comune: la costruzione del confederalismo mondiale delle donne. Jin, Jiyan, Azadi!

Il video di ringraziamento da Jinwar dopo l’acquisto dell’ambulanza per Sifa Jin

In Jinwar, the women’s ecovillage, a new flower of solidarity, sisterhood and international love has blossomed. This flower has been sown and grown by Rete Jin with the support of Cisda. This flower has been watered by artists coming from different parts of Italy who have donated their works of art. This flower has been fertilized by those who have made donations. This flower is the ambulance for Sifa Jin, the healthcare centre, bought thanks to the fundraising campaign “Art for Jinwar”, in the name of a common goal: the creation of the world women’s confederation.
Jin, Jiyan, Azadi!