Recuperare conoscenze saccheggiate dal patriarcato. Il centro sanitario delle donne – Intervista

La salute è lo specchio della società in cui viviamo e della nostra relazione con essa: solo una società libera dall’oppressione e dalla repressione sarà dunque una società sana.

Pubblichiamo la traduzione dell’intervista uscita il 18 maggio 2020 sul blog buen camino del giornale spagnolo el salto diario.
La stessa intervista si trova anche su Kurdistan América Latina.

Dopo la nostra ultima intervista sull’attività medica al fronte, continuiamo con la questione sanitaria secondo la prospettiva dell’autonomia delle donne, concretizzatasi in Jinwar, il villaggio situato nel Nord-Est della Siria, riservato esclusivamente alle donne. Ampliamo in forma scritta l’intervista realizzata dall’organizzazione giovanile “Arran” [della sinistra indipendentista catalana – n.d.t.] alla compagna internazionalista che ha creato il centro sanitario nel quale lavora come dottoressa. Ci parla della situazione attuale della guerra e della pandemia, della prospettiva della salute e di come tutto ciò sia connesso alla liberazione delle donne e alla loro autonomia.

A grandi linee, come si presenta la situazione della pandemia del Covid-19 nel Nord e nell’Est della Siria?

Finora la pandemia ha interessato a livello medico gli Stati circostanti, ma non la Federazione democratica del Nord e dell’Est della Siria, dove si sono registrati solo due casi isolati più d’una settimana fa; ciononostante, da un mese e mezzo l’Amministrazione autonoma di questo territorio ha adottato tutte le misure preventive, ha chiuso le frontiere, instaurato il coprifuoco e lanciato una campagna di educazione e sensibilizzazione sulle procedure materiali necessarie a prevenire il Coronavirus.

Fin qui la storia è la stessa che in molte altre zone del mondo: la differenza rispetto agli altri Stati, sta nel fatto che qui l’amministrazione questi provvedimenti li adotta a favore del popolo, cioè con l’obiettivo di proteggere la società anziché di approfittarne per trarre vantaggi economici o aumentare il proprio potere sulla popolazione. Oltre all’adozione delle misure si cerca di tener conto, per quanto possibile, delle esigenze della società, e a tal fine si sono creati dei comitati che operano per risolvere le difficoltà che sorgono in questi momenti, in relazione alle necessità primarie – benché ovviamente, trattandosi d’un momento complesso, vi siano difficoltà rimaste tuttora prive di soluzione; ad esempio si stanno assegnando aiuti alimentari alle fasce della popolazione con meno risorse, e dinanzi all’aumento della violenza domestica di genere s’è deciso di permettere alle organizzazioni delle donne di continuare a tenere le proprie riunioni per poter dare risposte, poiché l’organizzazione rende le donne meno vulnerabili a questo tipo di violenza.

L’analisi della pandemia elaborata qui è che essa sia conseguenza diretta dello sfruttamento indiscriminato della natura da parte del sistema capitalista nel quale viviamo e della mentalità che ne deriva, i quali generano forme di vita incompatibili con l’esistenza: diviene dunque più ovvia che mai la necessità di costruire una società fondata sulla democrazia, sull’ecologia e sulla liberazione della donna, che sono i pilastri di questa rivoluzione.

È molto presente anche l’idea che il Coronavirus sia oggetto d’una strumentalizzazione mirata a condurre una guerra psicologica, e di fronte a ciò si considera assai importante evitare che tra la popolazione si diffonda il panico; si presta particolare attenzione al trattamento dell’informazione nei mezzi di comunicazione e per loro tramite si diffondono riflessioni per aiutare la gente a comprendere la situazione: di questi tempi, i media sono più che mai strumento pedagogico. Inoltre, si esorta la popolazione a difendere la società da questa aggressione, proprio com’è abituata a fare di fronte ad attacchi d’altro tipo: l’appello al rispetto delle misure di prevenzione va a beneficio non della singola persona ma della società. Su questa linea sono nate anche iniziative popolari, come la fabbricazione casalinga di ventilatori meccanici sviluppata da un gruppo di ingegneri, o il fatto che varie cooperative di donne abbiano convertito l’attività produttiva abituale in fabbricazione e diffusione gratuita di uniformi per il personale sanitario e mascherine, prefigurando così anche un’economia al servizio delle esigenze del popolo.

Ma in questa terra l’attacco del Coronavirus non è l’unico al quale far fronte: ci troviamo in un territorio in conflitto bellico costante, e così è tuttora, nonostante il mondo si sia paralizzato per la pandemia. Gli attacchi dello Stato fascista turco e dei suoi mercenari jihadisti non solo non sono cessati, ma sono anzi aumentati di frequenza in diverse zone, con artiglieria pesante, requisizione di beni, sequestri di persona, tagli all’acqua e all’elettricità; inoltre, sia lo Stato turco che quello siriano si servono del Coronavirus come arma biologica, tentando di spedire in questo territorio persone contagiate per diffondere il virus e indebolire la società. Ancora, non dobbiamo dimenticare che l’embargo continua e che l’OMS ha rifiutato ogni tipo di soccorso a quest’amministrazione autonoma, poiché tale aiuto equivarrebbe al riconoscimento ufficiale dell’esistenza di un territorio organizzato ai margini dello Stato.

In che cosa consiste l’attività specifica che stai svolgendo?

Ora vivo a Jinwar, la città delle donne. Qui noi donne, con bambine e bambini, seguiamo un modello di vita comunitario, unendo le forze per costruire uno spazio libero dall’oppressione nel quale autogestire le diverse sfere della vita (alimentazione, salute, istruzione ecc.) seguendo i princìpi di democrazia, ecologia e liberazione della donna. Il villaggio è stato inaugurato nel 2018 e fin dall’inizio uno degli elementi del progetto era la costruzione di una clinica per le donne e le nascite. Sono dottoressa e da quattro mesi mi sono trasferita qui per aiutare nell’apertura della struttura, di cui abbiamo festeggiato l’inaugurazione il 4 marzo nell’ambito di una settimana di mobilitazione per l’8 marzo, Giornata internazionale delle donne; il nostro servizio copre, oltre a Jinwar, circa venticinque villaggi dei dintorni. La clinica si chiama “Şîfajin”, che significa “cura per le donne”: in essa s’intrecciano la medicina convenzionale e quella naturale, con produzione autonoma di medicinali, attività di educazione sanitaria e ricerche nei dintorni per recuperare e riprodurre i rimedi naturali della zona.

Cosa molto significativa, è essere riuscite ad aprire la struttura appena prima dell’istituzione del coprifuoco. In questi momenti, nei quali la salute diviene questione cruciale, l’ospedale della città più vicina è chiuso ed è aumentata la violenza domestica di genere, assume quindi speciale importanza il nostro ruolo di pedagogia, assistenza medica e solidarietà alle donne, alle persone minori di età, alle bambine e ai bambini della zona.

Come si configura, nel quadro ideologico della rivoluzione, la questione della salute?

Nell’ambito del sistema sanitario pubblico vi sono due strutture, militare e civile, e due tipi di ospedali, situati nei centri abitati principali: gli “ospedali del popolo”, aperti a tutte e tutti, e gli ospedali militari, riservati alle Forze di difesa del Popolo; parallelamente continuano a funzionare cliniche e ambulatori privati e anche ospedali del regime in due città.

L’obiettivo è costruire un sistema sanitario democratico e gratuito. La gratuità è ormai praticamente in vigore, rimangono a pagamento solo alcuni interventi chirurgici presso alcuni ospedali civili e anche alcuni dei medicinali per la terapia domiciliare da acquistare in farmacia. Per quanto riguarda la partecipazione della popolazione, rimane ancora molto lavoro da fare. L’idea è avere – a tutti i livelli organizzativi della società, dalle comuni ai quartieri urbani, ai gruppi di abitazioni isolate, ai villaggi fino ai livelli superiori – dei comitati di salute pubblica che provvedano alle necessità attuali in relazione a quest’ambito della vita e si adoperino per cambiare la prospettiva in materia di salute.

La percezione della salute egemonica nella quale viviamo è strumentale al sistema capitalista: è quella che, insieme al metodo scientifico, è stata ed è strumento indispensabile per la sua instaurazione e perpetrazione. I sistemi sanitari attuali e l’odierna prospettiva sulla salute obbediscono agli interessi del mercato, a danno della natura; generano soggetti alienati dal proprio corpo e dalla propria mente, con l’unico obiettivo di ridurli a forza-lavoro in totale dipendenza dallo Stato per la cura della propria salute, vissuta piuttosto come oggetto di consumo. Tutto ciò costituisce un fattore indispensabile nello sviluppo della pandemia mondiale che viviamo oggi.

La prospettiva sanitaria che stiamo tentando di instaurare con la rivoluzione è quella della “salute naturale”: concetto non soltanto legato a terapie naturali e autogestite, bensì a un radicamento nella società di valori, coscienza e conoscenza necessari a edificare una società fondata su democrazia, ecologia e liberazione della donna. Non si tratta di rifiutare in assoluto i progressi raggiunti dall’industria chimica e tecnologica, a patto che siano al servizio dei bisogni della gente e rispettino la natura.

La salute è lo specchio della società in cui viviamo e della nostra relazione con essa: solo una società libera dall’oppressione e dalla repressione sarà dunque una società sana.

Tenendo conto del fatto che il progetto si svolge a Jinwar, quale legame si stabilisce tra la gestione popolare della sanità e l’autonomia delle donne?

Come commentavo poco fa, obiettivo di questa rivoluzione è una società fondata sulla democrazia, sull’ecologia e sulla liberazione delle donne. La gestione della sanità deve porsi al servizio di questi traguardi e dunque, intrinsecamente, non può che promuovere l’autonomia delle donne. Due elementi chiave per avanzare in questa direzione sono l’Accademia della Salute e progetti come la Şîfajin, la clinica di Jinwar. All’Accademia della Salute decine di studenti, in maggioranza donne, si preparano a diventare dottoresse e dottori, con una formazione quadriennale che, oltre alla scienza medica, investe anche la prospettiva della salute naturale e quindi le idee e i valori d’una società democratica, ecologica e fatta di donne libere. In un contesto nel quale i medici donne praticamente non esistono, ecco un fatto di grande rilievo. L’assistenza medica che le nuove generazioni offriranno rappresenterà un contributo importantissimo al cambiamento.

Stiamo vivendo la rivoluzione delle donne, e uno dei princìpi guida è che le donne devono essere l’avanguardia della rivoluzione. L’oppressione degli uomini sulle donne e l’instaurazione del patriarcato cinquemila anni or sono è stata fattore imprescindibile della nascita dello Stato e dei vari sistemi di dominio: fu attraverso la mentalità maschile dominante che si crearono le diverse strutture sociali che hanno sistematizzato l’oppressione – guida del cambiamento non possono dunque essere gli uomini, né la mentalità maschile egemonica sotto la quale sono educati a causa del patriarcato, poiché è stata proprio questa mentalità ciò che ci ha condotto fin qui.

Per comprendere l’importanza del ruolo rivoluzionario delle donne nell’ambito della salute, dobbiamo poi risalire alle radici della prospettiva corrotta sulla salute nella quale viviamo, radici che vanno ricercate nella caccia alle streghe perpetrata nei secoli XV-XVIII dalla Chiesa e dallo Stato in Europa e, più tardi, estesa per mezzo del colonialismo.

Furono assassinate migliaia di donne, molte delle quali legate alla medicina; i loro saperi furono espropriati ed esse furono estromesse dalla pratica medica, che divenne professione riservata agli uomini; al tempo stesso, nascevano il metodo scientifico e la scienza moderna, patriarcale nelle sue radici e sviluppatasi a prezzo della sperimentazione condotta tramite metodi atroci sui corpi delle donne. Tutto ciò, insieme a molti altri mutamenti imposti a livello sociale, costituì la base dello sviluppo del capitalismo, nonché dell’ottica sanitaria ad esso strumentale. Dinanzi a tutto questo, è imprescindibile un movimento delle donne che guidi la rivoluzione in ambito sanitario e, parallelamente, una riscrittura della storia secondo la prospettiva delle donne e la creazione d’una scienza costruita a misura di donna: la Jineolojî.

L’apertura della Şîfajin proprio a Jinwar è cosa molto significativa. Jinwar aspira ad essere esempio, guidato da donne, della società democratica, ecologica e di donne libere per la quale lottiamo.

Quali lezioni state traendo dall’attuazione del progetto?

Come sperato, molti dei problemi sanitari che spingono le donne alla Şîfajin sono legati al loro ruolo domestico, alle funzioni ch’esse svolgono, alla situazione d’oppressione che vivono.

Apprezzano il tipo d’assistenza che offriamo, libero dalla violenza e con una chiara intenzione di prenderci cura della loro salute e renderle partecipi [del processo terapeutico], al di là del trattamento concreto che forniamo loro.

Abbiamo constatato che l’ottica sanitaria capitalista, che punta a soluzioni immediate basate sui farmaci, e che perpetra l’alienazione in relazione ai processi che avvengono nel nostro corpo e nella nostra mente, è assai radicata presso le donne; ma al tempo stesso osserviamo che in loro sopravvive una certa curiosità per i rimedi naturali e il desiderio di formarsi e acquisire conoscenze intorno al tema della salute.

Tre delle donne che lavorano nella clinica ve ne sono alcune molto giovani, alla loro prima occupazione extradomestica, e imparano mentre lavoriamo insieme e costruiamo il progetto. È magico assistere alla loro trasformazione, avvenuta in così poco tempo: motivate e felici, sono già alla guida di alcune unità operative della Şîfajin. L’équipe va consolidandosi giorno dopo giorno e tutte diamo il nostro contributo all’apprendimento delle altre e alla realizzazione del progetto.

Dopo l’apertura, diverse donne dei dintorni e le loro famiglie hanno manifestato interesse a seguire una formazione clinica: dinanzi a queste richieste abbiamo deciso di aprire il progetto, consentendo alle donne che vogliano apprendere di trascorrere un periodo di sei mesi insieme a noi, imparando dalla prassi quotidiana e mediante seminari e dibattiti. Si apre così un’altra porta, una nuova possibilità d’autonomia per le donne e di mutamento della prospettiva nel campo della salute.

Infine, nel breve arco di tempo che abbiamo passato a lavorare, stiamo anche toccando con mano come la Şîfajin possa rivestire un ruolo assai importante nel rafforzamento dell’unione tra le donne e nel generare consapevolezza dell’oppressione di genere che viviamo. Noi donne – curde, arabe e internazionali – ci troviamo nello spazio-tempo generato dalla Şîfajin per la cura di donne e neonatx, proprio in seno al popolo delle donne: mettiamo in comune esperienze e conoscenze, discutiamo e al tempo stesso sperimentiamo insieme, per qualche momento, l’atmosfera e le sensazioni che si esprimono in uno spazio non governato dalla mentalità maschile dominante.

Qual è la situazione attuale in Rojava, all’indomani dell’invasione dell’ottobre scorso? Quali ripercussioni ha avuto sulla rivoluzione, e questa come prosegue?

Per affrontare questo punto dobbiamo risalire a prima dell’ultima invasione. Questo è un territorio sotto attacco costante. Di fatto, la rivoluzione del Rojava nasce da una delle falle apertesi in tempo di guerra e ancor oggi si costruisce in un contesto di guerra. Un fatto molto importante è che il processo rivoluzionario non si congela di fronte agli attacchi bensì, dinanzi ad ogni ostacolo, ricerca il percorso alternativo, la possibilità offerta dal momento. Ad esempio, durante l’occupazione di Serêkaniyê e Girê Spî, con l’impressionante resistenza creatasi, ma anche col ruolo svolto a livello diplomatico in quel momento, siamo riuscitx ad ottenere che la rivoluzione della Siria del Nord e dell’Est e le idee che la animano, trovassero diffusione ancora maggiore a livello mondiale e che l’esistenza di questo territorio autonomo fosse ogni volta più riconosciuta e legittimata, pur senza essere uno Stato.

Dall’invasione di Afrîn del 2018, ci troviamo ad affrontare una nuova fase nella quale lo Stato turco, oltre alla volontà di sterminare il popolo curdo, ha l’obiettivo di restaurare l’Impero ottomano. In questo territorio si stanno combattendo cinque tipi di guerra permanente: la guerra militare, quella psicologica, quella economica, l’attacco alle donne e alle loro strutture organizzative, la sostituzione demografica.

Si alternano periodi di guerra calda, caratterizzati da attacchi militari su vasta scala con l’obiettivo dell’occupazione diretta di nuove parti del territorio, e periodi di guerra fredda. I primi corrispondono alle occupazioni di Afrîn, Serêkaniyê o Girê Spî e sono stati un duro colpo sul piano economico per l’importanza di queste località a livello industriale e agricolo (specialmente olivi e grano). Nei periodi di guerra fredda, come l’attuale, lo Stato turco, i suoi mercenari jihadisti e i suoi alleati internazionali, continuano a sferrare attacchi militari di minore intensità e, benché sempre presenti, assumono speciale importanza gli altri tipi di guerra: l’embargo, gli attacchi alle stazioni elettriche, i tagli alle forniture idriche, l’incendio di campi coltivati, la propaganda per diffondere l’ideologia fascista, la tentata accentuazione epidemica del Coronavirus, la sostituzione demografica nei territori occupati, le costanti minacce d’una nuova invasione, ecc. In ogni momento le donne sono bersaglio diretto e sono sempre loro, in virtù del loro ruolo nella società, a soffrire maggiormente le conseguenze delle varie aggressioni.

In uno scenario simile, affinché la rivoluzione continui è necessario reagire senza tregua ai diversi tipi d’attacco, con preparativi a livello militare, educazione della popolazione, riapertura più rapida possibile di collegi, accademie e atenei, il potenziamento dei mezzi di produzione locali (produzione comunitaria o familiare, cooperative ecc.) e loro mantenimento in attività, indipendentemente dalla situazione sul piano bellico, del rafforzamento delle organizzazioni delle donne e delle loro attività e della coesione sociale.

Sopra ogni altra cosa, tuttavia, per creare e mantenere con forza quanto finora realizzato, l’importante è che il desiderio di vita libera e comunitaria sia tanto intenso da non lasciarci contemplare altro cammino che quello di lottare per costruirla, che a muoverci sia l’amore, e che tutte insieme colmiamo di significato ogni momento che viviamo. Allora la rivoluzione non morirà.

Sulla bellezza

Nel mondo odierno pieno di bruttezza, ingiustizia e malvagità, non è l’estetica delle forme fisiche, aumentate, che costituisce la bellezza; solo le donne che difendono la vita con la lotta possono creare bellezza.

dal Comitato di Jineolojî (18 maggio 2020)

 “Chi è una persona bella, cosa è meritevole e degno di essere amato, quale identità e personalità dovrebbe essere amata di più, chi sa avere comportamenti che portano all’amore? Dobbiamo essere in grado di cercare, rivelare e sviluppare la bellezza e ciò che è più amabile. Il tuo scopo in queste fila è raggiungere la capacità di essere una fonte di amore e bellezza.” (Abdullah Öcalan)

Prima che l’estetica fosse confinata alla sfera della filosofia e dell’arte, prima che fosse concepita come un corpo femminile seducente per i desideri degli uomini, ciò che era percepito come sacro e bello era tutto ciò che aggiungeva valore, bellezza e significato alla vita. Öcalan lo nota in modo adamantino: “Non riconosco la bellezza al di fuori di una società etica e politica. La bellezza è etica e politica! Specialmente con la continua ascesa del potere e dello Stato, la bellezza e la bontà si sono potute proteggere soltanto con la lotta. Il detto di Zoroastro: “pensa bene, parla bene e agisci bene” ha aperto la strada a princìpi, un sentiero su cui molti, come Máni, Buddha, Confucio e Socrate, hanno sviluppato ragionamenti per difendere i valori sociali.

Eroi, profeti, totem, divinità, religioni e credenze sono emersi nelle culture di tutti i popoli del mondo, mostrando alle persone la strada per la bellezza, la bontà e il benessere. Nel periodo più lungo della storia umana le donne sono state viste come una fonte di bellezza, poiché personificavano tutto ciò che è sacro nella vita e la rappresentazione delle donne nella cultura comunitaria di questa società.

In tempi antichi, in periodi in cui le condizioni di vita per gli umani erano limitate, tutto ciò che rinforzava le condizioni per la riproduzione, il nutrimento e la protezione era riverito e considerato bello. Tra i manufatti archeologici più significativi dei periodi del Paleolitico e del Mesolitico ci sono figure femminili sulle quali si è molto dibattuto, a cui ci si riferisce comunemente come “Venere”, e che rappresentano questo fenomeno. Nonostante gli scarsi mezzi di sussistenza di una vita non sedentaria, in cui era quasi impossibile essere corpulente, la venerazione della fertilità e le Veneri giocarono un ruolo notevole nella vita e divennero i simboli dei valori sociali quali la bellezza e il sacro. Queste figure rappresentano donne con pance abbondanti e seni prominenti che pendono sui loro larghi fianchi e che sono spesso in procinto di partorire.

Nella geografia del Medio Oriente si possono trovare figure femminili più grandi e più significative dalla prima era Neolitica, a partire circa dal 6500 a.C. Tra le più antiche fra queste ci sono le case di Çatal Hüyük con rilievi che rappresentano donne, datate tra il 6500 e il 5600 a.C. In questi rilievi esse sono generalmente gravide e hanno ampi seni. Öcalan fa riferimento alla fonte delle figure femminili di Çatal Hüyük quando scrive che: “La rivoluzione del Neolitico (…) ha avuto luogo nella culla dei fiumi Eufrate, Tigri e Zab. Inizia lì e va fino a Çatal Hüyük. Le donne sono le prime a sviluppare agricoltura e allevamento animale. Lei è dipinta come se si stesse facendo proteggere da due leopardi. Negli scavi di questi siti sono emerse molte figure femminili a indicare che il potere delle donne era diffuso. La famosa Potnia Theròn (signora degli animali) tra quelle che sembrano essere due pantere è sia madre sia giudice della natura. Secondo un archeologo, Potnia dev’essere stata la madre delle altre dee, che sarebbero state una fonte di speranza per i contadini e i pastori dall’inizio del Neolitico fino all’ascesa delle religioni monoteistiche di dominazione maschile.

In periodi successivi, le comunità rurali matriarcali espressero il significato di bellezza, fertilità, gentilezza e bontà nella devozione alla dea. Inanna per i Sumeri, Ishtar per gli Accadi, Astarte per i Cananei, Kubaba e poi Cibele per gli Urriti e gli Ittiti, al-Uzza per la penisola araba, Demetra per le culture latine e Afrodite per i Greci, tutte rappresentavano simboli, rituali e pratiche comuni. Sono tutte dee della fertilità, dell’amore e della bellezza. Öcalan afferma che la tradizione di Inanna-Afrodite rappresenta una femminilità che non ha ancora perso la sua bellezza, l’attrazione sessuale e la forza fisica. Ciò che è rappresentato dalle dee quindi è la tradizione agricola della società, il suo modo di vivere etico-politico. È ancora possibile trovare tracce delle culture delle dee nei resti delle società etico-politiche e riconoscere le immense lotte generate in luoghi in cui questa cultura è forte.
Sebbene non ci sia traccia di essi alla prima apparizione al fianco delle dee, gli dei sono emersi all’inizio come i loro figli piccoli e poi come i loro mariti. Dumuzi accanto a Inanna, Tammuz accanto a Ishtar, Baal con Astarte, Attis accanto a Cibele, Osiride con Iside e Adone accanto ad Afrodite. Il sacro rito del matrimonio, che è un’unione della dea con il suo partner scelto, tenuto all’inizio della primavera, aveva luogo secondo i termini delle dee. I tributi sono collegati alla bellezza e alla fertilità di questo processo. In autunno, Dumuzi, Tammuz, Baal, Attis, Osiride e Adone muoiono, rappresentando il ritorno della natura alla terra, solo per essere riuniti di nuovo alle dee all’inizio della primavera. Queste storie mitologiche prevalgono ancora nelle nostre epopee, quali quelle di Leyla e Majnoun, Mem e Zîn, Kerem e Aslı, Tahir e Zühre, Yusuf e Zulaikha, Arzu e Qamber, Siyabend e Xecê, storie che vengono raccontate ancora oggi. La bellezza delle donne decantata nelle storie d’amore dell’epica rappresenta in effetti le dee come fonte di bellezza e vita, esprimendo i desideri di quel tempo. Per questa ragione, in queste tragiche storie d’amore, l’amore viene sempre attaccato da forze malevole, gli amanti non riescono mai a incontrarsi in questo mondo malvagio, ma il loro amore rimane la fonte della vera bellezza. Questo è il motivo per cui Shirin e Farhad si dicono:

Ho trovato la perfezione soltanto in te
D’ora in poi non posso sperare di creare la perfezione
La mia prima sconfitta è la mia sconfitta suprema
Il lavoro di Farhad è completo
Shirin si oppone alle parole di Farhad.
Dice: … ci siamo già avventurati nella creazione
A tutte le bellezze verrà chiesto di noi
Abbiamo iniziato la cosa buona e giusta
Il nostro pensiero cercherà sempre l’eternità
Elimina tutto ciò che hai creato, se vuoi
Se vuoi, crea tutto di nuovo
Se vuoi, racconta di una passione che non diminuirà
Cammina verso i tempi che ci aspettano
Voglio che superi la mia bellezza
Non voglio rimanere da sola nella natura
Devo concepirmi con ciò che hai creato
Dammi maggiori bellezze…

[traduzione non ufficiale]

Per molto tempo, la bellezza ha trovato significato nella forma dei valori collettivi. Le persone che erano coraggiose, si sacrificavano ed erano modeste, quelle che vivevano nella comunità, quelle che non si piegavano davanti all’ingiustizia, erano viste come belle. Prima che le nostre menti fossero avvelenate dai paradigmi positivisti della scienza, erano le fiabe, l’epica, le canzoni dei dengbej [lamentazioni dei cantastorie curdi], le poesie e i proverbi a essere la maggiore fonte di educazione sociale, descrivendo e diffondendo ciò che era bello, buono e giusto. Comunque, le percezioni della bellezza sono cambiate sempre di più nel tempo.

Tra quelli che hanno formato la nostra nozione di bellezza c’è Aristotele. Egli definì la bellezza con ideali e proporzioni matematiche. Disse: “Le forme principali di bellezza sono ordinate, simmetriche e precise, in special modo con la dimostrazione della scienza matematica” e pretese di esprimere ciò nella “regola aurea” della matematica. Secondo questo principio, questa caratteristica misurabile era vista come la fonte della bellezza dei volti, dei corpi e dell’arte, nei dipinti e nelle sculture dei Greci, dei Romani e degli artisti del Rinascimento perfino i corpi delle donne e degli uomini erano rappresentati con questa formula. La Monna Lisa di Leonardo da Vinci fu creata in questo modo. Mentre da una parte nell’arte la bellezza era idealizzata ed espressa, dall’altra era sempre più ridotta alla sua apparenza fisica e all’essere una tendenza artistica. Specialmente la “bellezza interiore”, come era stata considerata dalla filosofia orientale, venne messa da parte. L’unica bellezza che sembrava avere senso e avere valore era quella che seduceva lo sguardo ed era espressa nella forma.

Oggi, i volti e i corpi sono tagliati e ricostruiti con la chirurgia plastica come se fossero fatti di argilla, per raggiungere standard matematici come “la sezione aurea”. I corpi e gli organismi viventi sono trasformati in repliche di statue. Le definizioni di bellezza, per essere precisi di bellezza delle donne, seguono le affermazioni di Aristotele che definiva le donne come “uomini mutilati”, esseri inferiori agli uomini. Dichiarando che le misure ideali dei corpi delle donne sono 90-60-90, dichiara difettosa qualsiasi altra forma o dimensione dei loro corpi. Perfino quando queste forme e standard sono impossibili da raggiungere per una grande maggioranza di donne, specialmente non in modo sano, c’è un interesse particolare nel far sì che le donne investano il loro tempo e la loro energia nel raggiungimento di questi ideali. Come risultato, molte donne si trovano ad avere problemi di salute, per ragioni fisiche o psicologiche, incluse la depressione e altri disturbi mentali. Di conseguenza, le donne ritenute incapaci di raggiungere quegli standard idealizzati di bellezza sono condannate a soffrire complessi di inferiorità per tutta la vita. Le persone sono indotte a temere i cicli naturali della vita, ad avere paura dell’invecchiamento e della maturità. Invece di vivere la bellezza intrinseca di ogni età, piangiamo per la perdita visibile di giovinezza e “bellezza”. Ogni ruga, ogni capello bianco nello specchio diventa una fonte di dolore.

Finché non abbelliremo la vita, tutte le bellezze esistenti saranno in pericolo. Le foreste antiche, i fiumi fecondi, i litorali vivaci, vengono guardati avidamente dalle compagnie, dagli Stati e dai mercati che hanno come fine l’interesse e il profitto. Ogni giorno, edifici di cemento, dighe e altre infrastrutture distruggono le bellezze naturali, spesso in maniera irreversibile. La natura sta perdendo la sua difesa. Le giovani donne belle sono vendute come oggetti dai loro genitori per matrimoni con vecchi uomini ricchi, oggetti alla mercé e al servizio di coppie abusanti e violente, merci che generano soldi sul mercato. Le donne sono anche state private con la forza dei loro mezzi di difesa. Ogni giorno, le donne sono uccise dai loro partner in nome dell’amore. Ci sono molti testimoni di come l’ISIS o gruppi simili scelgono le “ragazze più carine” da vendere come schiave sessuali. In altre parole, in un mondo così brutto la bellezza che non è protetta né organizzata rischia l’uccisione o lo stupro. Questo è il motivo per cui dobbiamo vivere la bellezza collettivamente – e dobbiamo creare spazi affinché ciò accada. Solo affermando i nostri valori etici ed estetici in tutte le sfere della vita, incluse politica, economia e cultura, possiamo stabilire coscientemente standard di bellezza, vivere in modo bello e diventare fonti di bellezza.

In questo senso, si può rendere la vita più bella combattendo contro la bruttezza, l’ingiustizia e la malvagità intorno a noi. Specialmente in quanto donne noi dobbiamo essere consce della nostra responsabilità di abbellire la vita, perché siamo sempre state le maggiori vittime della bruttezza. Come espresso magnificamente dalla guerrigliera e compagna Bêrîtan (Gülnaz Karataş) dopo un’azione a Rubaruk in cui venne colpita in volto da un proiettile nemico: “Guarda quanto si può essere belle. Sono così bella ora.” La compagna Bêrîtan è una delle prime a comprendere che non abbiamo scelta se non quella di essere belle attraverso la lotta. Questo diventa anche più evidente quando consideriamo gli ultimi sviluppi, quali il sistematico aumento di violenza contro le donne. Non sto parlando soltanto di difenderci fisicamente con le armi. Le donne che democratizzano la politica, le donne che rischiano la vita per proteggere la comunità e le altre donne, le donne che educano loro stesse e quelle intorno a loro, le donne che vivono nella comunità, le donne che salvano l’equilibrio ecologico, le donne che combattono per crescere i loro figli in territori liberi, con le loro identità… e molte altre, sono tutte donne che si rendono belle combattendo. Nel mondo odierno pieno di bruttezza, ingiustizia e malvagità, non è l’estetica delle forme fisiche, aumentate, che costituisce la bellezza; solo le donne che difendono la vita con la lotta possono creare bellezza.

In questo senso, c’è qualcosa di più bello delle giovani donne che combattono il fascismo dell’ISIS?

Zozan Sîma, membro del Comitato di Jineolojî

Le donne, la fatica e le risate

Abbiamo assistito a un giorno nella vita delle guerrigliere. Un giorno pieno di fatica e risate. Quando le guerrigliere lavorano, un sorriso appare sui loro volti. Quando le guerrigliere ridono, il loro sguardo si illumina.

di ZEYNEP NERGÎZ BOTAN su ANF English (18 maggio 2020)

Un altro giorno nelle zone della guerriglia. Il sole sta sorgendo lentamente. Ma il “Rojbaş” [buongiorno] della guerriglia ha ridestato tutte prima del sole.

Quella voce è un “buongiorno” al mondo: “Risvegliamo ancora una volta l’umanità, svegliamo il mondo da un sonno mortale. Siamo l’acqua che impedisce all’albero dell’umanità di rinsecchirsi.”

Ai giovani quella voce ha detto: “Per vendicare milioni di giovani che hanno dato le loro vite per la libertà. Per i nostri antenati che furono schiavizzati sulla via della libertà in Kurdistan. La loro unica speranza era che i loro nipoti si sarebbero vendicati.”

Ancora una volta, siamo state accolte dalle guerrigliere con amore e ospitalità. Il sorriso delle guerrigliere non stanca mai. Abbiamo assistito a un giorno della guerriglia.

Il video di ANF News

Un giorno pieno di fatica e risate. Ogni volta che le guerrigliere lavorano, le risate appaiono sul loro volto. Ogni sorriso è accompagnato da uno sforzo maggiore.

Mi domando: qual è il segreto? Come può una persona stancarsi così tanto e rimanere così tanto gradevole? Con l’amore e l’affetto, lo spirito dell’essere umano si risveglia. Tutto il carico sulle spalle dell’essere umano è sollevato. Funziona benissimo. Quando la guerrigliera ride, il suo sguardo risplende. Quando le donne uniscono il sorriso alla fatica, diventano sempre più belle.

Come cresce la fatica negli occhi della guerrigliera? Come combina l’amore e la devozione? Volevamo che il titolo di questo articolo fosse “Donna, fatica e risate”. Lasciamo che la fatica e la risata siano il segno che distingue le donne.

Queste donne lavorano contro l’occupazione, combattono per le donne. Questa lotta le fa crescere ogni giorno di più. La vita nell’area autonoma della guerriglia è meglio di qualsiasi altra cosa.

Nella guerriglia lo stare con le compagne, la condivisione, l’amore e la lealtà sono al livello più alto. La comandante Nuda voleva inviare due guerrigliere per una lunga missione. Quando ha mandato le guerrigliere in servizio, non ha dimenticato di far loro qualche raccomandazione.

Quando le guerrigliere sono tornate, non c’erano segni di fatica sui loro volti. Un giorno di guerriglia passa così. Il giorno è finito con risate, amore e saluti.

Trasformiamo questo secolo nell’era della rivoluzione delle donne!

Comunicato della KJK (comunità delle donne del Kurdistan) in occasione dell’8 Marzo, Giornata Internazionale delle Donne

Donne, sorelle, compagne,

Stiamo attraversando un periodo storico, una fase di transizione che accade una volta in un secolo. Il vecchio viene superato e il nuovo aspetta di essere costruito. Questa volta non saranno i governanti, ma noi, che determineremo come sarà il nuovo!

Noi, le donne il cui cuore batte per la libertà, la rivoluzione e la vera uguaglianza, siamo la forza rivoluzionaria di quest’epoca! Siamo noi che costruiremo una vita libera ed equa.

Vediamo come il sistema patriarcale-capitalista che proliferava nel XX secolo come sistema su scala globale, oggi più devastante che mai, non è più sostenibile. Questa situazione è evidente nell’espansione e nell’acuirsi delle crisi in tutto il mondo. L’aumento di guerre, sfollati, morti, catastrofi climatiche, ecocidi, povertà e violenza mostrano i livelli di questa crisi e il caos.

Nel primo quarto del XXI secolo, il sistema capitalista globale ha aumentato gli attacchi contro le donne, particolarmente colpite da guerre, massacri, sfollamenti, violenze e privazioni di ogni tipo solo in quanto donne.

Allo stesso tempo, è proprio la nostra lotta per la liberazione, l’uguaglianza e la giustizia a porre la più grande sfida a questo sistema di dominio. Oggi più che mai ci stiamo organizzando per affrontare il sistema patriarcale che esiste da oltre 5.000 anni, alzando la voce contro l’oppressione, l’ingiustizia e lo sfruttamento e chiedendo libertà e uguaglianza. Noi donne ci opponiamo a tutte le forme di molestie e stupri, sessismo, disuguaglianza, esclusione, schiavitù, sfruttamento e disciplina causate dalla mentalità imposta da questo sistema! Siamo in piazza per dare un senso e un contenuto ai diritti e a quelle libertà scritte su carta! Dobbiamo abbattere i confini e le disuguaglianze imposte dai sistemi religiosi, legali e giudiziari che determinano e influenzano ogni aspetto della nostra vita! Contro l’occupazione, la distruzione, la deforestazione, l’inquinamento, la mercificazione e lo sfruttamento della natura e contro la mentalità che beneficia pochi individui a scapito della maggioranza, noi donne siamo in prima linea!

Oggi, i movimenti delle donne costituiscono la più grande forza anti-sistema in tutti gli angoli del mondo. Facciamo parte del movimento sociale più popolare del nostro tempo e come tale abbiamo costruito il potere di mobilitare grandi folle in un tempo molto breve. Siamo consapevoli della nostra forza!  Della nostra capacità di creare le forme d’azione più creative, rumorose e ispiratrici. È giunto il momento di misurare il potere della nostra creatività.  Siamo noi donne che stiamo scuotendo il sistema dominante, abbattiamolo!

È nel corpo delle donne che si esprime più profondamente la dualità delle battaglie tra libertà e schiavitù, pace e guerra, uguaglianza e sfruttamento, antiche quanto il sistema patriarcale.  La forma più cruda della Modernità Capitalista si esprime nella realtà delle donne, perché la donna è, per il nostro movimento, la prima schiava, la prima ad essere considerata un oggetto, la prima classe e la prima colonia della storia. Questo ha portato a una tale rottura che ha spianato la strada a tutte le altre forme di oppressione che ne sono seguite.

Che siano umani o animali, persone o classi sociali, per paese d’origine o per essere lavoratori, non c’è nulla che il sistema dominante non abbia oggettivato. Il fatto che noi donne costituiamo il primo ciclo di questa catena di sfruttamento dimostra che la nostra condizione è una delle principali contraddizioni sociali irrisolte.  Proprio per questo motivo la vera liberazione e il cammino verso l’uguaglianza sociale possono essere raggiunti solo attraverso la nostra liberazione.

Il sistema imposto da una mentalità maschile in crisi è consapevole di questa realtà. Ed è per questo che cerca di garantire il suo potere aumentando gli attacchi contro di noi attraverso la violenza, il sessismo e la misoginia. Ma sappiamo che questi attacchi sono diretti soprattutto verso le donne che lottano.

Tutti i casi di femminicidio rivelano una mentalità studiata per mettere a tacere le donne. In tutto il mondo, il sistema patriarcale risponde brutalmente alla coscienza sempre più attiva delle donne nella loro ricerca di libertà e nella lotta contro questi crimini. Tuttavia, non sta ottenendo i risultati desiderati. Contro questa mentalità, ci opponiamo con una crescente solidarietà tra le nostre lotte, ci moltiplichiamo sfidando coloro che vogliono colpire e ridurre le nostre forze. Rispondiamo all’omicidio di ogni donna uccisa da un uomo o dalla violenza di stato, che rappresentano due facce di una stessa moneta. E’ così che resistiamo allo sfruttamento patriarcale-capitalista.

Più che mai, l’8 marzo 2020, riteniamo che la resistenza in sé non è più sufficiente. Per superare questo sistema di dominio maschile organizzato a livello globale, dobbiamo tessere un sistema di donne!

Cosa intendiamo per sistema di donne? Bisogna capire chiaramente che il nostro obiettivo non è quello di creare una nuova egemonia o semplicemente costruire un sistema femminile da e per le donne. Al contrario, vogliamo porre fine a tutte le forme di oppressione, di dominio e di sfruttamento. Stiamo costruendo un sistema alternativo basato su principi genuini di democrazia, ecologia e libertà. I popoli e le comunità hanno vissuto sulla base di questo sistema sociale per millenni, nonostante la civiltà statalista che ora si pretende naturale. È tempo di ricostruire ciò che ci appartiene.

Ci sono fattori storico-sociali che fanno delle donne i principali soggetti del movimento rivoluzionario del XXI secolo. I movimenti rivoluzionari degli ultimi due secoli hanno dimostrato approcci diversi a questa questione.  Hanno separato la questione delle donne dalla società in generale mascherando la natura sistemica del problema, e ponendo sempre più ostacoli alla capacità delle donne di lottare per diventare un movimento sociale più ampio. La verità è che i movimenti rivoluzionari che non comprendono la necessità di porre al centro la liberazione delle donne, difficilmente riusciranno nella loro lotta di opposizione al sistema, o a sviluppare strategie adeguate per raggiungere soluzioni concrete.

E’ di primaria urgenza che noi occupiamo veramente i nostri spazi decisionali in tutte quelle questioni politiche, militari, diplomatiche, sociali e culturali che sono di competenza degli Stati nazionali. È una priorità sviluppare le nostre politiche specifiche che forniscano una risposta immediata alle nostre esigenze nel contesto che abbiamo indicato. Per superare lo stato di movimento reazionario, la lotta delle donne deve creare e determinare le sue agende, i suoi piani e programmi d’azione. Una nuova lotta strategica è essenziale e crediamo che debba basarsi su un particolare paradigma e su una prospettiva ideologica diversa da quella sviluppata finora.

Come Movimento di liberazione delle donne del Kurdistan, ci basiamo sul paradigma democratico-ecologico-femminista che portiamo avanti da decenni e che è stato sintetizzato dal nostro leader Abdullah Öcalan, tenuto in carcere da 21 anni dalla NATO, un’organizzazione che oggi è la migliore rappresentante della mentalità dello Stato/maschio. Crediamo che questo paradigma sia la soluzione alternativa alla crisi sistemica che stiamo affrontando, con la liberazione delle donne come pilastro fondamentale.  La sua espressione scientifica è Jineolojî, la scienza della donna e della vita.

In Rojava, dove il Movimento ha fatto notevoli progressi, è stato avviato questo processo di costruzione di un sistema alternativo basato sulla nostra prospettiva ideologica.Dopo la sconfitta dell’ISIS, nel nostro territorio rivoluzionario lo Stato turco e le forze di potere alleate hanno iniziato una nuova guerra contro Rojava con l’aiuto degli Stati Uniti, della Russia e dell’Europa. Ciò che questi attacchi nascondono in realtà è il tentativo di annientare la nostra scelta di vita libera all’interno di un sistema democratico che ha cominciato a costruirsi attorno allo slogan “Jin-Jiyan-Azadî” (Donne- Vita-Libertà). Questa è la nostra rivoluzione e la difenderemo con la vita fino all’ultimo.

Per trasformare la fase attuale in una vera e propria era di rivoluzione femminista, abbiamo urgente bisogno di più organizzazione. Per trovare un equilibrio ottimale tra lo specifico e l’universale su scala globale, proponiamo il confederalismo delle donne democratiche a livello mondiale, come modo per organizzare la nostra lotta comune. Dobbiamo costruire una forte unità, per concordare punti comuni senza limitare o trascurare le nostre specificità. Dobbiamo unire la nostra esperienza, la nostra conoscenza e le nostre prospettive, per scuotere il sistema dominato dalla mentalità maschile opponendogli una mentalità femminile di sostegno reciproco. Dobbiamo liberarci di tutto ciò che ci occupa, che ci limita, ci divide e ci separa. Possiamo farcela.

Il confederalismo delle donne democratiche può essere la base comune di questa lotta. Riuniamoci tutte insieme e costruiamo il nostro Sistema Confederale Femminile; formuliamo il suo accordo e stabiliamo i suoi principi e valori comuni.

Come Movimento per la liberazione delle donne kurde, intendiamo l’8 marzo in questo senso. Con il nostro slogan “La lotta delle donne è esistenza, resistenza, libertà”, vogliamo che la nostra lotta prenda forma per abbattere le fondamenta del sistema patriarcale. Costruiamo il nostro sistema autonomo e distruggiamo il patriarcato. Questa sarà la risposta più significativa alla violenza maschile e statale che porterà giustizia alle donne e a tutti i nostri martiri: Organizzare, resistere, garantire la libertà!

Con la convinzione che questo 8 marzo sarà una giornata di lotta per avvicinare l’organizzazione delle donne in tutto il mondo, dalle montagne del Kurdistan alle valli del Medio Oriente, dalle steppe dell’Africa alle strade d’Europa, dalle alture dell’Asia alle foreste del Sud America, dalle pianure dell’Australia alle piazze del Nord America, mandiamo il nostro saluto rivoluzionario a tutte le donne che lottano nel mondo.

Salutiamo in particolare tutte le sorelle e compagne nel mondo che si sono mobilitate per difendere la nostra rivoluzione contro le politiche di occupazione e sterminio con lo slogan “Le Donne Difendono Rojava”. Con l’emozione di vivere in tempi rivoluzionari, e con la determinazione di trasformare questo secolo nell’era della rivoluzione femminista, vi salutiamo tutte nella Giornata internazionale delle Donne.

La lotta delle donne è esistenza, resistenza, libertà!

Lunga vita all’8 marzo!  Jin – Jiyan – Azadî!

Marzo 2020

#LongMarch2020

Una testimonianza di una compagna della Retejin che ha partecipato alla LongMarch2020 per la liberazione di Reber Apo Ocalan e la difesa della rivoluzione delle donne

per la liberazione di Reber Apo e la difesa della rivoluzione delle donne

Una testimonianza di una compagna della Rete Jin

Se Reber Apo [Abdullah Öcalan], il leader del movimento di liberazione kurdo chiuso in un carcere, fosse un giardiniere, mi aspetterei che il suo giardino fosse selvaggio e colorato, uno spazio che si estende oltre i suoi confini con uno splendido mix di verdure, alberi, fiori e vigne. Pensando ai suoi scritti sulla trasformazione politica, lo immagino come un permaculturalista [permanente + cultura], capace di creare un giardino che asseconda la saggezza della natura […] e non destinato all’autodistruzione, come tende a essere il sistema corrente.”

da Make Rojava Green Again, 29 luglio 2019

Öcalan è un leader rivoluzionario, ha guidato la ventinovesima ribellione dei kurdi degli ultimi 100 anni e, nonostante le condizioni di isolamento che gli sono state imposte, è anche colui che tra il 1993 e il 2013 ha dichiarato più volte cessate il fuoco unilaterali, offrendo una soluzione politica che lo stato turco non ha mai voluto accettare; invece, in tutti questi anni, il popolo kurdo ha visto solo una violenta repressione e la negazione di tutti i suoi diritti.

Sono passati 21 anni e Reber Apo è ancora prigioniero dello stato turco, in isolamento. Perché vedesse una volta i suoi avvocati e familiari, la deputata dell’HDP Leyla Güven è rimasta in sciopero della fame dal 7 novembre 2018 al 26 maggio 2019 e come lei centinaia di prigionieri politici in Turchia e decine di attivisti kurdi in tutta Europa.

Il confederalismo democratico, progetto politico e sociale di Öcalan, è l’unica possibilità per i popoli del Medio Oriente di trovare pace, nel rispetto di tutte le genti che lo abitano, nel rispetto dell’ambiente e soprattutto grazie al ruolo di primo piano assegnato alle donne.

Perché Öcalan torni libero è necessario far sentire le nostre voci, chiedere giustizia, puntare il dito contro le istituzioni europee che si limitano a qualche dichiarazione di circostanza quando lo stato turco, per mano del suo potente esercito, uccide, invade, distrugge, ma che nei fatti non fanno nulla per fermare la mano dell’assassino Erdogan, il quale ricatta un intero continente con la questione dei migranti, e che per massacrare i kurdi continua ad acquistare armamenti sofisticati, garantendo ricchi affari ai diversi paesi della UE.

Ho deciso di partecipare alla lunga marcia 2020 per sentirmi vicina alle compagne e ai compagni, per poter gridare la mia rabbia contro questa grande ingiustizia.

Ci incontriamo il 9 febbraio, a Saarbrücken, una cittadina tedesca a pochi chilometri da Lussemburgo, sede della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, da dove, la mattina del giorno seguente, avrà inizio la marcia. Veniamo accolti e accolte con calore nella sede della comunità kurda che, via via che passano le ore, si riempie di voci e di abbracci; ci sono compagni e compagne da ogni parte del mondo (Spagna, Francia, Svizzera, Germania, Italia, Belgio, Portogallo, Slovenia, USA, Canada, Australia, Sud Africa, Svezia, Cile, Messico, Regno Unito…): ciascuno porta con sé la sua esperienza, la sua lotta e le sue speranze. Si parla con tutti e tutte, ci si presenta, ci si racconta intorno a un çay e a uno spuntino a base di pomodori, olive, formaggio e pane.

Le compagne e i compagni che organizzano la marcia, anche loro provenienti da ogni parte del mondo, sono splendidi, si prendono cura di noi, ci spiegano ogni passaggio, ci danno suggerimenti e ci affiancano con intelligenza, pacatezza, discrezione, facendoci sentire sempre coinvolti, accolti e partecipi; non si comportano da capi, ma da compagni di strada.

Un gruppo di compagni kurdi più anziani non ci fa mai mancare tè, caffè, generi di conforto, pranzi e cene. Le soste nei paesi e nelle città che attraversiamo sono sempre riscaldate da musiche, danze, chiacchiere e çay.

La prima sera, a Guenange, nella palestra in cui dormiremo, dopo il saluto del sindaco si formano le comuni, ciascuna composta da 10/12 compagni e compagne che alla fine di ogni giornata si confronteranno in un tekmil, per dirsi che cosa ha funzionato e cosa no durante la marcia e durante le soste, per fare delle proposte; poi i portavoce di ciascuna comune riferiranno agli altri i problemi emersi per trovare, insieme, le modalità per risolverli.

Si formano anche delle commissioni: una si incarica di preparare lo striscione degli internazionalisti (il cui slogan sarà WE ARE YOUR MOUNTAINS, con i nomi di tutti i paesi da cui proveniamo, per richiamare il detto KURDS HAVE NO FRIENDS BUT THE MOUNTAINS – i kurdi non hanno amici se non le montagne) e l’altra di stilare un comunicato da leggere l’ultimo giorno, dal palco della grande manifestazione di Strasburgo.

Ogni decisione viene condivisa, ciascuno e ciascuna può esprimere il suo pensiero, chiedere modifiche e aggiustamenti.

Sperimentiamo come funziona vivere in una comunità con i principi del confederalismo democratico.

Durante la marcia siamo accompagnati da due furgoni, uno per portare i nostri zaini, uno per le provviste e il çay e da un camper, per chi sente la necessità di fare una pausa dal freddo e dalla pioggia.

Ogni sera sono previste attività e incontri sull’importanza di Öcalan per il movimento delle donne kurde e su come si è sviluppata la jineology, la scienza delle donne, sulle ragioni della resistenza fatta attraverso gli scioperi della fame (raccontata dalla voce di chi ha portato avanti un lungo sciopero in Europa), sul significato e le modalità del tekmil, sui principi della jineology, sul confederalismo democratico e la attuale situazione politica in Rojava e nell’area.

Una delle sere è prevista l’anteprima assoluta di Ji bo azadiyê (Il finale sarà spettacolare – https://www.facebook.com/filmjiboazadiye/), di Ersin Çelik, un film sull’assedio di Sur (il quartiere più antico di Amed, assediato e devastato dall’esercito turco nel 2016) che ha visto la durissima e dolorosissima resistenza di pochi compagni e compagne. E poi una riunione tra sole donne, un concerto di musica kurda, una serata in cui ciascuno poteva presentare una canzone, una danza, una poesia, una testimonianza della resistenza passata e presente del suo paese, e un’altra sera in cui abbiamo potuto raccontarci di noi, delle nostre lotte per la terra, per la giustizia, per la casa, contro la guerra…; è uscita una ricchezza immensa, che andava a comporre uno splendido mosaico di storie di resistenza e di speranza, qualcosa che poteva assomigliare a un “giardino selvaggio e colorato”.

Venerdì, a Strasburgo, il giorno prima della manifestazione, c’è stato l’incontro con altri due spezzoni di marcia, uno arrivava dalla Svizzera e uno dalla Germania. L’arrivo di ogni spezzone è stato accompagnato da slogan, abbracci e strette di mano, musica, danze e molta emozione; poi abbiamo sfilato per le vie di Strasburgo e la sera una grande festa, tutti insieme, per prepararci al grande corteo del giorno successivo.

Sono grata ai compagni e alle compagne per questa esperienza, che che mi ha donato molto e mi ha dato la forza di andare avanti e continuare a contribuire, come posso e come so, alla lotta globale contro il patriarcato e il capitalismo.

#bijiRojava #bijiReberApo

Laura