In memoria di Nagihan Akarsel

La nostra amica Nagihan Akarsel è stata martirizzata questa mattina in un attacco armato a Sulaymaniyah.

Ai media e al pubblico
4 ottobre 2022

La nostra amica Nagihan Akarsel, una compagna dell’Accademia di Jineolojî e del Comitato editoriale della rivista “Jineolojî Journal”, è stata martirizzata alle 9.30 di questa mattina in un attacco armato a Sulaymaniyah.

Condanniamo con rabbia questo assassinio, che è solo uno dei recenti omicidi politici compiuti dai poteri fascisti ed egemonici contro tutte le donne del mondo impegnate nella lotta di resistenza. Chiediamo al governo regionale del Kurdistan di trovare al più presto gli autori di questo omicidio. Questo attacco segue i brutali omicidi di Yasin Bulut, Mehmet Zeki Çelebi e Suhel Xorşid. Se non verrà fatta luce su questo assassinio, la collaborazione del Governo regionale del Kurdistan dovrà vedersela con l’onda di rabbia crescente della nostra rivoluzione delle donne.

Nagihan era attiva nel movimento giovanile universitario, nei media e nel lavoro di Jineolojî. Da sempre ha partecipato alla lotta per la liberazione delle donne del Kurdistan, e per questo ha dovuto anche resistere in prigione per anni. In Rojava, negli gli anni più difficili, si è impegnata per far crescere la rivoluzione e, attraverso Jineolojî, per portare avanti il lavoro rivoluzionario delle donne. È stata attiva in ogni luogo del Rojava, soprattutto ad Afrin, con grande coraggio e determinazione. Ha toccato le anime e i cuori delle donne di Şengal (Sinjar), che hanno sperimentato la peggiore brutalità dell’ISIS, conducendo ricerche sul campo per mettere in luce questa sociologia e questa storia. Nagihan Akarsel, la nostra compagna dell’Accademia Jineolojî, era impegnata nelle Biblioteca e nel Centro di ricerca delle donne curde a Sulaymaniyah, insieme alle donne del Kurdistan meridionale e mentre stava lavorando con loro, che hanno vissuto le conseguenze più gravi del fascismo e delle politiche dello Stato-nazione, Nagihan è stata brutalmente uccisa dalle forze di occupazione turche.

Ricorderemo per sempre Nagihan Akarsel, che ha lavorato per decenni per far crescere il potere mentale e intellettuale della rivoluzione delle donne, il cui slogan Jin-Jiyan-Azadî riecheggia oggi in tutto il mondo. Contro la stessa mentalità del fascismo patriarcale che ha brutalmente assassinato Jîna Aminî, stiamo facendo crescere la rivoluzione delle donne in tutto il Kurdistan e non solo. Vogliamo vendicare la nostra compagna Nagihan rendendo sempre più luminosa la forza delle donne con Jineolojî, nonostante le tenebre del fascismo e della mascolinità dominante.

Facciamo appello a tutte le donne rivoluzionarie, democratiche e libertarie, agli accademici e agli intellettuali affinché condannino questo assassinio politico. Facciamo appello a Shahnaz Ibrahim e Kafia Suleiman e a tutte le donne del Kurdistan meridionale affinché facciano pressione sul Governo Regionale del Kurdistan per far luce su questo omicidio politico e condannino questo attentato unendosi alle azioni dell’ondata rivoluzionaria delle donne in atto in Rojhilat (Kurdistan orientale) con lo slogan Jin-Jiyan-Azadî.

Accademia di Jineolojî

Şîfa Jin: vogliamo difendere la salute della società

La filosofia base di “Şîfa Jin” è che la salute è lo specchio dello stile di vita, delle relazioni con la società e dell’ambiente e, quindi, riflette la storia dell’oppressione e della resistenza.

Originariamente pubblicato su ANF News (30 maggio 2020).

“La medicina naturale è più che soltanto erbe. Vogliamo difendere la salute della società,” è il messaggio che arriva dal centro di guarigione e salute del villaggio delle donne – Jinwar – nella Siria del Nord.

Jinwar è un villaggio situato nella Siria del Nord, sviluppatosi dalla dea Ishtar, come sottolineato dal leader del popolo curdo Abdullah Öcalan nella sua difesa, ed è la realtà delle donne autosufficienti.

Prima che la costruzione del villaggio iniziasse, le persone che hanno dato vita all’opera si sono incontrate con svariati ingegneri e organizzazioni di donne e hanno ascoltato i loro punti di vista su come dovesse essere costruito. A partire da quelle discussioni, hanno deciso di costruire tutte le trenta case in argilla. La costruzione del villaggio, pensato per lo sviluppo di una vita in comune, è iniziata il 25 novembre 2016. Dopo i resoconti di fattibilità e i preparativi, la costruzione delle case è iniziata nel 2017. A Jinwar, le famiglie delle persone cadute martiri mentre combattevano per la libertà della Siria del Nord, hanno la priorità. Anche le vedove e le donne senza famiglia possono fare richiesta al Kongra Star o alle amministrazioni della Casa delle Donne per stabilirsi nel villaggio.

Jinwar dà priorità all’agricoltura e all’allevamento in modo da poter essere autosufficiente. Le abitanti del villaggio sono anche in grado di soddisfare le loro necessità con il negozio e il forno costruiti al suo interno. Jinwar si basa sull’autosufficienza, ma col tempo punta a provvedere anche agli abitanti dei dintorni. C’è anche una stalla in cui le abitanti del villaggio possono dare alloggio ai loro animali.

Un centro di guarigione e salute chiamato “Şîfa Jin” è stato aperto a Jinwar nel marzo 2020, all’interno della settimana di azione per mettere in risalto la Giornata Internazionale di Lotta delle Donne. “Şîfa Jin” era parte del progetto di Jinwar fin dall’inizio. Con l’apertura, è stato compiuto un importante passo.

“Şîfa Jin” [guarigione delle donne] è un centro di guarigione e salute per le donne, le bambine e i bambini di Jinwar e per le persone dell’area circostante. In aggiunta alle terapie, basate sulla medicina naturopatica e moderna, il centro produce i suoi medicinali da piante curative. La filosofia base di “Şîfa Jin” è che la salute è lo specchio dello stile di vita, delle relazioni con la società e dell’ambiente e, quindi, riflette la storia dell’oppressione e della resistenza.

Cosa significa aver costruito un centro di guarigione naturale delle donne? Perché è importante sviluppare questa conoscenza? Le sagge donne di Jinwar spiegano i loro obiettivi nel video sottostante, che può essere guardato con sottotitoli in inglese, spagnolo e arabo.

“Şîfa Jin” (7 maggio 2020)

Di seguito il testo dei sottotitoli del video:

Hêvîdar Herekol – direttrice del reparto di medicina naturale di Şîfa Jin

“Il nostro lavoro consiste, da una parte, nel gestire la clinica di medicina naturale delle donne e, dall’altra, nell’educare alla guarigione. Abbiamo iniziato un nuovo lavoro appena una settimana fa, una formazione su cosa siano la salute e la guarigione. Abbiamo fatto questa formazione alle giovani donne e le madri, le donne più anziane, anche loro si sono aggregate. Era importante che anche le madri si aggregassero. Così tutte hanno potuto comprendere il loro corpo. È stato molto utile per loro seguire i seminari. Circa sette o otto ragazze e donne si sono iscritte. Ne hanno veramente tratto molto, è stato produttivo. Il nostro obiettivo per il futuro, per le persone che concludono la formazione, è di aumentare la conoscenza della medicina tradizionale curda, come la conoscevano le nostre madri e antenate, come le streghe.

Perché le streghe? Il significato di essere una strega è la saggezza, e la scienza delle donne. Per esempio nell’ambito della guarigione, della medicina tradizionale curda. Questo è essere una strega. E questo perché la mentalità patriarcale l’ha stigmatizzata e questa stessa mentalità, che considera male le donne anziane, le ha accusate di essere streghe. Fu rappresentato così. Ma nella scienza delle donne, come Jineolojî, o nel pensiero di Abdullah Öcalan, la vediamo in modo opposto. Come guarigione, come guarigione delle donne, come medicina naturale. E l’obiettivo di fare ricerca, di realizzare medicine in questo modo, è di iniziare a sviluppare la consapevolezza nella nostra società. Perché la medicina tradizionale curda? Perché la medicina naturale? Perché dobbiamo svilupparla? Per sviluppare conoscenze e consapevolezza nella nostra società. Non rifiutiamo tutta la medicina non naturale o farmaceutica, ma stiamo cercando di sviluppare i metodi della medicina naturale. E la conoscenza di essa all’interno della società. L’obiettivo è quel progresso, sviluppare consapevolezza di quella scienza nella società. E stiamo costruendo una clinica di medicina naturale, per l’ostetricia, per la conoscenza delle donne di partorire e di prendersi cura delle persone, della malattia delle bambine e dei bambini, delle donne … e diffondere consapevolezza tra le persone, per sedersi e discutere in modo “normale” se qualcuna è malata, trovando soluzioni con la medicina naturale, così la conoscenza si diffonderà in tutta la società.”

Cemîle Şitî – membro di Şîfa Jin

“Sto lavorando nella clinica da due mesi, abbiamo avuto la formazione settimanale ora, con le compagne. È stato un grande successo. E stiamo lavorando per le donne, per la salute delle donne, e anche per le bambine e i bambini…”

Mêrîvan Êzîdî – dottoressa di Şîfa Jin

“Sono arrivata a Jinwar due mesi fa per lavorare nel centro di salute delle donne. Abbiamo fatto un percorso di formazione. Era sulla salute e la medicina naturale. Con la formazione, volevamo che le donne di Jinwar e dei villaggi circostanti, che lavoreranno nel centro di salute, pensassero alla salute e all’oppressione e alla violenza che è stata fatta, inflitta ai loro corpi. Ci sono molte cose nel centro di salute, ma la prospettiva è la medicina naturale. E questo non significa soltanto erbe. Si tratta di politica. Vogliamo difendere la salute della società.”

Sulla bellezza

Nel mondo odierno pieno di bruttezza, ingiustizia e malvagità, non è l’estetica delle forme fisiche, aumentate, che costituisce la bellezza; solo le donne che difendono la vita con la lotta possono creare bellezza.

dal Comitato di Jineolojî (18 maggio 2020)

 “Chi è una persona bella, cosa è meritevole e degno di essere amato, quale identità e personalità dovrebbe essere amata di più, chi sa avere comportamenti che portano all’amore? Dobbiamo essere in grado di cercare, rivelare e sviluppare la bellezza e ciò che è più amabile. Il tuo scopo in queste fila è raggiungere la capacità di essere una fonte di amore e bellezza.” (Abdullah Öcalan)

Prima che l’estetica fosse confinata alla sfera della filosofia e dell’arte, prima che fosse concepita come un corpo femminile seducente per i desideri degli uomini, ciò che era percepito come sacro e bello era tutto ciò che aggiungeva valore, bellezza e significato alla vita. Öcalan lo nota in modo adamantino: “Non riconosco la bellezza al di fuori di una società etica e politica. La bellezza è etica e politica! Specialmente con la continua ascesa del potere e dello Stato, la bellezza e la bontà si sono potute proteggere soltanto con la lotta. Il detto di Zoroastro: “pensa bene, parla bene e agisci bene” ha aperto la strada a princìpi, un sentiero su cui molti, come Máni, Buddha, Confucio e Socrate, hanno sviluppato ragionamenti per difendere i valori sociali.

Eroi, profeti, totem, divinità, religioni e credenze sono emersi nelle culture di tutti i popoli del mondo, mostrando alle persone la strada per la bellezza, la bontà e il benessere. Nel periodo più lungo della storia umana le donne sono state viste come una fonte di bellezza, poiché personificavano tutto ciò che è sacro nella vita e la rappresentazione delle donne nella cultura comunitaria di questa società.

In tempi antichi, in periodi in cui le condizioni di vita per gli umani erano limitate, tutto ciò che rinforzava le condizioni per la riproduzione, il nutrimento e la protezione era riverito e considerato bello. Tra i manufatti archeologici più significativi dei periodi del Paleolitico e del Mesolitico ci sono figure femminili sulle quali si è molto dibattuto, a cui ci si riferisce comunemente come “Venere”, e che rappresentano questo fenomeno. Nonostante gli scarsi mezzi di sussistenza di una vita non sedentaria, in cui era quasi impossibile essere corpulente, la venerazione della fertilità e le Veneri giocarono un ruolo notevole nella vita e divennero i simboli dei valori sociali quali la bellezza e il sacro. Queste figure rappresentano donne con pance abbondanti e seni prominenti che pendono sui loro larghi fianchi e che sono spesso in procinto di partorire.

Nella geografia del Medio Oriente si possono trovare figure femminili più grandi e più significative dalla prima era Neolitica, a partire circa dal 6500 a.C. Tra le più antiche fra queste ci sono le case di Çatal Hüyük con rilievi che rappresentano donne, datate tra il 6500 e il 5600 a.C. In questi rilievi esse sono generalmente gravide e hanno ampi seni. Öcalan fa riferimento alla fonte delle figure femminili di Çatal Hüyük quando scrive che: “La rivoluzione del Neolitico (…) ha avuto luogo nella culla dei fiumi Eufrate, Tigri e Zab. Inizia lì e va fino a Çatal Hüyük. Le donne sono le prime a sviluppare agricoltura e allevamento animale. Lei è dipinta come se si stesse facendo proteggere da due leopardi. Negli scavi di questi siti sono emerse molte figure femminili a indicare che il potere delle donne era diffuso. La famosa Potnia Theròn (signora degli animali) tra quelle che sembrano essere due pantere è sia madre sia giudice della natura. Secondo un archeologo, Potnia dev’essere stata la madre delle altre dee, che sarebbero state una fonte di speranza per i contadini e i pastori dall’inizio del Neolitico fino all’ascesa delle religioni monoteistiche di dominazione maschile.

In periodi successivi, le comunità rurali matriarcali espressero il significato di bellezza, fertilità, gentilezza e bontà nella devozione alla dea. Inanna per i Sumeri, Ishtar per gli Accadi, Astarte per i Cananei, Kubaba e poi Cibele per gli Urriti e gli Ittiti, al-Uzza per la penisola araba, Demetra per le culture latine e Afrodite per i Greci, tutte rappresentavano simboli, rituali e pratiche comuni. Sono tutte dee della fertilità, dell’amore e della bellezza. Öcalan afferma che la tradizione di Inanna-Afrodite rappresenta una femminilità che non ha ancora perso la sua bellezza, l’attrazione sessuale e la forza fisica. Ciò che è rappresentato dalle dee quindi è la tradizione agricola della società, il suo modo di vivere etico-politico. È ancora possibile trovare tracce delle culture delle dee nei resti delle società etico-politiche e riconoscere le immense lotte generate in luoghi in cui questa cultura è forte.
Sebbene non ci sia traccia di essi alla prima apparizione al fianco delle dee, gli dei sono emersi all’inizio come i loro figli piccoli e poi come i loro mariti. Dumuzi accanto a Inanna, Tammuz accanto a Ishtar, Baal con Astarte, Attis accanto a Cibele, Osiride con Iside e Adone accanto ad Afrodite. Il sacro rito del matrimonio, che è un’unione della dea con il suo partner scelto, tenuto all’inizio della primavera, aveva luogo secondo i termini delle dee. I tributi sono collegati alla bellezza e alla fertilità di questo processo. In autunno, Dumuzi, Tammuz, Baal, Attis, Osiride e Adone muoiono, rappresentando il ritorno della natura alla terra, solo per essere riuniti di nuovo alle dee all’inizio della primavera. Queste storie mitologiche prevalgono ancora nelle nostre epopee, quali quelle di Leyla e Majnoun, Mem e Zîn, Kerem e Aslı, Tahir e Zühre, Yusuf e Zulaikha, Arzu e Qamber, Siyabend e Xecê, storie che vengono raccontate ancora oggi. La bellezza delle donne decantata nelle storie d’amore dell’epica rappresenta in effetti le dee come fonte di bellezza e vita, esprimendo i desideri di quel tempo. Per questa ragione, in queste tragiche storie d’amore, l’amore viene sempre attaccato da forze malevole, gli amanti non riescono mai a incontrarsi in questo mondo malvagio, ma il loro amore rimane la fonte della vera bellezza. Questo è il motivo per cui Shirin e Farhad si dicono:

Ho trovato la perfezione soltanto in te
D’ora in poi non posso sperare di creare la perfezione
La mia prima sconfitta è la mia sconfitta suprema
Il lavoro di Farhad è completo
Shirin si oppone alle parole di Farhad.
Dice: … ci siamo già avventurati nella creazione
A tutte le bellezze verrà chiesto di noi
Abbiamo iniziato la cosa buona e giusta
Il nostro pensiero cercherà sempre l’eternità
Elimina tutto ciò che hai creato, se vuoi
Se vuoi, crea tutto di nuovo
Se vuoi, racconta di una passione che non diminuirà
Cammina verso i tempi che ci aspettano
Voglio che superi la mia bellezza
Non voglio rimanere da sola nella natura
Devo concepirmi con ciò che hai creato
Dammi maggiori bellezze…

[traduzione non ufficiale]

Per molto tempo, la bellezza ha trovato significato nella forma dei valori collettivi. Le persone che erano coraggiose, si sacrificavano ed erano modeste, quelle che vivevano nella comunità, quelle che non si piegavano davanti all’ingiustizia, erano viste come belle. Prima che le nostre menti fossero avvelenate dai paradigmi positivisti della scienza, erano le fiabe, l’epica, le canzoni dei dengbej [lamentazioni dei cantastorie curdi], le poesie e i proverbi a essere la maggiore fonte di educazione sociale, descrivendo e diffondendo ciò che era bello, buono e giusto. Comunque, le percezioni della bellezza sono cambiate sempre di più nel tempo.

Tra quelli che hanno formato la nostra nozione di bellezza c’è Aristotele. Egli definì la bellezza con ideali e proporzioni matematiche. Disse: “Le forme principali di bellezza sono ordinate, simmetriche e precise, in special modo con la dimostrazione della scienza matematica” e pretese di esprimere ciò nella “regola aurea” della matematica. Secondo questo principio, questa caratteristica misurabile era vista come la fonte della bellezza dei volti, dei corpi e dell’arte, nei dipinti e nelle sculture dei Greci, dei Romani e degli artisti del Rinascimento perfino i corpi delle donne e degli uomini erano rappresentati con questa formula. La Monna Lisa di Leonardo da Vinci fu creata in questo modo. Mentre da una parte nell’arte la bellezza era idealizzata ed espressa, dall’altra era sempre più ridotta alla sua apparenza fisica e all’essere una tendenza artistica. Specialmente la “bellezza interiore”, come era stata considerata dalla filosofia orientale, venne messa da parte. L’unica bellezza che sembrava avere senso e avere valore era quella che seduceva lo sguardo ed era espressa nella forma.

Oggi, i volti e i corpi sono tagliati e ricostruiti con la chirurgia plastica come se fossero fatti di argilla, per raggiungere standard matematici come “la sezione aurea”. I corpi e gli organismi viventi sono trasformati in repliche di statue. Le definizioni di bellezza, per essere precisi di bellezza delle donne, seguono le affermazioni di Aristotele che definiva le donne come “uomini mutilati”, esseri inferiori agli uomini. Dichiarando che le misure ideali dei corpi delle donne sono 90-60-90, dichiara difettosa qualsiasi altra forma o dimensione dei loro corpi. Perfino quando queste forme e standard sono impossibili da raggiungere per una grande maggioranza di donne, specialmente non in modo sano, c’è un interesse particolare nel far sì che le donne investano il loro tempo e la loro energia nel raggiungimento di questi ideali. Come risultato, molte donne si trovano ad avere problemi di salute, per ragioni fisiche o psicologiche, incluse la depressione e altri disturbi mentali. Di conseguenza, le donne ritenute incapaci di raggiungere quegli standard idealizzati di bellezza sono condannate a soffrire complessi di inferiorità per tutta la vita. Le persone sono indotte a temere i cicli naturali della vita, ad avere paura dell’invecchiamento e della maturità. Invece di vivere la bellezza intrinseca di ogni età, piangiamo per la perdita visibile di giovinezza e “bellezza”. Ogni ruga, ogni capello bianco nello specchio diventa una fonte di dolore.

Finché non abbelliremo la vita, tutte le bellezze esistenti saranno in pericolo. Le foreste antiche, i fiumi fecondi, i litorali vivaci, vengono guardati avidamente dalle compagnie, dagli Stati e dai mercati che hanno come fine l’interesse e il profitto. Ogni giorno, edifici di cemento, dighe e altre infrastrutture distruggono le bellezze naturali, spesso in maniera irreversibile. La natura sta perdendo la sua difesa. Le giovani donne belle sono vendute come oggetti dai loro genitori per matrimoni con vecchi uomini ricchi, oggetti alla mercé e al servizio di coppie abusanti e violente, merci che generano soldi sul mercato. Le donne sono anche state private con la forza dei loro mezzi di difesa. Ogni giorno, le donne sono uccise dai loro partner in nome dell’amore. Ci sono molti testimoni di come l’ISIS o gruppi simili scelgono le “ragazze più carine” da vendere come schiave sessuali. In altre parole, in un mondo così brutto la bellezza che non è protetta né organizzata rischia l’uccisione o lo stupro. Questo è il motivo per cui dobbiamo vivere la bellezza collettivamente – e dobbiamo creare spazi affinché ciò accada. Solo affermando i nostri valori etici ed estetici in tutte le sfere della vita, incluse politica, economia e cultura, possiamo stabilire coscientemente standard di bellezza, vivere in modo bello e diventare fonti di bellezza.

In questo senso, si può rendere la vita più bella combattendo contro la bruttezza, l’ingiustizia e la malvagità intorno a noi. Specialmente in quanto donne noi dobbiamo essere consce della nostra responsabilità di abbellire la vita, perché siamo sempre state le maggiori vittime della bruttezza. Come espresso magnificamente dalla guerrigliera e compagna Bêrîtan (Gülnaz Karataş) dopo un’azione a Rubaruk in cui venne colpita in volto da un proiettile nemico: “Guarda quanto si può essere belle. Sono così bella ora.” La compagna Bêrîtan è una delle prime a comprendere che non abbiamo scelta se non quella di essere belle attraverso la lotta. Questo diventa anche più evidente quando consideriamo gli ultimi sviluppi, quali il sistematico aumento di violenza contro le donne. Non sto parlando soltanto di difenderci fisicamente con le armi. Le donne che democratizzano la politica, le donne che rischiano la vita per proteggere la comunità e le altre donne, le donne che educano loro stesse e quelle intorno a loro, le donne che vivono nella comunità, le donne che salvano l’equilibrio ecologico, le donne che combattono per crescere i loro figli in territori liberi, con le loro identità… e molte altre, sono tutte donne che si rendono belle combattendo. Nel mondo odierno pieno di bruttezza, ingiustizia e malvagità, non è l’estetica delle forme fisiche, aumentate, che costituisce la bellezza; solo le donne che difendono la vita con la lotta possono creare bellezza.

In questo senso, c’è qualcosa di più bello delle giovani donne che combattono il fascismo dell’ISIS?

Zozan Sîma, membro del Comitato di Jineolojî

Ogni momento, una rivoluzione

Autodifesa significa esistenza. Senza di essa non possiamo sopravvivere, non possiamo essere. Per comprendere l’autodifesa dobbiamo sapere: cosa intendiamo con “auto”? Cosa intendiamo con “difesa”?


Traduzione da Every moment, a revolution (3 maggio 2020)

Sull’autodifesa

Autodifesa significa esistenza. Senza di essa non possiamo sopravvivere, non possiamo essere. Per comprendere l’autodifesa dobbiamo sapere: cosa intendiamo con “auto”? Cosa intendiamo con “difesa”?

Il sé ha una base universale, come parte di un tutto, dell’intero universo. Se il sé, nella comprensione, nel sentire, include soltanto il mondo proprio di ciascuno, allora le azioni sono scollegate, riguardanti solo la sopravvivenza della vita propria di uno. In questo modo, la società non può essere, perché per svilupparla c’è bisogno che noi siamo connessi. La società ha bisogno di creare una mentalità e un cuore comuni, che siano diversi e pieni di molti, come il mondo di cui si circonda, che continua a crescere e ad arricchirsi, a comprendersi. Più in piccolo si pensa e si sente il sé, più distante questo sé sarà dal mondo, dalla vita, più distante sarà dalla difesa che intende costruire una società etica, significativa e amorevole. Perciò questo sé deve esistere con rispetto e significato, connesso al mondo in cui cresce. È anche un “noi”, che è anche un noi notevole e universale.

Non siamo soli, perché nessuno è un’unità isolata. Io, il sé, noi, siamo fatti delle stesse strutture e influenze sociali, religiose, culturali, famigliari e storiche che hanno costruito altri sé, ma con combinazioni differenti. Queste combinazioni rendono unico ciascuno di noi, ma sono anche ciò che ci connette insieme. Farci forza dai nostri diversi contesti significa dare una solida base a questa identità comune. Perché c’è bisogno della forza e della diversità di molti per difendere il mondo e le diverse società e realtà che lo compongono. Chi è questo “sé”? Una persona? L’universo? “Io”? “Noi”? Chi è “me”? Cosa è “noi”? Come impariamo a diventare “me”? Come portiamo insieme “me” e “noi”? È importante chiedere, indagare ed esplorare l’intero quadro, trovare la profondità e le connessioni che compongono un sé creativo, amorevole e significativo.

Difendere è un atto di costruzione delle strutture e dei ponti tra gli umani, la natura e l’esistenza. Così che tutte le parti si completino l’un l’altra nel tutto. Un sé connesso difende un mondo con un significato più vasto, dando significato a tutto in questa interezza. Perché “difendere” è creare tenendo in considerazione questa interezza, che è un flusso ininterrotto, in cambiamento. Una “difesa” individualistica e centrata sull’ego distruggerà il tessuto che tiene insieme la base della vita e della libertà. Tale “autodifesa” è una falsa difesa, un sé che distrugge la sua connessione con sé stesso e con la vita. Oggi perlopiù connettiamo il significato di “difendere qualcosa” con un atto violento contro qualcuno. Così, diventa vincere e dominare, distruggere la minaccia con l’obiettivo della sopravvivenza. Ma con questo approccio di “vincere o perdere”, il paradigma di “loro e noi”, la filosofia della separazione, creiamo una mentalità di opposizione. Con questa definizione e gli atti quotidiani, impari a vedere e sentire il mondo come un luogo ostile. Puoi avere una vita sicura solo se distruggi o controlli tutte le minacce possibili. È una “difesa” che giustifica gli attacchi contro il mondo in cui viviamo. Uccidere e distruggere nel nome della “vita”.

Cosa impariamo da ciò? Cosa ci dice? Gli occhi e il cuore attraverso cui guardiamo, sentiamo e amiamo noi stessi e il nostro mondo decidono come ci muoveremo attraverso la vita. Decidono cosa creiamo, nei sentimenti, nell’energia, nei sogni o negli incubi o in nessun sogno…siamo davvero quel sé individuale, unico, che non è un risultato di tutta la storia umana? O siamo l’eredità dei nostri antenati? Siamo la versione migliore di loro? Stiamo facendo di più? Stiamo diventando migliori esseri umani attraverso la conoscenza e l’esperienza? Tutti i tuoi atti hanno sempre un impatto e non importa quanto piccolo sia. Stiamo funzionando meglio con la logica moderna? Crediamo? Nel pensare, nel sentire? Crediamo? In qualcosa? In noi? Negli altri? Perché è importante capire cosa e dove siamo e perché? In cosa e perché dobbiamo cambiare la mentalità e le emozioni di separazione, disconnessione e ostilità? Fa differenza se ci vediamo come vivida parte del mondo, delle sue meraviglie e della sua esistenza…o no? Quanto è facile cambiare la conoscenza già profondamente applicata e basata sulla paura? Cosa comporta diventare te stesso? Come impariamo a diventare parte di una comunanza? Come impariamo a comprendere il “noi” comune non solo come una costruzione solamente umana? Come impariamo a diventare qualcosa? Come abbiamo imparato a diventare “noi”? Possiamo diventare noi stessi senza l’intero “noi” comune?

Dove iniziamo? Dove inizia il nostro viaggio? Il nostro viaggio inizia prima della nostra nascita. Il nostro viaggio, qualsiasi genere abbiamo, è il viaggio delle donne attraverso la storia. È la storia della rottura di un equilibrio tra umani, tra generi, tra tutti i viventi, che ha creato gerarchie tra chi ha “il diritto alla vita e chi non lo ha”. Tutto ciò che accogliamo, tutti i sentimenti, le impressioni, i pensieri, sono parte della storia di questa rottura, di nostra madre, di sua madre, di innumerevoli madri prima di essa, innumerevoli donne prima di loro. Sentiamo ciò che non ci viene raccontato, non spiegato. Sentiamo la storia delle donne, attraverso migliaia di anni. Non filtrata e in crescita nel grembo, la realtà di questi sentimenti ci crea. La vita di una donna. Là, nel tiepido nido che conforta, in nostra madre, impariamo prima di tutto ciò che lei sente, ciò che lei ha imparato; di lei, del mondo, del senso della vita e di come tutto ciò è connesso a lei come donna, determinando il suo posto in questa vita. Ciò che sente quando pensa a noi, sentiamo se siamo voluti o no, sentiamo i dubbi, l’incertezza, l’impotenza. Sentiamo quanta sicurezza c’è, quanta ne ha nel futuro in cui crede, vede per sé e in noi con noi. Ama? È amata? Rispettata? Ha fiducia? Meno c’è di tutto questo, più è insicura. Non siamo una copia esatta di nostra madre, ma lei ci mostra prima di tutto attraverso le sue emozioni in che tipo di mondo, in che tipo di realtà noi giungiamo. Questo potrebbe significare sentire se sei benvenuta come ragazza, o no. Sentire che la tua esistenza è limitata a tutte le regole fatte per te. Crescere con ciò ogni passo della vita, per primo imparare questo. Tutto ciò che segue, cosa ci insegnano famiglia, amici, società sul nostro ruolo, approfondirà ciò che abbiamo imparato così presto. Molti fattori saranno coinvolti nell’influenzare noi, le nostre motivazioni e decisioni, le nostre vie.

Quanti di essi impareremo a vedere come un destino? Quali ci faranno negare noi stessi? Vergogna, paura, punizione, costante osservazione da parte di Dio, delle tradizioni, della famiglia, del Sé, che ha imparato a osservare e ignorare se stesso secondo questa realtà. E con questo bagaglio ci chiediamo ancora: in cosa impariamo a credere? Chi e cosa ha il diritto alla vita? Il “diritto alla vita”? In cosa stiamo sperando e per cosa stiamo vivendo? Per rispettare e amare la vita e l’esistenza? Perché e fino a dove? Fa alcuna differenza?

Comprendere quali valori abbiamo perso, e quali sono i risultati di ciò, è l’inizio della difesa…autodifesa. Abbiamo bisogno di ricreare e riportare questi valori nella nostra vita comune. Capire da dove arriva il modo di pensare e sentire basato sulla separazione, in quale paura, pregiudizio e rifiuto è radicato, perché alcuni sono visti come più importanti di altri…questo ci condurrà attraverso questa storia di scismi e costante distruzione. Ma anche, ci porterà attraverso una storia nascosta di resistenza e difesa di un altro approccio, differente dall’uccidere tutti quelli che non si piegano o adeguano. Molto tempo fa, i valori dell’esistenza erano protetti dalle madri. I problemi più piccoli della società avevano soluzioni comuni mediate dai ruoli matriarcali, che portavano la profondità di un’umanità che è parte di tutta l’esistenza. Erano i pilastri della vita, della vita comunitaria, e la più grande forma di autodifesa. L’autodifesa, che è stata definita dagli atti di creare e costruire, connettere e amare, nutrire e curare. Era il tempo della Dea Madre, nostra Madre Natura. Era difesa da tutti ed era quella che difendeva tutto. Le società le diedero un significato, lei portò i suoi valori nella vita quotidiana, condividere e prendersi cura, per il comune tutto. Con la sua guida, le società si protessero con legami solidi e una comune comprensione della loro stessa esistenza, una vita in libertà radicata nel loro stare insieme.

Circa 5000 anni fa, giunse la fine dell’era Neolitica. Gli umani stavano imparando velocemente, sviluppandosi sempre in direzioni differenti. Ciò che comprendiamo dalla storia è che, intorno a quel periodo, una mentalità dominante iniziò a diffondersi e a creare un nuovo concetto del sé. Separò gli umani in categorie. Creò gerarchie basate sul comando di una mentalità maschile dominante, che cambiò l’intera comprensione dell’essere umano all’interno del mondo. Costruì differenze basate sull’oppressione dell’altro, considerando la libertà come una forma di preservazione dei beni materiali e delle conoscenze individualistiche. Aprendo crepe tra le persone. Bruciando i ponti. Bruciando le donne. Bruciando le radici e la conoscenza. Così che oggi noi ci troviamo nel XXI secolo, lontani da questo mondo di madri che guidano. Il cemento spinge le nostre anime verso il suo freddo corpo. Non sentiamo, i nostri cuori non sono giunti a capire o apprezzare la profondità accogliente di questa vastità e incontenibile diversità. La fiducia primitiva ha dato spazio ad una distruttiva irrequietezza che calcola, pesa, chiede profitti, per sé, per oggi, senza riguardo alle risorse, senza gratitudine per la vita. Le storie che sentiamo oggi ci dipingono come la più sublime di tutte le creature, simile alla divinità, e che possiede tutto. Non siamo più parte del tutto, non siamo mai stati dello stesso materiale, valiamo di più, differenti e così originali che la creazione deve inchinarsi a noi, e non il contrario. Il nostro dovere è controllare, dominare, perché la natura è ostile e deve essere conquistata, perché è contro di noi. Il patriarcato e la dominazione al massimo grado. Schiavizzò esseri viventi dando loro il potere di vedersi più importanti delle donne, della natura e di chiunque non sia considerato forte e potente. Metodi di oppressione condivisi, per opprimere in un modo più brillante. Lascia che gli schiavi si sentano liberi, schiavizzandosi l’un l’altro volontariamente per ottenere una parte del potere distruttivo. Tutti sembrano sapere, molte persone lo sentono, ma come uscire da questo circolo di desideri distruttivi? E…vogliamo davvero uscirne?

Siamo le generazioni che sono in grado di vedere, sentire, vivere i risultati estremi di questa mentalità cambiata migliaia di anni fa. E quando ricerchiamo, troviamo le tracce della resistenza, della ribellione, della bellezza del non accettare la distruzione e lo sfruttamento intorno e all’interno di noi. Che è, da allora di continuo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo…una costante lotta. È una guerra di mentalità. L’obiettivo di questa guerra è divorare la fede che abbiamo nella nostra forza comune. Per difendere noi stessi dentro il sé comunitario abbiamo bisogno di organizzarci con un’altra mentalità, lontano dal patriarcato e della dominazione. Ma c’è anche una ferita all’interno di tutti noi. Siamo pronti a combattere, a difendere, a dare tutto…ma la mentalità contro cui stiamo combattendo vive profondamente dentro le nostre anime e i nostri cuori. Se non ci poniamo domande da un’altra angolazione, otterremo soltanto risposte logiche e misurabili, fredde e senza vita. Se non analizziamo con i nostri occhi, non saremo in grado di credere nel cambiamento di questa mentalità spaventosa. Non osiamo fare ciò che è necessario fare. Dobbiamo rimparare l’amore. Le nostre azioni possono essere una resistenza violenta, capaci di colpire gli oppressori fisicamente ed economicamente, molto duramente, capaci di uccidere i nostri aguzzini, capaci di fare un salto di potere all’interno della costruzione statale. Ma stiamo ricreando la loro mentalità con le nostre azioni. Perché la violenza usata con quell’approccio è un attacco contro tutti gli esseri viventi. Sta rispondendo alla distruzione con la distruzione.

Quindi, se la risposta alla distruzione è l’amore, allora dovremmo chiederci cosa significa l’amore. O, prima di tutto, osservare ciò che non è. Non dovremmo confonderlo con questa mentalità ed emozioni di possesso, distruzione e sessualizzazione, che sono molto comuni quando “amiamo” nelle società di oggi. Dobbiamo tornare indietro a come siamo cresciuti e a cosa ci è stato insegnato su di noi (in io e noi) e sulla vita. L’“amore” che vediamo e sentiamo oggi è principalmente la ragione per cui le persone hanno paura e sfiducia l’una dell’altra, come risultato della stessa mentalità che ci lascia possedere il mondo o un animale, o qualsiasi cosa. Succhiare e sputare le nostre aspettative sugli “amati”, nella corsa a sentire qualcosa di positivo. Si basa sul possedere i cuori, le anime, possedere e controllare l’intera vita, perché solo allora è reale e speciale, perché “amore” può essere soltanto qualcosa di speciale ed esclusivo. In molte famiglie, in tutto il mondo, le persone si stanno uccidendo tra loro, opprimendo, stuprando, aggredendo, colpendo, nel nome di questo “amore”. Soprattutto le donne sono l’obiettivo di questo “amore”. Ci sta uccidendo. Ma è l’espressione molto profonda del disprezzo e del non amare niente. È paura e dolore, che crea soltanto più paura e più dolore. Con questo “amore”, rimarremo incastrati dentro questa realtà individualistica e separatistica che sentiamo intorno a noi.

L’amore può crescere e vivere soltanto attraverso la comunanza. All’interno della libertà di crescere, imparare emozionalmente e mentalmente come sentirsi connessi e amati per chi si è. È questione di imparare a sentire e pensare in un modo diverso, apprezzare i miracoli e le questioni della vita, amare le differenze e le similitudini. È questione di valori e dei loro confini. È questione di responsabilità, di prendersi cura per via dell’amore e non della paura. È questione di libertà, che significa creare una vita libera. Questa vita libera non può dipendere da una collocazione, da un tipo di persona o di essere. La libertà è per tutti e tutto, perché l’esistenza di un sé individuale, di una società individuale, perfino di un singolo pensiero o sentimento, non esiste, è parte di un tutto. La libertà è amore e l’amore è responsabilità e connessione comune. È organizzare la vita insieme con amore. Non possiamo aspettare un momento perfetto di amore, dobbiamo crearlo ogni giorno, ancora e ancora, creare amore e speranza dentro ogni momento. Organizzando il nostro amore, che non ha priorità a parte crescere ovunque, possiamo scoprire che è una fonte primaria di liberazione.

Qualsiasi cosa facciamo ha un impatto. Rappresenta una mentalità. Rappresenta quanto valutiamo chi siamo, da chi siamo circondati, cosa stiamo vivendo, quanto amiamo, tutto, sempre. Quando parliamo del momento quantico, allora parliamo della magia creativa di essere nel momento, in ogni momento. Essere un* rivoluzionari* nell’“ora”. Comprendiamo le dinamiche del cambiamento come uno stato di rivoluzione costante.

Ez rojê 40 caran şoreş çêdikim (Reber Apo)
(Ogni giorno faccio 40 rivoluzioni)

Se non combattiamo con questo approccio, tutto ciò che creiamo sarà un ripetersi di una mentalità distruttiva, che ci ha già insegnato così tanta sfiducia, frustrazione, odio e paura, portandoci nel mondo in cui siamo. Non possediamo questo mondo, siamo parte di esso. I nostri atti di difesa dovrebbero controbilanciare la storia di oppressione con dignità e speranza l’uno nell’altro, con l’amore della libertà, della vita e di tutto il nostro mondo. La nostra esistenza non può essere al di sopra della società. Società, organizzazione e amore sono i modi più efficaci e basilari di autodifesa. È questa eredità che stiamo difendendo. Il calore del fuoco che ha tenuto in vita lo spirito della società. Da migliaia di anni, tenuto nella società attraverso le matriarche. Tenuto in vita e forte fino ad oggi ad ogni piccolo passo, in ogni decisione di lottare contro questa mentalità tossica di separazione e odio. Il percorso verso una rivoluzione delle donne in tutto il mondo sta riportando l’autodifesa comunitaria, che libererà l’intera società.
Dobbiamo difendere. Noi stesse. Insieme.

Per comprendere qualsiasi malattia dobbiamo comprendere cosa sia la salute

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ŞÎFA JIN – nuovo centro sanitario all’interno di Jinwar

Una prospettiva sulla crisi del Coronavirus

Questo articolo dell’Istituto di Jineolojî Andrea Wolf ci dà una prospettiva sull’attuale crisi del Coronavirus. L’Istituto Andrea Wolf, parte dell’Accademia di Jineolojî in Rojava / Siria del Nord-Est, è un luogo e uno spazio per creare un punto di connessione in una rete crescente di Jineolojî.

Basato sulla Jineolojî, una scienza per una società libera che si fonda sulla realtà e la conoscenza delle donne, il cui obiettivo è quello di approfondire la ricerca sulla conoscenza radicata nei valori matriarcali, sulla storia rivoluzionaria così come sulla cultura e la resistenza delle donne e di generi differenti in diverse parti del mondo.

Più informazioni sulla Jineolojî su: https://retejin.org/jineoloji/

Testo originale: https://womendefendrojava.net/en/2020/04/12/to-understand-any-disease-we-have-to-understand-whathealth-is/

Stiamo affrontando la terza guerra mondiale. Qui nell’area dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est (anche conosciuta come Rojava, Kurdistan Occidentale) si può davvero percepire. Ma questa guerra non è solo militare. Le sue armi sono la distruzione dell’ecologia, dei valori comuni e della salute. La terza guerra mondiale che stiamo attraversando sta rendendo l’umanità malata in molti modi diversi. La nostra ricerca per la verità è ora più necessaria che mai. Abdullah Öcalan, che è a capo del Movimento di Liberazione del Kurdistan dice: “per trovare la verità dobbiamo guardare indietro a dove l’abbiamo persa.”

Per comprendere qualsiasi malattia abbiamo bisogno di comprendere cosa sia la salute, cosa significa e come possiamo proteggerla. Etimologicamente, in inglese antico la parola “health” (salute, ndt) deriva dalla parola “whole” o “wholeness” (intero/interezza, ndt). Ciò che ci rende interi è ciò che siamo. Prima della penetrazione del patriarcato, dello Stato e del capitalismo, che si sono sviluppati insieme iniziando circa 5000 anni fa, la società stava vivendo in clan o gruppi di famiglie allargate in cui le madri erano il centro della vita. Le piante erano le medicine utilizzate, basate sul rafforzamento del corpo, della mente e dell’anima dell’intera comunità. Nelle diverse parti del mondo si sono sviluppati diversi sistemi sanitari.
Tutti hanno radici molto simili che derivano dalla società naturale (durante le epoche paleolitiche e neolitiche). Questo è dovuto al fatto che sono stati tutti creati in un tempo in cui la vita era molto vicina e in armonia con la natura. Poi si sono sviluppati secondo differenze regionali e culturali. Fino ad ora, la madre, portando la vita, sfamando e allevando durante i primi anni, è la prima a dare cure e la portatrice di conoscenza su come la vita possa essere mantenuta e protetta.

La salute non può essere vista come un’istituzione. Anche gli animali e gli esseri viventi hanno sistemi di assistenza sanitaria. Tutto ciò che esiste nell’universo prova a sopravvivere mantenendo un equilibrio, mantenendo la salute, che devono essere protetti costantemente attraverso vari sistemi di autodifesa, dal campo magnetico della terra ai nostri anticorpi.
Le prime tradizioni mediche includono quelle di Babilonia, Cina, Egitto e India. La storia della medicina mostra come le società abbiano cambiato il loro approccio alla malattia e ai disturbi dai tempi antichi al presente, separando la donna dal suo precedente ruolo centrale di curatrice.

Per esempio, la caccia alle streghe, che è diventata evidente soprattutto in Europa centrale dopo il Medioevo tra i secoli VI e XIX (e ancora continua oggi in alcune parti del mondo), fu un tentativo di rompere il ruolo delle donne curatrici. Donne che formavano comunità ed effettuavano tutti i tipi di lavoro fino alla fine del Medioevo. Il controllo dello Stato e della Chiesa su queste donne, che agivano anche come ostetriche, avendo a che fare con il dolore, praticando aborti e cure, fu brutale. Milioni furono bruciate vive, torturate e imprigionate. Ma durante più di 300 anni la caccia alle streghe impose la paura tra le persone, demonizzò le donne e sostituì il loro ruolo di curatrici. Vennero rimpiazzate dalla figura del dottore maschio che si focalizzava solo sul corpo, dividendolo ulteriormente in sistemi separati.

Era un tentativo per provare a rompere lo stretto legame tra donne e natura. Qualcosa che non sono riusciti a distruggere, ma che rimane danneggiato ancora oggi. Quando nel XVI secolo il continente americano fu scoperto dagli europei, essi continuarono con la caccia alle streghe e massacrarono interi popoli a causa delle loro pratiche antiche e del vivere comunitario, nella loro ricerca di potere e dominazione. Ma le armi dei colonizzatori che uccisero il 90% delle popolazioni indigene in alcune aree
non furono le loro pistole, furono le malattie che portarono, come la varicella, contro cui i popoli indigeni non avevano difese. Le malattie furono la loro minaccia maggiore e il risultato fu un massacro, anche se non poterono distruggere completamente la resistenza che ancora continua.

Nelle epidemie mondiali le donne sono sempre state in prima linea. La Peste Nera (1346-1353) fu la peggiore pandemia registrata nella storia dell’umanità, che uccise centinaia di milioni di persone. Furono soprattutto donne ad assistere e curare i malati. La Peste uccise più uomini, così le donne si riunirono e continuarono ad avere cura di sé e degli altri. La Peste nera avvenne dopo una gigantesca crescita della popolazione, distruzione di foreste, commercio intenso e crescita sproporzionata, non bilanciati da cura per la salute o la natura.


Al giorno d’oggi, possiamo vedere alcuni andamenti simili nella crisi del Corona. Il patriarcato e il capitalismo sono in una crisi profonda mentre le comunità e la natura vengono distrutte, insieme alla condizione femminile. I valori che ci hanno tenuti in vita, e quelli che ce li hanno trasmessi, come i nostri anziani e le madri, sono costantemente attaccati dalla società moderna.

Globalmente, il 70% della forza lavoro sanitaria e sociale è donna. Anche il 90% dei lavoratori domestici, che si prendono cura ad esempio degli anziani, è donna. Le donne stanno sostenendo la società perché non si tratta soltanto di essere un dottore, si tratta di prendersi cura, assistere, allevare, nutrire, educare e supportare. Per ottenere la salute abbiamo bisogno dell’etica, di emozioni, empatia, senso di comunità e connessione con la natura. Oggigiorno, il comune approccio alla crisi del Corona in tutto il mondo ci mostra come questo è cambiato e ci conduce ad importanti interrogativi: come consideriamo la vita? Cosa rende possibile la vita?

Se guardiamo al Kurdistan, in Mesopotamia, nella lingua Kurmanji la parola per vita è “jiyan” che ha la sua radice nella parola per donna “jin”. Le donne sono coloro che danno e si prendono cura della vita.
Ma questo concetto di donna non è soltanto biologico, è un sistema di valori e comprensione che si applica a tutti i membri della società. La vita non è soltanto un corpo vivente, la vita è tutte le creazioni della natura: le gocce di pioggia, gli oceani, le montagne, le emozioni, la società umana o le foglie che cadono, e l’organizzazione di esse attraverso la biodiversità. Il Coronavirus di per sé è qualcosa di vivo perché si riproduce e diffonde e cambia anche forma, muta. Perciò abbiamo bisogno di comprenderlo come parte della vita sul pianeta e di focalizzarci sulle ragioni che lo hanno portato ad apparire ed espandersi rapidamente.

Nella società moderna la natura è vista come un oggetto da sfruttare e l’umano, rappresentato dal maschio bianco ricco dominante, come il soggetto che è attivo nel trasformare il mondo per soddisfare i suoi bisogni. La terra appartiene agli Stati e alle multinazionali e tutto ciò che vive su di essa diventa di loro proprietà. Il paesaggio è trasformato. Dove prima c’erano ampi spazi in cui vivere con la natura di cui siamo parte, abbiamo eretto edifici pieni di muri per separare le persone, anche all’interno delle loro stesse famiglie. Abbiamo iniziato un processo di isolamento che si manifesta chiaramente ora, quando siamo costretti a mantenerlo. Ma anche costretti all’isolamento fisico possiamo ancora essere connessi in molti modi e trovare la via per la libertà dentro le nostre lotte. L’esempio di Abdullah Öcalan ci ispira.
Anche se è in isolamento da 21 anni nelle mani dello Stato turco, continua a combattere e le sue idee vanno oltre i muri e i confini. Le profonde connessioni rivoluzionarie non possono mai essere distrutte.

Proprio ora l’isolamento per evitare che le persone si infettino, com’è applicato, divide le persone e rende l’auto-organizzazione difficile, indebolendo le reti di supporto già esistenti. Le famiglie o le reti di
solidarietà non possono incontrarsi per trovare altri modi per vivere questo periodo o per piangere i loro cari. Invece, lo Stato ora può controllare le vite delle persone più di prima decidendo chi può e chi non può uscire, quali tipi di lavoro sono necessari e quali no, mettendo il valore sul capitale e non sulle persone. Per essere sicuri che chiunque stia seguendo le nuove regole, gli Stati stanno usando la situazione per incrementare la repressione, inserendo il coprifuoco, riempiendo le strade con polizia e militari, imponendo multe o aumentando la sorveglianza. Questo sta aiutando la paura a consolidarsi nei cuori delle persone.

Durante il periodo di isolamento, la socializzazione è effettuata attraverso mezzi tecnologici e l’informazione è ricevuta attraverso internet e i mass media. Secondo l’idea della libertà individuale liberale, non ci sono codici etici o morali che controllano quali messaggi sono trasmessi. Attraverso i
media la politica liberale lascia spazio al fascismo e lo Stato è libero di fare una campagna terroristica per aumentare il controllo sociale, rendendo le persone più inclini ad accettare che i loro diritti siano negati e promuovendo la divisione sociale tra quelli che sono considerati buoni cittadini o cattivi cittadini. I cattivi saranno considerati responsabili della diffusione del virus.

La socializzazione è parte della natura umana e con essa la salute. La forza della nostra società è basata sull’amore che abbiamo l’uno per l’altro e per ciò che siamo. Questo amore ci porterà ad avere cura e connetterà la nostra esistenza in un’unica anima umana. La situazione attuale di isolamento sta avendo un grosso impatto sulla salute mentale poiché genera sentimenti di impotenza e solitudine, ma è la punta di un iceberg che ha iniziato a congelarsi centinaia di anni fa. Siamo tutti connessi e ora continueremo a connetterci in qualsiasi modo soddisferà il bisogno di difendere noi stessi e prevenire le morti.

Stiamo vedendo come nelle grandi città le persone stanno combattendo per la sopravvivenza dopo aver perso i loro mezzi per ottenere un reddito, rivelando quanto la nostra vita sia collegata al sistema capitalista e come la sopravvivenza non sia più nelle nostre mani. La società non è comandata dalla società, ma da mezzi esterni, Stati o prodotti. Ciascun territorio non è in grado di soddisfare i bisogni della sua popolazione da solo. Fuori dalla logica del capitalismo globalizzato, possiamo vedere per esempio ad un livello locale in Kurdistan le persone che lavorano la terra, piantando, coltivando e facendo mascherine per le loro comunità. Nonostante vivano sotto l’embargo della guerra, la società può adattarsi meglio alle nuove condizioni perché sono organizzate per comuni.

Per quanto riguarda le donne, vediamo che in tutto il mondo la reclusione in casa sta diventando una prigione per quelle che affrontano la violenza di genere. Le donne sono esposte alla violenza e alla morte nelle loro stesse case. Stanno rimanendo nelle loro famiglie nucleari, incapaci di prendere lo
spazio pubblico per cui abbiamo lottato così duramente. Le donne possono soltanto essere libere se la società è libera, perciò essere forti insieme e preservare l’etica della società manterrà in vita la lotta per la libertà. Non possiamo lasciare nessuna da sola.

Nelle strade, nelle prigioni e lungo gli attraversamenti di confine, la violenza è aumentata. Le politiche razziste stanno aumentando e i diritti si stanno restringendo. Inoltre, stiamo vedendo come gli Stati imperialisti stanno agendo nel nome della vita, chiedendo alle persone di stare a casa mentre aerei da guerra e droni riempiono i cieli. La guerra continua, occupando la terra, uccidendo persone e minacciando la vita in sé, come sta accadendo qui, con lo Stato turco che bombarda i civili e taglia i rifornimenti di acqua ed elettricità a migliaia di persone che dipendono da essi per vivere e sconfiggere il virus.

Vediamo che la vera malattia non deriva dal Coronavirus, ma dal sistema capitalista, coloniale, patriarcale che ha reso l’umanità malata in primo luogo. Come ha scritto Abdullah Öcalan nei suo scritti difensivi, “ci sono molte indicazioni che segnalano la fine del sistema così come molte storie vere che concordano con ciò – ma il vero problema sta nel decidere quali valori liberi, uguali e democratici dovrebbero essere comunalizzati fuori da questo caos.” Il Coronavirus è soltanto un’altra di queste indicazioni che ci mostrano che un cambiamento radicale di paradigma è necessario.

Abbiamo già i semi per costruire un nuovo paradigma. Quelli che hanno resistito all’oppressione fino a oggi ancora portano valori democratici e modi per organizzarsi collettivamente e in solidarietà gli uni con gli altri. Nel movimento rivoluzionario del Kurdistan troviamo una proposta per un nuovo paradigma. In questo momento di malattia mondiale abbiamo bisogno di focalizzarci su come difendere la vita, la sua vera etica e libertà in modo globale e olistico.

Nel Movimento di Liberazione del Kurdistan l’autodifesa è sinonimo di esistenza. Si dice che: “Un essere che non si può difendere non può esistere”. L’autodifesa è collegata alla società e all’identità. Tutti gli
esseri viventi hanno un sistema difensivo. Tutta l’esistenza è una continua lotta. Se guardiamo per esempio al dente di leone, il vento può soffiare via i suoi semi e la pianta rimane nuda e sembra essere morta, ma i suoi semi sono sparsi ovunque. La rosa difende la sua vita con le spine che agiscono anche come un avvertimento.

L’autodifesa è un modo per organizzare la società. Durante gli ultimi due mesi abbiamo visto come i meccanismi di autodifesa sociale sono stati attivati in tutto il mondo, nella forma di reti di solidarietà con le persone più colpite dall’isolamento, distribuendo cibo e mascherine. Le persone si sono unite per combattere contro misure che distruggono il tessuto sociale che ci protegge. I lavoratori hanno organizzatori scioperi, messaggi di solidarietà sono stati inviati in tutto il mondo, scioperi della fame sono stati condotti, così come proteste nelle prigioni per difendere i diritti umani di base.

Le strade vuote, che stanno lasciando spazio alla vita non-umana, ci stanno anche mostrando l’effetto dannoso che il sistema capitalista ha sull’ambiente. L’inquinamento atmosferico in alcuni posti è calato
fino al 40% dall’inizio dell’isolamento. Se comprendiamo dalla natura il potere di creare la vita e ci connettiamo con essa, come parte di essa, possiamo superare l’impostazione mentale liberale, i falsi bisogni imposti, la supremazia degli esseri umani sugli animali o la supremazia degli uomini sulle donne.

Affrontando qualsiasi crisi, emerge un’opzione per un cambiamento rivoluzionario, un cambiamento che porta una soluzione per tutte le società nel mondo. La parola crisi deriva dal greco krisis, che significa “decisione”. Quando raggiungiamo questo momento, dobbiamo prendere una decisione per superare un punto di svolta. Possiamo vedere la fine del capitalismo, dell’imperialismo e del patriarcato più vicine che mai perché la loro verità sta vendendo alla luce. A questo punto ci sono tanta angoscia edisperazione per la situazione eccezionale quanto ci sono speranza e una reale possibilità di cambiamento. Credere in questo aumenta le possibilità di rendere la rivoluzione mondiale una realtà ed è necessario per ricordare qui e ora che questo è il secolo delle donne e che forse il Coronavirus è il colpo finale, quello che ci permetterà di vedere questo momento di caos come un’opportunità per la Rivoluzione Mondiale. Una nuova possibilità può sorgere dal nostro dolore comune e dalla nostra speranza collettiva.

Istituto di Jineolojî Andrea Wolf

Questo breve video ci mostra anche come “Siamo insieme, in solidarietà con quelli che hanno perso le loro vite e con tutte le persone che stanno combattendo, ogni giorno, ovunque” e la connessione delle nostre lotte nel passato e nel presente.

https://www.youtube.com/watch?v=LoEVN506N14