Recuperare conoscenze saccheggiate dal patriarcato. Il centro sanitario delle donne – Intervista

La salute è lo specchio della società in cui viviamo e della nostra relazione con essa: solo una società libera dall’oppressione e dalla repressione sarà dunque una società sana.

Pubblichiamo la traduzione dell’intervista uscita il 18 maggio 2020 sul blog buen camino del giornale spagnolo el salto diario.
La stessa intervista si trova anche su Kurdistan América Latina.

Dopo la nostra ultima intervista sull’attività medica al fronte, continuiamo con la questione sanitaria secondo la prospettiva dell’autonomia delle donne, concretizzatasi in Jinwar, il villaggio situato nel Nord-Est della Siria, riservato esclusivamente alle donne. Ampliamo in forma scritta l’intervista realizzata dall’organizzazione giovanile “Arran” [della sinistra indipendentista catalana – n.d.t.] alla compagna internazionalista che ha creato il centro sanitario nel quale lavora come dottoressa. Ci parla della situazione attuale della guerra e della pandemia, della prospettiva della salute e di come tutto ciò sia connesso alla liberazione delle donne e alla loro autonomia.

A grandi linee, come si presenta la situazione della pandemia del Covid-19 nel Nord e nell’Est della Siria?

Finora la pandemia ha interessato a livello medico gli Stati circostanti, ma non la Federazione democratica del Nord e dell’Est della Siria, dove si sono registrati solo due casi isolati più d’una settimana fa; ciononostante, da un mese e mezzo l’Amministrazione autonoma di questo territorio ha adottato tutte le misure preventive, ha chiuso le frontiere, instaurato il coprifuoco e lanciato una campagna di educazione e sensibilizzazione sulle procedure materiali necessarie a prevenire il Coronavirus.

Fin qui la storia è la stessa che in molte altre zone del mondo: la differenza rispetto agli altri Stati, sta nel fatto che qui l’amministrazione questi provvedimenti li adotta a favore del popolo, cioè con l’obiettivo di proteggere la società anziché di approfittarne per trarre vantaggi economici o aumentare il proprio potere sulla popolazione. Oltre all’adozione delle misure si cerca di tener conto, per quanto possibile, delle esigenze della società, e a tal fine si sono creati dei comitati che operano per risolvere le difficoltà che sorgono in questi momenti, in relazione alle necessità primarie – benché ovviamente, trattandosi d’un momento complesso, vi siano difficoltà rimaste tuttora prive di soluzione; ad esempio si stanno assegnando aiuti alimentari alle fasce della popolazione con meno risorse, e dinanzi all’aumento della violenza domestica di genere s’è deciso di permettere alle organizzazioni delle donne di continuare a tenere le proprie riunioni per poter dare risposte, poiché l’organizzazione rende le donne meno vulnerabili a questo tipo di violenza.

L’analisi della pandemia elaborata qui è che essa sia conseguenza diretta dello sfruttamento indiscriminato della natura da parte del sistema capitalista nel quale viviamo e della mentalità che ne deriva, i quali generano forme di vita incompatibili con l’esistenza: diviene dunque più ovvia che mai la necessità di costruire una società fondata sulla democrazia, sull’ecologia e sulla liberazione della donna, che sono i pilastri di questa rivoluzione.

È molto presente anche l’idea che il Coronavirus sia oggetto d’una strumentalizzazione mirata a condurre una guerra psicologica, e di fronte a ciò si considera assai importante evitare che tra la popolazione si diffonda il panico; si presta particolare attenzione al trattamento dell’informazione nei mezzi di comunicazione e per loro tramite si diffondono riflessioni per aiutare la gente a comprendere la situazione: di questi tempi, i media sono più che mai strumento pedagogico. Inoltre, si esorta la popolazione a difendere la società da questa aggressione, proprio com’è abituata a fare di fronte ad attacchi d’altro tipo: l’appello al rispetto delle misure di prevenzione va a beneficio non della singola persona ma della società. Su questa linea sono nate anche iniziative popolari, come la fabbricazione casalinga di ventilatori meccanici sviluppata da un gruppo di ingegneri, o il fatto che varie cooperative di donne abbiano convertito l’attività produttiva abituale in fabbricazione e diffusione gratuita di uniformi per il personale sanitario e mascherine, prefigurando così anche un’economia al servizio delle esigenze del popolo.

Ma in questa terra l’attacco del Coronavirus non è l’unico al quale far fronte: ci troviamo in un territorio in conflitto bellico costante, e così è tuttora, nonostante il mondo si sia paralizzato per la pandemia. Gli attacchi dello Stato fascista turco e dei suoi mercenari jihadisti non solo non sono cessati, ma sono anzi aumentati di frequenza in diverse zone, con artiglieria pesante, requisizione di beni, sequestri di persona, tagli all’acqua e all’elettricità; inoltre, sia lo Stato turco che quello siriano si servono del Coronavirus come arma biologica, tentando di spedire in questo territorio persone contagiate per diffondere il virus e indebolire la società. Ancora, non dobbiamo dimenticare che l’embargo continua e che l’OMS ha rifiutato ogni tipo di soccorso a quest’amministrazione autonoma, poiché tale aiuto equivarrebbe al riconoscimento ufficiale dell’esistenza di un territorio organizzato ai margini dello Stato.

In che cosa consiste l’attività specifica che stai svolgendo?

Ora vivo a Jinwar, la città delle donne. Qui noi donne, con bambine e bambini, seguiamo un modello di vita comunitario, unendo le forze per costruire uno spazio libero dall’oppressione nel quale autogestire le diverse sfere della vita (alimentazione, salute, istruzione ecc.) seguendo i princìpi di democrazia, ecologia e liberazione della donna. Il villaggio è stato inaugurato nel 2018 e fin dall’inizio uno degli elementi del progetto era la costruzione di una clinica per le donne e le nascite. Sono dottoressa e da quattro mesi mi sono trasferita qui per aiutare nell’apertura della struttura, di cui abbiamo festeggiato l’inaugurazione il 4 marzo nell’ambito di una settimana di mobilitazione per l’8 marzo, Giornata internazionale delle donne; il nostro servizio copre, oltre a Jinwar, circa venticinque villaggi dei dintorni. La clinica si chiama “Şîfajin”, che significa “cura per le donne”: in essa s’intrecciano la medicina convenzionale e quella naturale, con produzione autonoma di medicinali, attività di educazione sanitaria e ricerche nei dintorni per recuperare e riprodurre i rimedi naturali della zona.

Cosa molto significativa, è essere riuscite ad aprire la struttura appena prima dell’istituzione del coprifuoco. In questi momenti, nei quali la salute diviene questione cruciale, l’ospedale della città più vicina è chiuso ed è aumentata la violenza domestica di genere, assume quindi speciale importanza il nostro ruolo di pedagogia, assistenza medica e solidarietà alle donne, alle persone minori di età, alle bambine e ai bambini della zona.

Come si configura, nel quadro ideologico della rivoluzione, la questione della salute?

Nell’ambito del sistema sanitario pubblico vi sono due strutture, militare e civile, e due tipi di ospedali, situati nei centri abitati principali: gli “ospedali del popolo”, aperti a tutte e tutti, e gli ospedali militari, riservati alle Forze di difesa del Popolo; parallelamente continuano a funzionare cliniche e ambulatori privati e anche ospedali del regime in due città.

L’obiettivo è costruire un sistema sanitario democratico e gratuito. La gratuità è ormai praticamente in vigore, rimangono a pagamento solo alcuni interventi chirurgici presso alcuni ospedali civili e anche alcuni dei medicinali per la terapia domiciliare da acquistare in farmacia. Per quanto riguarda la partecipazione della popolazione, rimane ancora molto lavoro da fare. L’idea è avere – a tutti i livelli organizzativi della società, dalle comuni ai quartieri urbani, ai gruppi di abitazioni isolate, ai villaggi fino ai livelli superiori – dei comitati di salute pubblica che provvedano alle necessità attuali in relazione a quest’ambito della vita e si adoperino per cambiare la prospettiva in materia di salute.

La percezione della salute egemonica nella quale viviamo è strumentale al sistema capitalista: è quella che, insieme al metodo scientifico, è stata ed è strumento indispensabile per la sua instaurazione e perpetrazione. I sistemi sanitari attuali e l’odierna prospettiva sulla salute obbediscono agli interessi del mercato, a danno della natura; generano soggetti alienati dal proprio corpo e dalla propria mente, con l’unico obiettivo di ridurli a forza-lavoro in totale dipendenza dallo Stato per la cura della propria salute, vissuta piuttosto come oggetto di consumo. Tutto ciò costituisce un fattore indispensabile nello sviluppo della pandemia mondiale che viviamo oggi.

La prospettiva sanitaria che stiamo tentando di instaurare con la rivoluzione è quella della “salute naturale”: concetto non soltanto legato a terapie naturali e autogestite, bensì a un radicamento nella società di valori, coscienza e conoscenza necessari a edificare una società fondata su democrazia, ecologia e liberazione della donna. Non si tratta di rifiutare in assoluto i progressi raggiunti dall’industria chimica e tecnologica, a patto che siano al servizio dei bisogni della gente e rispettino la natura.

La salute è lo specchio della società in cui viviamo e della nostra relazione con essa: solo una società libera dall’oppressione e dalla repressione sarà dunque una società sana.

Tenendo conto del fatto che il progetto si svolge a Jinwar, quale legame si stabilisce tra la gestione popolare della sanità e l’autonomia delle donne?

Come commentavo poco fa, obiettivo di questa rivoluzione è una società fondata sulla democrazia, sull’ecologia e sulla liberazione delle donne. La gestione della sanità deve porsi al servizio di questi traguardi e dunque, intrinsecamente, non può che promuovere l’autonomia delle donne. Due elementi chiave per avanzare in questa direzione sono l’Accademia della Salute e progetti come la Şîfajin, la clinica di Jinwar. All’Accademia della Salute decine di studenti, in maggioranza donne, si preparano a diventare dottoresse e dottori, con una formazione quadriennale che, oltre alla scienza medica, investe anche la prospettiva della salute naturale e quindi le idee e i valori d’una società democratica, ecologica e fatta di donne libere. In un contesto nel quale i medici donne praticamente non esistono, ecco un fatto di grande rilievo. L’assistenza medica che le nuove generazioni offriranno rappresenterà un contributo importantissimo al cambiamento.

Stiamo vivendo la rivoluzione delle donne, e uno dei princìpi guida è che le donne devono essere l’avanguardia della rivoluzione. L’oppressione degli uomini sulle donne e l’instaurazione del patriarcato cinquemila anni or sono è stata fattore imprescindibile della nascita dello Stato e dei vari sistemi di dominio: fu attraverso la mentalità maschile dominante che si crearono le diverse strutture sociali che hanno sistematizzato l’oppressione – guida del cambiamento non possono dunque essere gli uomini, né la mentalità maschile egemonica sotto la quale sono educati a causa del patriarcato, poiché è stata proprio questa mentalità ciò che ci ha condotto fin qui.

Per comprendere l’importanza del ruolo rivoluzionario delle donne nell’ambito della salute, dobbiamo poi risalire alle radici della prospettiva corrotta sulla salute nella quale viviamo, radici che vanno ricercate nella caccia alle streghe perpetrata nei secoli XV-XVIII dalla Chiesa e dallo Stato in Europa e, più tardi, estesa per mezzo del colonialismo.

Furono assassinate migliaia di donne, molte delle quali legate alla medicina; i loro saperi furono espropriati ed esse furono estromesse dalla pratica medica, che divenne professione riservata agli uomini; al tempo stesso, nascevano il metodo scientifico e la scienza moderna, patriarcale nelle sue radici e sviluppatasi a prezzo della sperimentazione condotta tramite metodi atroci sui corpi delle donne. Tutto ciò, insieme a molti altri mutamenti imposti a livello sociale, costituì la base dello sviluppo del capitalismo, nonché dell’ottica sanitaria ad esso strumentale. Dinanzi a tutto questo, è imprescindibile un movimento delle donne che guidi la rivoluzione in ambito sanitario e, parallelamente, una riscrittura della storia secondo la prospettiva delle donne e la creazione d’una scienza costruita a misura di donna: la Jineolojî.

L’apertura della Şîfajin proprio a Jinwar è cosa molto significativa. Jinwar aspira ad essere esempio, guidato da donne, della società democratica, ecologica e di donne libere per la quale lottiamo.

Quali lezioni state traendo dall’attuazione del progetto?

Come sperato, molti dei problemi sanitari che spingono le donne alla Şîfajin sono legati al loro ruolo domestico, alle funzioni ch’esse svolgono, alla situazione d’oppressione che vivono.

Apprezzano il tipo d’assistenza che offriamo, libero dalla violenza e con una chiara intenzione di prenderci cura della loro salute e renderle partecipi [del processo terapeutico], al di là del trattamento concreto che forniamo loro.

Abbiamo constatato che l’ottica sanitaria capitalista, che punta a soluzioni immediate basate sui farmaci, e che perpetra l’alienazione in relazione ai processi che avvengono nel nostro corpo e nella nostra mente, è assai radicata presso le donne; ma al tempo stesso osserviamo che in loro sopravvive una certa curiosità per i rimedi naturali e il desiderio di formarsi e acquisire conoscenze intorno al tema della salute.

Tre delle donne che lavorano nella clinica ve ne sono alcune molto giovani, alla loro prima occupazione extradomestica, e imparano mentre lavoriamo insieme e costruiamo il progetto. È magico assistere alla loro trasformazione, avvenuta in così poco tempo: motivate e felici, sono già alla guida di alcune unità operative della Şîfajin. L’équipe va consolidandosi giorno dopo giorno e tutte diamo il nostro contributo all’apprendimento delle altre e alla realizzazione del progetto.

Dopo l’apertura, diverse donne dei dintorni e le loro famiglie hanno manifestato interesse a seguire una formazione clinica: dinanzi a queste richieste abbiamo deciso di aprire il progetto, consentendo alle donne che vogliano apprendere di trascorrere un periodo di sei mesi insieme a noi, imparando dalla prassi quotidiana e mediante seminari e dibattiti. Si apre così un’altra porta, una nuova possibilità d’autonomia per le donne e di mutamento della prospettiva nel campo della salute.

Infine, nel breve arco di tempo che abbiamo passato a lavorare, stiamo anche toccando con mano come la Şîfajin possa rivestire un ruolo assai importante nel rafforzamento dell’unione tra le donne e nel generare consapevolezza dell’oppressione di genere che viviamo. Noi donne – curde, arabe e internazionali – ci troviamo nello spazio-tempo generato dalla Şîfajin per la cura di donne e neonatx, proprio in seno al popolo delle donne: mettiamo in comune esperienze e conoscenze, discutiamo e al tempo stesso sperimentiamo insieme, per qualche momento, l’atmosfera e le sensazioni che si esprimono in uno spazio non governato dalla mentalità maschile dominante.

Qual è la situazione attuale in Rojava, all’indomani dell’invasione dell’ottobre scorso? Quali ripercussioni ha avuto sulla rivoluzione, e questa come prosegue?

Per affrontare questo punto dobbiamo risalire a prima dell’ultima invasione. Questo è un territorio sotto attacco costante. Di fatto, la rivoluzione del Rojava nasce da una delle falle apertesi in tempo di guerra e ancor oggi si costruisce in un contesto di guerra. Un fatto molto importante è che il processo rivoluzionario non si congela di fronte agli attacchi bensì, dinanzi ad ogni ostacolo, ricerca il percorso alternativo, la possibilità offerta dal momento. Ad esempio, durante l’occupazione di Serêkaniyê e Girê Spî, con l’impressionante resistenza creatasi, ma anche col ruolo svolto a livello diplomatico in quel momento, siamo riuscitx ad ottenere che la rivoluzione della Siria del Nord e dell’Est e le idee che la animano, trovassero diffusione ancora maggiore a livello mondiale e che l’esistenza di questo territorio autonomo fosse ogni volta più riconosciuta e legittimata, pur senza essere uno Stato.

Dall’invasione di Afrîn del 2018, ci troviamo ad affrontare una nuova fase nella quale lo Stato turco, oltre alla volontà di sterminare il popolo curdo, ha l’obiettivo di restaurare l’Impero ottomano. In questo territorio si stanno combattendo cinque tipi di guerra permanente: la guerra militare, quella psicologica, quella economica, l’attacco alle donne e alle loro strutture organizzative, la sostituzione demografica.

Si alternano periodi di guerra calda, caratterizzati da attacchi militari su vasta scala con l’obiettivo dell’occupazione diretta di nuove parti del territorio, e periodi di guerra fredda. I primi corrispondono alle occupazioni di Afrîn, Serêkaniyê o Girê Spî e sono stati un duro colpo sul piano economico per l’importanza di queste località a livello industriale e agricolo (specialmente olivi e grano). Nei periodi di guerra fredda, come l’attuale, lo Stato turco, i suoi mercenari jihadisti e i suoi alleati internazionali, continuano a sferrare attacchi militari di minore intensità e, benché sempre presenti, assumono speciale importanza gli altri tipi di guerra: l’embargo, gli attacchi alle stazioni elettriche, i tagli alle forniture idriche, l’incendio di campi coltivati, la propaganda per diffondere l’ideologia fascista, la tentata accentuazione epidemica del Coronavirus, la sostituzione demografica nei territori occupati, le costanti minacce d’una nuova invasione, ecc. In ogni momento le donne sono bersaglio diretto e sono sempre loro, in virtù del loro ruolo nella società, a soffrire maggiormente le conseguenze delle varie aggressioni.

In uno scenario simile, affinché la rivoluzione continui è necessario reagire senza tregua ai diversi tipi d’attacco, con preparativi a livello militare, educazione della popolazione, riapertura più rapida possibile di collegi, accademie e atenei, il potenziamento dei mezzi di produzione locali (produzione comunitaria o familiare, cooperative ecc.) e loro mantenimento in attività, indipendentemente dalla situazione sul piano bellico, del rafforzamento delle organizzazioni delle donne e delle loro attività e della coesione sociale.

Sopra ogni altra cosa, tuttavia, per creare e mantenere con forza quanto finora realizzato, l’importante è che il desiderio di vita libera e comunitaria sia tanto intenso da non lasciarci contemplare altro cammino che quello di lottare per costruirla, che a muoverci sia l’amore, e che tutte insieme colmiamo di significato ogni momento che viviamo. Allora la rivoluzione non morirà.

Rojava. Sulla prima linea del fronte contro la guerra e la pandemia – intervista a Jiyan.

“Come trattiamo la natura, come vengono trattate le persone, come si tratta la nostra interiorità, qui è dove inizia il dibattito sulla salute” – Intervista a un’operatrice sanitaria internazionalista in Siria del Nord-Est (10 maggio 2020)

“Come trattiamo la natura, come vengono trattate le persone, come si tratta la nostra interiorità, qui è dove inizia il dibattito sulla salute” – Intervista a un’operatrice sanitaria internazionalista in Siria del Nord-Est (10 maggio 2020)

Condividiamo l’intervista pubblicata originariamente in spagnolo sul blog Buen Camino del quotidiano spagnolo El salto.
L’intervista è in lingua inglese ed è stata pubblicata il 16 maggio 2020 sul blog Women defend Rojava. Sempre il 16 maggio, sul blog dell’ANF, è apparsa anche la versione tedesca.

L’internazionalista tedesca Jiyan Bengî in un ambulatorio sul fronte di Til Temir (Rojava).

Jiyan Bengî è un’internazionalista tedesca che dopo il massacro di Sinjar e l’attacco a Kobane nel 2015 ha deciso di trasferirsi nel Nord della Siria per unirsi alla democrazia confederalista rivoluzionaria promossa dal movimento di liberazione curdo. Sta attualmente svolgendo lavori di assistenza sanitaria sulla linea del fronte. Abbiamo parlato con lei dell’impatto del Coronavirus in Rojava, del concetto di salute nella rivoluzione, della forza trasformatrice del movimento delle donne e delle difficoltà di costruire un’alternativa alla crisi del capitalismo in Europa.

Puoi inserirci un po’ nel contesto? Com’è la situazione qua al fronte, come influisce sull’occupazione, a che punto è la guerra?

Questa è l’ultima linea del fronte dall’inizio dell’offensiva lo scorso anno. Qui per esempio c’è un quartiere che appartiene ad un çete [gruppo jihadista – n.d.t.] e ci sono ancora attacchi frequenti, la maggior parte delle volte con armi pesanti, ma anche leggere. Ad un livello più generale, ora c’è molto movimento. C’è movimento di aerei da guerra, c’è movimento dall’altro lato del fronte, sappiamo che i soldati turchi stanno costruendo altre postazioni, rinnovando le truppe, svolgendo lavori di ricognizione. I droni che volano, i russi che fanno le ronde con i soldati turchi, gli americani anche, in gran parte qui si tratta di raccogliere informazioni. Perciò pensiamo che dopo questa situazione del Coronavirus avremo di nuovo un’intensificazione della guerra. Allo stesso tempo, l’ISIS si sta riorganizzando specialmente nella regione di Deir ez-Zor, gli attacchi e le minacce lì fanno di nuovo parte della vita. Inoltre, le loro cellule dormienti vengono tuttora catturate nei cantoni di Cizire e Kobane. La guerra, anzi le guerre, che stiamo affrontando qui hanno queste diverse componenti.

Prevedi quindi che la Turchia continuerà a provare a occupare nuovi territori?

Per la Turchia la questione non è se attaccare o no, la questione è quando farlo. Se le condizioni sono favorevoli, allora lo faranno. Dipende anche dalle relazioni tra loro e i loro alleati politici e militari. Ma di sicuro, se dipende dalla Turchia, ci sarà guerra di nuovo.

Quale influenza ha su tutto questo la pandemia?

Allora, da una parte, se guardiamo alla situazione mondiale, ora sono tuttx concentratx sul Corona, guardi le notizie e sono Corona, Corona, Corona, quindi se adesso l’intero Rojava (o qualsiasi altro posto nel mondo) bruciasse, sfortunatamente non interesserebbe a nessunx. D’altra parte, quando le infrastrutture elettriche o per la fornitura idrica vengono bombardate, riguarda quello, giusto? Riguarda l’influenza sul morale delle persone, terrorizzarle, mettere pressione sui bisogni della vita quotidiana, diffondere rabbia e paura. Intendo, se pensi ad una città grande quanto Heseke, un singolo giorno senz’acqua… specialmente in una situazione di pandemia, in cui devi pulire ogni cosa ogni giorno, oltre alla necessità dell’acqua potabile, questa è una strategia di guerra continua molto chiara contro le persone della Siria del Nord-Est.

Il sistema idrico di Haseke danneggiato da un attacco turco.

In generale, qual è stata la risposta del Rojava alla minaccia dello scoppio pandemico?

Quando è iniziata questa situazione del Covid-19, la reazione è stata: fermeremo tutto, tutte le strutture militari devono fermare le operazioni “attive”, perché prima di tutto siamo tuttx di fronte alla minaccia di questo virus, che a tutt’oggi è un “nemico” che non è molto chiaro come funzioni. Perciò, per sicurezza e protezione, ci fermiamo e proviamo a rendere tuttx consapevolx di quanto sia importante seguire le procedure di protezione individuale. Per esempio, nella nostra regione, andavamo da tutte le unità e spiegavamo la situazione, la minaccia, come proteggersi, il protocollo se ci fosse stata qualche persona con sintomi, ecc. Poi si tratta di organizzare l’equipaggiamento medico e dare anche informazioni per il materiale disinfettante fai-da-te e per la protezione. C’è ancora l’embargo, non abbiamo così tante risorse, anche soltanto procurarsi mascherine e guanti per tuttx era e continua ad essere impossibile.

Ciò di cui abbiamo anche avuto esperienza è stato convincere una società altamente socializzata ad agire in modo totalmente antisociale (niente strette di mano, abbracci, baci… distanza, niente incontri o visite, un diverso modo di mangiare e bere). Spiegare l’importanza di applicare tutto questo è stato abbastanza difficile. Perché quando guardi le unità di terapia intensiva qui, i posti disponibili… abbiamo 40 respiratori, questo significa che possiamo gestire soltanto 40 casi gravi che necessitino di respirazione assistita, significa che il resto non avrà trattamenti adeguati finché il respiratore non sarà libero, il che sarà probabilmente perché quella persona è morta… quindi ci sono ragioni molto concrete per questi protocolli di protezione e per il confinamento.

Collaboratori di Jiyan Bengî all’interno di un’ambulanza.

Le misure quindi sono le stesse dell’Europa?

Allora, anche qui c’è il confinamento e gli unici pubblici esercizi aperti sono quelli che vendono cose di cui le persone hanno bisogno, come i negozi di alimentari, le farmacie, i negozi di attrezzature agricole… abbiamo anche Asayîş [forze di sicurezza interna – n.d.t.] che assicurano che le persone seguano il confinamento, quindi se lo osservi in modo un po’ superficiale, tutto ha la stessa forma, naturalmente, ma d’altra parte hai strutture diverse all’interno della società. L’acqua e l’elettricità sono gratis e il cibo e altri beni di prima necessità vengono forniti alla popolazione attraverso le Comuni, che penso sia una differenza rispetto all’Europa, perché questo fa parte integrante del sistema adottato qui, dell’idea di società e salute che hanno qui.

C’è una struttura, che costituisce la base della vita qui, e ci sono persone che si assumono questa responsabilità: non è che alcune persone decidono di essere brave persone e perciò usano i loro soldi per dar sostegno ad altre persone, cosa che in un sistema capitalista è una buona decisione, ma è diverso se la base del sistema è la solidarietà reciproca attraverso le Comuni. Perciò non dipendenti da uno Stato, ma dalla responsabilità che tuttx si prendono nei confronti di altrx. In Europa avete gli Stati che si stanno rivelando impreparati dinanzi a questa crisi. Avete bisogno del denaro per risolvere quello che la società dovrebbe avere come livello di base del vivere insieme. L’assistenza sanitaria, la socialità, la responsabilità, ecc.

Una miliziana delle forze di sicurezza interna Asayîş.

Quando l’amministrazione ha iniziato ad annunciare le misure, abbiamo avuto la sensazione che forse le persone non le abbiano prese molto seriamente…

Questo è un territorio che è stato in guerra per lungo tempo, la popolazione ha visto molta miseria, molta morte, hanno avuto molte perdite. Ora si deve affrontare un nemico che non vedi, non vedi come si diffonde, non vedi ciò che accade o come le persone si ammalino… perciò pensi “Ok, se perfino le cose di cui abbiamo bisogno non entrano, come farà ad entrare il virus?”. Le persone talvolta sembreranno troppo tranquille, perché ne hanno già viste troppe. Ma è bene notare che dopo che alcuni casi sono stati confermati, le persone la prendono più seriamente e sembrano più intenzionate a seguire le procedure necessarie.

Prima hai accennato alla questione della salute. Qual è la prospettiva della rivoluzione sanitaria? Perché in Europa, quello che vediamo con la situazione attuale è che essere in salute significa principalmente…

Funzionare. Essere in grado di funzionare.

Ecco.

L’idea è di creare una società basata sui valori di democrazia, ecologia e liberazione delle donne. Quindi, quando si tratta di quello, la domanda è: dove inizia la salute? Forse inizia da un punto diverso da quello che diamo per scontato. Abbiamo bisogno di questo mondo e di questa natura. Ne abbiamo bisogno per vivere, ma la natura non ha bisogno di noi. Questo è qualcosa che si sta comincando a capire ora, no? L’aria è pulita, il mare è pulito, c’è movimento, gli animali “si scatenano”, come se fossero felici, spuntano ovunque [ride].

E questo è il problema, giusto? Il mondo non ha bisogno di noi e noi non siamo in grado di capire e di apprezzare ciò di cui abbiamo bisogno. Non apprezziamo la vita e la natura. E guardare alla natura soltanto come a qualcosa che dovrebbe fornirci le cose che vogliamo è il primo passo per iniziare una relazione molto insalubre con il mondo, una relazione molto pragmatica con il mondo, con la vita in generale, su cui si costruisce tutto il resto. Quindi come trattiamo la natura, come vengono trattate le persone, come si tratta la nostra interiorità, è qui che inizia il dibattito sulla salute. Il modo in cui impariamo a vivere questa vita, a pensare, a sentire, che cosa fare, chi essere, è tutto connesso ad un cuore sano, a sani sentimenti, anima, mente e vita.

Quando guardiamo all’Europa, a quegli Stati che chiamiamo altamente “industrializzati”, c’è un numero assai elevato di casi di depressione e cosiddette “malattie della modernità” (diabete, ecc.) … Le persone tentano di trovare un senso alla vita, sono alla ricerca, sforzandosi di raggiungere l’obiettivo di un’immagine convenzionale di individuo felice, bello, attraente, funzionale, un’immagine che in effetti è pura esteriorità, un esempio di ciò che la salute non è. Perciò iniziare a connettere tutto questo alla realtà sociale, alla realtà dell’essere umano in connessione con la natura, con te stessx come essere umano che sei una parte vitale e necessaria dell’umanità e della società, fare passi in questa direzione, è la base su cui mettere in pratica l’assistenza sanitaria. Siamo tuttx responsabili della salute nostra e di tutte le persone intorno a noi e del mondo in cui viviamo. Capire ciò, cogliere l’intero contesto e la connessione più profonda, raggiungere questo stesso livello, può soltanto significare prendere decisioni su ciò che usiamo, ciò che costruiamo, ciò che facciamo, secondo quella consapevolezza. Perciò quando parliamo di energia/risorse, non stiamo soltanto pensando a ciò di cui abbiamo bisogno, ma a come tuttx possano usarle in modo da non danneggiare la natura e la vita e da non esaurire la risorsa stessa. Quando parliamo di medicina, iniziamo dai casi nei quali la medicina farmaceutica non è la soluzione. Si tratta di tutto ciò che c’è prima della medicina farmaceutica, del nostro modo di vivere, ma anche di usare la ricerca per trovare soluzioni per malattie gravi o le esigenze di una chirurgia adeguata. Non dovrebbe esser questione di soldi o dell’utilizzo della medicina come risorsa per ottenere vantaggi materiali. Si tratta di condividere e prendersi cura l’unx dell’altrx, di ricondurre le decisioni a un contesto più generale.

Quando parli con la gente di qui di quale pensano che sia il futuro del Rojava, rispondono sempre la stessa cosa: “Non è chiaro, nessuno lo sa”. Ora, con la pandemia, sembra che questa stessa esperienza sia vissuta in Europa, c’è molta incertezza, c’è la percezione che nessuno sappia cosa succederà. Per un momento la “normalità” di milioni di persone è stata bruscamente interrotta. Considerando questa situazione da qui, cosa pensi che possa derivare da tutto questo?

Sì, c’è chi dice che questa situazione pandemica è in qualche modo positiva, perché le persone si trovano costrette a fare i conti con la realtà dello Stato, ma questo significa sottostimare il potere della normalità. Non penso che l’approccio delle persone sia tanto “quant’è malvagio lo Stato”, ma piuttosto “almeno ci rimane questo o quello, e ora possiamo di nuovo fare questa cosa o quell’altra”. Perché a questo punto, che alternativa c’è? Le persone torneranno sempre ad affidarsi a ciò che esiste già, perché non sta emergendo una nuova società che sia improntata all’amore e alla creatività, e le vecchie strutture e le vecchie idee, potranno piacerti più o meno, ma sai ciò che ti danno, in qualche modo ti “sostengono”, ti danno una certa sicurezza. E questa per me è la sfida principale delle nuove proposte, e anche del confederalismo democratico.

Offrire un’alternativa da una parte è qualcosa di molto pratico, essere in grado di fornire o creare alternative per il cibo e i bisogni di base, che riguardano direttamente le persone, nelle quali le persone possano impegnarsi, e anche idee in cui le persone possano identificarsi, che facciano loro comprendere il loro bisogno le une delle altre e la mutua responsabilità, che possano spingerle a passare all’azione. Si tratta di dare una risposta ai bisogni urgenti, ma anche di essere una macchina ideologica, disseminare analisi che spieghino come questa situazione sia stata raggiunta, portare le persone ad un punto comune. Questo punto comune significa anche che si dovrà costruire di nuovo la fiducia, che le persone dovranno fidarsi, anche di cose e persone di cui ci avevano insegnato a non fidarci. Tornare ad aver fiducia anche nella speranza e crearla mentre la si dà. Questa potrebbe essere la questione più difficile, perché puoi sempre dire “ok, questo è inutile, e questi gruppi, questa organizzazione, fanno tutto sbagliato e nessun cambiamento è possibile”.

C’è troppo pensiero negativo su tutto, troppo pregiudizio e troppe aspettative. È tutto basato sulla logica del dover “sapere”, la rete di sicurezza dell’“è sempre stato così”, “l’essere umano è così”, “devi essere al 100% logicamente sicurx prima di prendere qualsiasi decisione” … Perché devi davvero esser così, nel capitalismo, se non vuoi perdere tutto ciò che lo Stato può prendere da te.

Il Rojava è nel mezzo di una crisi economica e umanitaria, in guerra, sotto occupazione e ora sotto la minaccia di una pandemia, e ancora la resistenza continua. È costantemente sfidato alla sconfitta. Ciò non contrasta con la sinistra in Europa, con l’impossibilità di credere che possiamo vincere e non essere sconfitti?

Allora, francamente, bisogna capire che c’è paura di essere sconfittx, ma anche accettare il fatto che molte persone hanno già sconfitto se stesse, nelle loro prospettive, nelle loro alternative, diventando molto sub-culturali, molto liberali, con poca onestà, già sconfitte nella loro mentalità… nessuna speranza, nessun sogno, nessuna forza a cui connettersi… o troppi pensieri astratti, lontani dalla realtà della società, dalle emozioni, dai bisogni, lontani dalla gente. Bisogna accettare il fatto che siamo tuttx in qualche modo sconfittx in diversi punti, e comprendere questo significa dire: “Ok, allora sono necessari ulteriori passaggi”.

Penso che abbia a che fare specialmente con il mettere in discussione i nostri metodi. Non c’è messa in discussione del luogo da dove proveniamo e del perché siamo come siamo e quando non ti interroghi su questo puoi solo ripetere ciò in cui sei statx formatx, quello in cui sei cresciutx. Ci sono persone che pensano di essere rivoluzionari romantici, che vedono per esempio nella guerriglia o in altri gruppi combattenti, nelle lotte rivoluzionarie, il popolo che ti rende onore e tu che dai tutto fino alla morte. Allora, ci sono molte persone che lo fanno, per molte ragioni diverse, vanno anche fino in fondo, ma che cosa rappresentano nella vita quotidiana? I valori che – con le migliori intenzioni – molti compagni rappresentano, anche in situazioni difficili, sono dopotutto quelli di una mentalità patriarcale, una mentalità violenta, talvolta perfino fascista. Perché? Non perché sono persone cattive, ma perché non riflettono, non analizzano. Hanno imparato ad essere ignoranti. In questo modo agirai e prenderai decisioni solamente secondo questa mentalità. Le soluzioni che vedi, i problemi che vedi, tutto nella cornice di queste mentalità. Il risultato della tua lotta? Combattere fino alla morte o allo sfinimento o fino ad abbandonare la lotta per trovare un posto da qualche parte nel sistema esistente. E non è così che funziona se vuoi un mondo differente e vuoi un sistema differente, non funzionerà.

Se pensiamo alla rivoluzione qui, penso che un punto da tenere a mente sia ovviamente che c’è un nemico molto molto concreto che ci minaccia anche in un modo molto concreto, così le cose funzionano perché hai il bisogno pratico di difenderti. Ma un altro punto funziona a causa dell’esistenza di un forte movimento organizzato delle donne. Perché in tutti i passaggi e a tutti i livelli della società ci sono donne che si prendono responsabilità, presentano le analisi appropriate e mettono strumenti nelle mani delle persone. Perché è così? Perché è importante? Perché una delle analisi qui è che la base della “civiltà” e della società moderna è una mentalità patriarcale, statalista e oppressiva che in pratica significa che l’esistenza delle donne non è presa seriamente in considerazione. Una società con questa realtà è malsana, iniqua, offensiva, violenta, sfruttatrice… e partire da dove inizia l’oppressione è la chiave principale dei cambiamenti sociali e della ricostruzione dei valori di un mondo, di una vita e di una società olistici.

Jiyan col suo team nell’ambulatorio di Til Temir.

In che senso? Come realizzare tutto questo, concretamente?

Talvolta le persone pensano alla rivoluzione come ad un BANG! dopo il quale tutto è diverso. Invece ha più a che fare con le piccole cose. Penso a quarant’anni fa, quando la prima donna nella guerriglia è entrata nella casa di una famiglia e c’era questa bambina e anche questo bambino che la guardano e pensano: “Wow, non ho mai visto una donna così! Una donna che fa queste cose!”. E questo fa impressione a queste bambine, molte di loro vent’anni dopo partecipano alla lotta perché hanno avuto altre figure di riferimento da seguire, altre spiegazioni alle ragioni dei problemi che vedevano e vivevano, hanno capito che altri sentieri sono possibili e hanno deciso di prenderli, invece di essere intrappolate dalla pressione della famiglia… E quelli sono passaggi che le persone non colgono. Dicono: “Oh, guarda quella YPJ o quella YPG con le armi!”, ma ognuna di loro ha dovuto combattere una lotta enorme, lunga e spesso dolorosa fino a quel punto, specialmente le donne; e la lotta principale non è solo avere quell’arma, ma proseguire su questo sentiero, con questa decisione, seguendo la speranza di un’altra realtà, mentre le persone che conosci, la famiglia in cui sei cresciuta, gli amici che ti rispettavano, non ti appoggiano più, perché le loro tradizioni e i loro legami non sono basati sulla libertà di una società intera, ma solo sul farti prendere in trappola dalla difesa e dalla sopravvivenza della sola piccola “tribù”. Chiunque ti abbia dato identità, una casa, uno spazio sicuro governato dalle sue regole –regole feudali/patriarcali/capitaliste/fasciste o in qualsivoglia modo violente – potrebbe attaccarti.

Uscire da queste relazioni personali velenose è il passo più difficile per molte persone. Mettere in discussione su questo punto te stessa e ciò per cui stai lottando, ciò in cui credi e speri, di che tipo di presente e futuro abbiamo bisogno, è la garanzia che tu non stia soltanto seguendo una mentalità distruttiva “spacchiamo tutto”. Specialmente il momento in cui capisci che è proprio per tutte quelle persone che stai lottando. Perché riguarda la società e te, connesse. Dopo molte lotte per questo, nel mentre, tiri avanti quando i tuoi amici muoiono, quando la tua società è continuamente sotto embargo, sotto pressione, quando succedono cose come Afrin o adesso Serekaniye. Il cambiamento avviene attraverso questi passaggi, ci sono così tante storie pesanti qui, in ogni famiglia, per ogni compagna.

I passi compiuti da tuttx fino a oggi hanno portato alla rivoluzione e a tutti i cambiamenti all’interno della società e del sistema. Perciò non è un BANG, è una lotta continua di tutti i giorni in cui dev’esserci piena chiarezza su quali valori stiamo rappresentando. Questo è rivoluzionario. Vivere la speranza, i cambiamenti, i valori che vuoi creare, per una società piena d’amore, democratica, ecologica, fatta di donne libere. E decidere di difendere tutti questi valori ad ogni costo. E per difendere qualcosa, c’è bisogno d’amore, di valori, solidarietà, creazione, responsabilità, un cuore e un pensiero enormi. Con tutto questo come approccio di base e generale, quando poi dobbiamo combattere con le armi, come qui, per la difesa pratica contro una minaccia come l’ISIS, lo Stato turco o qualsiasi Stato fascista, sarà una lotta rivoluzionaria – in cui la lotta armata è soltanto un passaggio e non lo scopo.