Non possono spezzare la libera volontà delle donne

L’uccisione di Saada al-Hermas e Hind al-Khedr fa parte di una serie di attacchi e minacce dell’ISIS nei confronti di membri e rappresentanti dell’Amministrazione Autonoma e delle tribù arabe della regione.

Femminicidi politici nei confronti di due attiviste locali

Traduciamo il dossier pubblicato il 10 febbraio 2021 in memoria di due compagne, Saada al-Hermas e Hind al-Khedr, uccise in un attacco mirato da parte dello Stato Islamico (ISIS) il 22 gennaio 2021 a Shadade, Heseke [Siria del Nord-Est].

Risponderemo con la resistenza! Organizzate, metteremo fine al femminicidio!
Şehîd namirin! – I/Le martiri non muoiono!

1. Che cosa è successo?

Il 22 gennaio 2021, a Shadade, nella regione di Heseke, le due politiche e attiviste locali Saada El-Hermas, co-presidente del consiglio comunale di Til El-Shayir, e Hind al-Khedr, sua vice e responsabile del comitato economico, sono state rapite e assassinate.

Secondo i vicini e le famiglie un gruppo di uomini armati sconosciuti e mascherati ha fatto incursione nelle loro case, la sera, entrando con la forza, poi ha abusato di loro e dei loro familiari e, con le armi, ha minacciato di uccidere le donne, le loro famiglie e i vicini. Infine, fingendo di essere membri dei servizi segreti, hanno rapito le due donne e le hanno portate in un luogo sconosciuto. Solo ore dopo, i corpi di Hind e Saada, che mostravano segni di tortura, sono stati trovati dai vicini a diversi chilometri dalle loro case, nel paesaggio desertico della zona di Dashisha, sulla strada principale di Shadade. 

Quasi 24 ore dopo il ritrovamento dei loro corpi, lo Stato Islamico (ISIS) ha rivendicato l’omicidio delle due donne.

L’uccisione di Saada al-Hermas e Hind al-Khedr fa parte di una serie di attacchi e minacce dell’ISIS nei confronti di membri e rappresentanti dell’Amministrazione Autonoma e delle tribù arabe della regione. Già prima del loro assassinio, entrambe le donne avevano ricevuto diverse minacce da parte dell’ISIS, ma non si sono lasciate intimidire. I corpi delle due donne sono stati sepolti senza funerale, a causa delle minacce dell’ISIS nei confronti delle famiglie. Queste minacce contro le famiglie, il loro ambiente e soprattutto contro altri rappresentanti dell’Amministrazione Autonoma non sono finite.

Anche se nel 2018 le ultime città sono state liberate dall’ISIS, nella regione sono ancora presenti cellule dormienti che vanno tenute sotto controllo. Con le loro strutture nascoste, formate in Iraq e in Siria, queste reti continuano i loro attacchi contro la popolazione. Soprattutto nelle regioni a maggioranza araba, come Shadade, che si trova vicino al confine tra Iraq e Siria, e poi a Deir ez-Zor, a Raqqa e ad Hama di recente gli attacchi e le aggressioni sono aumentati significativamente. L’intento è quello di mantenere la regione instabile, intimidire la popolazione della Siria settentrionale e orientale e metterla contro i progetti democratici che si stanno gradualmente costruendo nella regione, nonostante la situazione complessa.

Le uccisioni mirate di Hind e Saada sono dirette principalmente contro le attiviste che lavorano senza sosta per la liberazione delle donne e che costituiscono una forza trainante nella costruzione di una società auto-organizzata nella Siria settentrionale e orientale.

2. Chi sono le donne assassinate?

Hind al-Khedr è nata come Eslam Latif al-Khedr nella città di Til El-Shayir, nel distretto di Al-Dashisha a Heseke. Essendo la figlia più giovane, è cresciuta a Til El-Shayir e lì si è diplomata. Dopo aver divorziato, ha vissuto con la sua famiglia ed è stata una madre single di una figlia che ora ha 4 anni.

Era molto interessata e ha lavorato duramente per partecipare alle attività dell’Amministrazione Autonoma e fare così dei passi verso una società democratica. Questo lavoro l’ha portata a ritenere che la lotta per i diritti delle donne fosse particolarmente importante e ha focalizzato la sua attenzione nei confronti del movimento delle donne del Kongra Star.

La sua vita era instabile e segnata da molte contraddizioni ma, nonostante le sfide che si è trovata davanti, non si è mai arresa. Per responsabilità verso sua figlia, la sua famiglia, ma anche verso la società, a partire dal 22 gennaio 2020 ha iniziato a lavorare per il comitato economico in cui era molto impegnata; ha partecipato attivamente a tutte le attività e ha continuato a battersi per una società democratica e comunitaria. Era convinta di questo percorso, amava ciò che stava facendo e si impegnava a fondo per difendere i diritti delle donne e rafforzare l’amicizia tra le popolazioni curde e arabe. Le persone che la conoscevano la descrivono come una persona molto vivace e socievole, con uno spirito gioioso, che dava forza a chi le stava intorno. Il suo impegno ha impresso una svolta alla lotta delle donne per la loro liberazione e ha fatto capire che organizzandosi insieme le donne potevano trovare una via d’uscita dall’oscurità. L’omicidio di Hevrin Khalaf, nel 2019, l’ha molto colpita e ha rafforzato la sua volontà di continuare la lotta delle donne contro ogni tipo di comportamento maschilista e di dare voce alle donne.

Saada Feysel El-Hermas è nata a Til El-Shayir nel 1993 e proveniva dalla tribù Giheshi. Ha frequentato la scuola fino alla nona classe e poi si è sposata. Anche lei ha divorziato e in seguito ha cresciuto da sola i suoi due figli, uno di un anno e mezzo e l’altro di sei mesi.

Saada, come Hind, dava grande importanza alla lotta per i diritti delle donne e quindi si è messa in contatto diverse volte con il Kongra Star con il desiderio di lavorare con loro. Anche lei è entrata a far parte dell’Amministrazione Autonoma il 1° gennaio 2020 venendo eletta co-presidente del consiglio comunale di Til El-Shayir. Era molto impegnata nel suo lavoro e partecipava attivamente a qualsiasi attività e azione; ci teneva a essere coinvolta e cercava sempre di collegarsi alla vita reale delle persone. Le piaceva stare con gli altri ed era amichevole; con la sua lotta riusciva a dimostrare che le donne con la loro forza e volontà possono essere riconosciute.

Hind e Saada venivano dalla stessa città e hanno iniziato a lavorare nello stesso momento. Entrambe hanno mostrato, con la loro volontà e forza, il potere delle donne nella lotta per costruire una società libera e democratica, basata sulla liberazione delle donne.

3. Attacchi mirati contro le donne

L’assassinio delle due politiche locali Saada al-Hermas e Hind al-Khedr si somma a una serie di attacchi mirati e assassinii di donne nel nord e nell’est della Siria, esplicitamente diretti contro l’organizzazione autonoma delle donne e la rivoluzione femminile nel Rojava. Si tratta di un attacco mirato alle donne civili che hanno un ruolo preciso nella politica, che sono coinvolte in organizzazioni femminili e/o democratiche e che rompono con i tradizionali ruoli stabiliti dal patriarcato.

In questo contesto, l’assassinio mirato di due donne arabe che erano organizzate in strutture locali dell’Amministrazione Autonoma mira a intimidire e scoraggiare le donne dall’organizzarsi e lottare per i loro diritti. È un attacco diretto alle conquiste delle donne, che hanno fatto passi importanti all’interno della società grazie alla loro lotta contro i ruoli patriarcali tradizionali. Con il loro attivismo giocano un ruolo importante nella rivoluzione delle donne nel nord e nell’est della Siria e nella costruzione di una coesistenza democratica tra i popoli. Nel nord e nell’est della Siria la forza unitaria delle donne, la loro lotta comune e le loro alleanze forniscono una chiara alternativa al sistema oppressivo di dominazione maschile dell’ISIS, che cerca di dividere i popoli della regione per poterli governare.

La guerra continua e gli attacchi nei confronti delle donne, dei loro corpi, delle loro vite e della loro organizzazione, e specialmente le uccisioni mirate di donne organizzate, vogliono a mettere a tacere le voci coloro che resistono e si ribellano alla violenza oppressiva e sfidano il sistema dominante, cercando di costruire società democratiche basate sulla liberazione delle donne. Queste voci dimostrano chiaramente che le donne sono le pioniere e il motore nel processo di costruzione di una società democratica e auto-organizzata.

Ricordiamo Saada al-Hermas e Hind al-Khedr come donne che hanno dedicato la loro vita e tutto il loro attivismo alla lotta per una Siria democratica e pluralista e un Medio Oriente democratico, basato sulla liberazione e la libertà di tutte le donne. Loro ci mostrano che, unite e organizzate, stiamo facendo passi decisivi verso la costruzione di una nazione democratica.

Movimento delle Donne Kongra Star

Tre bellissimi fiori

Oggi, 9 gennaio, ricordiamo l’assassinio delle nostre compagne curde Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Şaylemez. Otto anni fa queste tre meravigliose donne e rivoluzionarie sono state uccise a Parigi dai servizi segreti turchi.

Oggi, 9 gennaio, ricordiamo l’assassinio delle nostre compagne curde Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Şaylemez. Otto anni fa queste tre meravigliose donne e rivoluzionarie sono state uccise a Parigi dai servizi segreti turchi. Traduciamo un testo di Dilar Dirik, pubblicato su The Kurdistan Tribune il 17 gennaio 2013.

“Terroristə” in un sistema terroristico

Sakine Cansiz è storia. È l’incarnazione del volto femminista del movimento di liberazione curdo. È la donna che ha sputato in faccia al suo aguzzino, quando era in prigione. È la donna che non ha gridato quando le hanno tagliato il seno. “In quanto militante per una giusta causa, mi vergognavo di dire ‘ah'”, ha detto. È la donna che non ha tradito lə suə compagnə, anche sotto le torture più severe. È la donna dai capelli rosso scarlatto. Era inondata di vita, una fontana d’amore. Si allenava ogni mattina, era una vegetariana etica. È la donna che, dopo tutto quello che ha passato, passerà alla storia come una convinta sostenitrice della giusta causa del movimento curdo, una persona che non ha mai rinunciato alla libertà. È la donna la cui morte ha causato il dolore più profondo nella vita di mio padre. Non l’ho mai visto piangere così prima. Non è una terrorista. Lei è un’eroina. È la donna rispettata persino dai suoi nemici. I suoi occhi gentili e il suo bel sorriso, nonostante tutto l’orrore che ha attraversato, sono stati fonte di incoraggiamento e forza per un’intera nazione. La sua morte è una perdita per l’umanità. Com’è triste che il mondo l’abbia conosciuta solo nella morte. L’ultima volta che l’ho vista è stato come un addio. Sono orgogliosa di aver conosciuto un pezzo di storia e non dimenticherò mai le ultime parole che mi ha detto…

Fidan Dogan

Non conoscevo Fidan Dogan, perché per me era Rojbin. L’ho incontrata per la prima volta quando ero alle elementari. Io e la mia famiglia ci siamo subito innamoratə di lei! Era così energica, sorrideva sempre. La sua voce è ancora nelle mie orecchie. L’abbiamo chiamata “heval troptisha“, perché ha insegnato a me e mia sorella una filastrocca francese chiamata “Trois petits chats“, tre piccoli gatti. Non sapevamo cosa significassero le parole, ma la gioia più grande era battere le mani e ridere istericamente al suono divertente della parola “somnambule“, ogni volta che giocava con noi. Il mio cuore perdeva un battito, ogni volta che la vedevo. L’ultima volta che ci siamo incontrate è stato durante lo sciopero della fame a Strasburgo nell’aprile 2012. Era sempre così energica, incredibilmente intelligente e, naturalmente, il suo sorriso era contagioso. L’avrei abbracciata più forte, l’avrei baciata e le avrei detto che non dimenticherò mai il suo sorriso, se avessi saputo cosa le sarebbe successo in questa città che tanto amava. È stata sepolta il giorno del suo compleanno. Ma questo significa solo che la sua morte ha dato alla luce migliaia di Rojbin che la ammireranno e la manterranno in vita. Non è una terrorista. Lei brilla. Lei è la nostra Rojbin…

Leyla Şaylemez

Mi dispiace di non aver mai avuto modo di incontrare Leyla, o Axin, come la chiamavano. Aveva solo pochi anni più di me e ogni singola persona che conosco che l’aveva incontrata parla assai bene di lei. Anche lei non è una terrorista. Lei è una di noi. Mi dispiace non aver potuto condividere alcun ricordo e mi dispiace tanto che sia morta così giovane…

La mattina dopo l’omicidio, mi sono svegliata con la terribile notizia che queste tre incredibili donne curde, attiviste per il nostro popolo, rivoluzionarie, erano state assassinate. Da un giorno all’altro siamo andatə a Parigi, dove centinaia, se non migliaia di persone piangevano insieme. I genitori di Sakine e Fidan erano arrivati ​​in aereo dalla Turchia. Non erano al centro di comunità quando sono arrivata, ma mia madre mi ha detto che la madre di Sakine piangeva: “Mia bellissima figlia, hai amato così tanto la tua gente – ecco perché sei morta…”

Sabato abbiamo camminato come curdə, turchə, armenə, tamil, baschə, palestinesə, tedeschə, francesə, socialistə, comunistə, democraticə, sindacalistə, femministə, umanistə, madri, padri, sorelle, fratelli e compagnə, come esseri umani, unitə come unə, per le strade di Parigi. Devi guadagnarti e meritarti una tale folla, e così hanno fatto, le nostre bellissime eroine! Per una volta abbiamo assediato la capitale di questo Paese che un tempo ci colonizzava. C’erano fiori, bandiere, quadri e candele in Rue Lafayette, un luogo che sarà dannato e infestato per sempre dalla promessa che abbiamo fatto alle nostre compagne. Ho avuto una crisi quando siamo andatə sul luogo del crimine. Mi ero ripromessa di restare forte, perché alle nostre compagne non sarebbe piaciuto vederci così, ma non ho potuto farci niente. Voglio ancora pensare che questo sia un incubo, voglio ancora credere che questa crudeltà non sia accaduta.

Enorme comizio funebre a Diyarbakir (Amed), gennaio 2013.

I volti malvagi dietro questo omicidio non ci hanno “semplicemente” portato via tre preziose attiviste della causa curda, l’uccisione di donne significa sempre qualcosa in più. In una guerra di genere come quella tra lo Stato turco e il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), l’assassinio pianificato di tre donne indipendenti e libere deve essere inteso in termini di violenza contro le donne. L’assassinio di donne come Sakine Cansiz, Rojbin e Leyla, che difendevano il loro popolo e le donne, non è solo una dichiarazione politica, è anche un omicidio patriarcale: femminicidio!

Di tutte le persone, loro, e in particolare Sakine Cansiz, meritavano di vedere la pace in Kurdistan. Ha dedicato la sua esistenza a una causa giusta che ha rappresentato nella sua bellezza. Ha sopportato anni di torture in prigione, ma non ha mai rinunciato alla pace e alla giustizia, e se non l’ha fatto lei, nessuno ha il diritto di arrendersi. Nessuno l’ha costretta, ha scelto liberamente di essere una combattente per la libertà. Avrebbe potuto condurre una vita normale, avrebbe potuto essere una codarda, se avesse voluto, ma non l’ha fatto. Non l’ha fatto, perché è grandiosa. Mi rende molto orgogliosa di essere curda. Di solito non dico che sono una curda orgogliosa, ma lei mi ha fatto capire ancora una volta che causa, che dovere ho ereditato dai miei genitori e da tutte le persone che hanno sofferto e sono morte cosicché io potessi avere una vita autodeterminata, una vita libera. Sono orgogliosa di aver conosciuto due di queste donne immortali e straordinarie. E in ogni passo che faccio nella vita, le farò vivere per sempre…

Questo è il destino della nostra nazione. I nostri cuori si sono appena ripresi dal trauma del massacro di Roboski [dicembre 2011, ndr], quando Parigi ci ha inflitto una nuova ferita. E ogni volta, non importa quanto profondo sia il nostro dolore, noi siamo “terroristə”. Come osano chiamare terroristə queste personalità straordinarie e libere, ammirevoli sotto ogni aspetto?

Una volta, un giornale curdo in Germania è stato chiuso dalla polizia. Gli agenti di polizia hanno svuotato il locale, sequestrato persino fiori e piante. Mio padre con rabbia chiese a uno degli ufficiali: “Anche questo fiore è terrorista?!”

Viviamo in un sistema spaventoso, un sistema insanguinato e spietato che mette a morte lə nostrə compagnə più preziosə, lə nostrə combattenti più coraggiosə e, con loro, le nostre speranze. In questo sistema, giusto e sbagliato vengono costruiti artificialmente, mentre lodiamo i boia economici e le loro corrotte fortezze d’oro come modelli di comportamento e uccidiamo coloro che dedicano le loro vite alla giustizia, alla libertà e alla verità. Le personalità e le istituzioni responsabili delle più grandi guerre del mondo, sia per partecipazione attiva che per silenzio, ricevono premi per la pace. Questo mondo si congratula con gli assassini borghesi per il loro ultimo spargimento di sangue, mentre salgono sul podio che consiste nelle spalle dei poveri, mentre spaventano lə dissidenti con la prigione, la tortura e la morte. Quando nove proiettili sono volati a Parigi, culla della rivoluzione, è stato lanciato l’ultimo attacco alla nostra causa, ma il nostro dolore rafforzerà la nostra lotta. L’abbiamo promesso.

La gente vede l’ordine del Medio Oriente in pericolo e il popolo curdo, massimo perdente della struttura artificiale e inorganica del Medio Oriente, ora emerge come vincitore. Naturalmente coloro che beneficiano dello status quo si sentono minacciati. Per riassumere, la Turchia è costretta a negoziare con i curdə, i curdə sirianə sono in aumento, il Governo regionale del Kurdistan in Iraq (KRG) è di gran lunga più prospero e democratico di qualsiasi altra parte dell’Iraq, e persino i partiti curdi iraniani iniziano a unirsi. Ma le stesse forze coloniali del secolo scorso vogliono ripetere la storia. Mentre scrivo questo testo, la città di Kirkuk è sotto attacco da parte dell’esercito iracheno. Il Kurdistan occidentale è invaso dall’esercito turco. Attivistə curdə in Iran vengono giustiziatə regolarmente. L’Occidente è il miglior amico della Turchia e fornisce loro le armi e non sente alcun disagio nel guardare dall’altra parte, mentre la Turchia è la campionessa del mondo quando si tratta di giornalistə in carcere, di bambinə curdə che ricevono l’ergastolo per aver lanciato pietre, di droni americani usati per uccidere 34 innocenti abitanti dei villaggi curdi, e così via. Ci siamo già abituatə.

Viviamo in un sistema spaventoso. Alla gente piace pensare idealmente all’America e all’Europa e alle loro graziose istituzioni, ma distoglie lo sguardo quando si tratta di scambiare armi con uno degli Stati più pericolosi al mondo. Come i curdə vengono uccisə, torturatə e imprigionatə in Turchia, vengono criminalizzatə in Europa, dove gli Stati vendono armi alla Turchia e coprono le spalle dei loro compari. La polizia di diversi Paesi europei recluta spie tra i curdi. Cosa significano le patetiche Nazioni Unite, se lo stesso modello di oppressione viene ripetuto più e più volte? Mascherato in modo diverso, modernizzato e venduto con un nuovo nome? Non è romanticismo marxista, e non è una coincidenza, quando tutti i conflitti avvantaggiano sempre gli stessi poteri e opprimono le stesse persone. Sospiriamo cinicamente, quando la Francia promette di trovare gli assassini di Parigi. In un’era securitaria, queste donne erano costantemente sorvegliate dalla polizia, eppure sono state giustiziate professionalmente. Non abbiamo patetiche fantasie di cospirazione. Abbiamo smesso di credere nel sistema molto tempo fa.

Non vogliamo vendetta, vogliamo i nostri diritti umani, vogliamo che la pace arrivi. I curdə non sono malvagə “terroristə” come il mondo vuole che siano. La nostra causa è legittima, la nostra causa è giusta. Negli ultimi anni, sono stati rivelati i veri volti dietro i casuali attacchi contro civilə in Turchia, imputati al PKK, e si è scoperto che lo “Stato profondo” della Turchia era responsabile di questi incitamenti ad aumentare le tensioni tra turchə e curdə. Mio padre è stato torturato in prigione, i suoi compagni sono stati rapiti e uccisi sotto tortura. Non vede il suo villaggio da oltre 18 anni. Non ha mai tenuto una pistola tra le mani, ma lo chiamano “terrorista”. Queste non sono storie di Hollywood, queste sono vere tragedie che ogni curdə in ogni parte del Kurdistan conosce, storie individuali e uniche. Siamo la nazione che canta slogan ai nostri funerali. Siamo la nazione i cui membri, maschi, femmine, giovanə, anzianə, possono darvi un’accurata definizione della parola “fascismo”, basata sull’esperienza personale. Siamo la nazione che ha finalmente messo d’accordo diversi Stati su qualcosa: vale a dire che, qualunque cosa accada, i curdə devono perdere. Siamo Seyh Said. Halabja. Sivas. Maras. Zilan, Dersim. Roboski. Siamo innumerevoli mortə.

Sono contro la guerra, ma il PKK è l’autodifesa del popolo curdo, è una risposta naturale, il risultato di tutto il dolore che hanno sofferto. È il risultato di politiche internazionali che criminalizzano ogni passo compiuto dai curdə. È una risposta di solidarietà ai genocidi culturali e fisici, grandi menti nelle celle di tortura, parlamentari incarceratə, madri picchiate durante le proteste di pace, autori assassinatə, impavidə scioperanti della fame. La nostra esistenza è stata negata dalle forze imperialiste, che hanno versato il sangue del nostro popolo con i loro carri armati, bombe e menti torturatrici, ma che si lamentano, quando i curdə decidono che sia giusto formare un esercito di guerriglierə con cui difendersi da ulteriore trauma nazionale.

La parola “terrore” ha molto a che fare con chi è al potere e chi si oppone allo status quo che avvantaggia sempre gli stessi poteri. Il monopolio del termine “terrorismo” è una nozione inadeguata e vuota, soprattutto quando i più grandi agenti antiterrorismo hanno le mani più sporche. Con quanta rapidità le persone dimenticano le spettacolari alleanze tra gli Stati Uniti e dittatori di prim’ordine, quando fa loro comodo. Quanto velocemente le persone dimenticano tutte le persone rapite che sono morte misteriosamente, perché sono state uccise dallo Stato turco. Quanto velocemente le persone in Europa dimenticano che il motivo per cui i loro Paesi ospitano così tantə curdə richiedenti asilo è che i loro governi vendono armi alla Turchia, mentre i loro politici criticano superficialmente questo alleato che hanno tanto a cuore. Quanto è fragile la memoria della storia.

Le organizzazioni che sono viste come terroriste possono essere cancellate dalla lista del terrore con una sola firma, quando conviene alla nuova situazione politica dei grandi attori. Se sei un curdə, un crimine di pensiero ti rende terrorista in Turchia. Un ragazzə delle elementari che lancia sassi è un terrorista. Ugur Kaymaz, un ragazzo di dodici anni che è andato a fare shopping con suo padre ed è stato assassinato a sangue, era un terrorista. Terrore. Tanto terrore. Deve essere un gene curdo! Guarda queste donne terroriste a Parigi, come erano libere, sicure di sé, intellettuali, di mentalità aperta e simpatiche – così amate dalla loro gente, dovevano essere dei mostri terribili!

Se quei burattini dei media che chiamano terroriste Sakine, Rojbin e Leyla avessero incontrato queste donne meravigliose, avrebbero dubitato di come persone così forti, indipendenti e umane nonostante tutte le torture che hanno sopportato, ancora positive, ancora in lotta per la pace, potessero essere terroriste, sì, terroriste, allo stesso modo in cui viene definita “Al-Qaeda”. Così patetico. In effetti, questi bigotti si sarebbero sentiti male per la loro stessa pietosa esistenza, mentre queste donne davano davvero un significato alle loro vite e cercavano giustizia. Si sarebbero davvero sentiti male per la propria abitudine di lamentarsi delle piccole cose nelle proprie vite lussuose, mentre heval Sakine è diventata ancora più forte dopo aver affrontato cose inimmaginabilmente terribili e tuttavia credendo in una soluzione pacifica, invece di sopportare l’odio. Ma credo fermamente che un giorno queste donne riceveranno il giusto rispetto che meritano nel mondo. La nostra nazione, e le persone meravigliose e competenti che sono solidali con noi in questi tempi bui, conoscono molto bene la grandezza della nostra più recente perdita.

Sakine Cansiz

Sakine Cansiz è stata torturata, imprigionata, ha combattuto sulle montagne per una vita autodeterminata, per il mio diritto alla libertà. È incredibile che un proiettile a Parigi le abbia tolto la vita. Non è la morte che una personalità così grande merita. Nessuno merita una morte simile, ma lei avrebbe dovuto veder arrivare la pace, dopo tutti i suoi sacrifici. Ha così ottimisticamente affrontato il futuro…

Non è il momento di aver paura. I tempi dei timidə curdə sono finiti. Le persone che fino ad ora sono state sedute comodamente e codardamente a casa devono occupare le strade. Ricordo come tuttə questə turchə in Germania ammisero improvvisamente di essere curdə. Ora è il momento per tuttə di portare avanti questa identità spaventata e di rivendicare la lotta curda come la giusta causa che è. Come restare fermi di fronte a un massacro contro la nostra identità? I proiettili su Sakine, Rojbin e Leyla ci hanno colpitə tuttə! Le bombe di Roboski sono piovute su tuttə noi. Non possiamo più tollerare un’altra perdita. La nostra rabbia e il nostro dolore devono essere incanalati nell’attivismo. È il momento di rendersi conto che la lotta deve continuare, rivendichiamo la morte di queste donne come nostra responsabilità per continuare la nostra lotta, perché non sono morte invano. Sakine. Rojbin. Leyla. Vivranno per sempre. Hanno dedicato le loro vite alla nostra libertà e alla pace in Kurdistan.

Una donna regge un’immagine dei “tre bellissimi fiori” del Kurdistan.

Abbiamo speranza, nonostante tutto. Dopo la cerimonia d’addio di martedì a Parigi, in cui noi, come donne, abbiamo condotto l’iniziativa per rendere il nostro rispetto e chiedere giustizia per questa grande perdita della nostra nazione e della nostra umanità, cantando “Jin, Jîyan, Azadî” (Donna, Vita, Libertà), sapevamo tuttə che erano nate migliaia di Sakine, Rojbin, Leyla. Mentre i loro genitori uscivano dalla sala delle cerimonie, il padre di Sakine ha detto: “Non dimenticherete mia figlia!” Una cara amica mia e delle donne cadute, chiamiamola Zelal, mi ha abbracciata fermamente dopo aver salutato i nostri tre bellissimi fiori a Parigi. Anche lei è un’eroina. Mi ha abbracciata, si è asciugata le lacrime e ha detto: “La nostra lotta deve continuare”.

Sehid namirin (lə martiri non muoiono)…

Giustizia per Hevrin Khalaf

Sono passati nove mesi dall’assassinio della politica e segretaria generale del Partito del Futuro Siriano, Hevrin Khalaf, da parte della milizia di Ahrar al-Sharqiya supportata dalla Turchia.

Traduciamo da Women Defend Rojava (7 luglio 2020).

Ieri, il Centro di ricerca e protezione dei diritti delle donne in Siria [Navenda Lêkolîn û Parastina Mafên Jinan a Sûriyê] ha avviato una campagna di raccolta firme per chiedere giustizia per l’uccisione di Hevrin Khalaf, la segretaria generale del Partito del Futuro Siriano [Partiya Suriya Pêşerojê].
Qui è possibile aderire al manifesto allegato all’appello.

Appello del Centro di ricerca e protezione dei diritti delle donne in Siria

Il Centro di ricerca e protezione dei diritti delle donne in Siria ha seguito il caso della politica Hevrin Khalaf, segreteria generale del Partito del Futuro Siriano, dal giorno del suo assassinio da parte della fazione pro-turca “Ahrar al-Sharqiya”.

Il Centro ha raccolto prove e assistito a dichiarazioni su quell’orribile crimine, per presentarle alle autorità giudiziarie competenti e alla comunità internazionale. Questo lavoro punta a ottenere giustizia per Hevrin Khalaf, che ha combattuto per una Siria plurale e democratica e ha unito tutte le componenti del popolo siriano sotto un unico tetto. Hevrin ha lottato per raggiungere l’obiettivo di portare sicurezza e pace in Siria, in fratellanza e coesistenza e basandosi su una vita comunitaria.

Noi, il Centro di ricerca e protezione dei diritti delle donne in Siria, oggi 6 luglio 2020 annunciamo l’avvio di una campagna per raccogliere firme con lo slogan: “Giustizia per Hevrin Khalaf”. La raccolta di firme andrà avanti fino a mercoledì 6 agosto 2020. L’intento è quello di fare pressione sui corpi decisionali affinché accettino il caso di Hevrin Khalaf e lo riferiscano alle corti internazionali per punire i colpevoli di questi crimini brutali contro la rappresentante politica curda Hevrin Khalaf e molte altre donne. Perciò chiediamo a tutte le organizzazioni della società civile, politici di spicco, figure legali e artistiche e chiunque risponda al nostro appello di firmare questa petizione. Il Centro la invierà alle autorità competenti affinché l’ottenimento della giustizia per Hevrin Khalaf, segreteria generale del Partito del Futuro Siriano, sia considerato una vittoria dei diritti umani per tutta l’umanità.

Centro di ricerca e protezione dei diritti delle donne, 6 luglio 2020

COMUNICATO

Giustizia per Hevrin Khalaf

Sono passati nove mesi dall’assassinio della politica e segretaria generale del Partito del Futuro Siriano, Hevrin Khalaf, da parte della milizia di Ahrar al-Sharqiya supportata dalla Turchia.

Hevrin Khalaf, che aveva sempre chiesto pace, democrazia e fratellanza delle nazioni, aveva lavorato duramente per rendere la Siria un luogo pacifico. Hevrin non ha mai abbandonato i suoi principi e l’attaccamento al suo Paese, la Siria.

Dall’inizio dell’operazione “Spring of Peace” [Sorgente di pace] fino a oggi, nonostante tutte le prove che documentano i crimini dello Stato turco e nonostante tutti gli appelli e le richieste di giustizia da parte delle organizzazioni per i diritti umani e dei partiti politici per la brutale e crudele uccisione di Hevrin, c’è ancora silenzio. Il mondo intero ha visto il metodo abominevole con cui è stata uccisa. Eppure niente è stato fatto per impedire a queste milizie di continuare, nei territori occupati, a diffondere paura e distruzione e di commettere ulteriori crimini contro la popolazione civile, specialmente donne e bambini.

Come stipulato dalle norme e dagli accordi internazionali e dal diritto internazionale, le donne e i bambini devono essere protetti e risparmiati dai combattimenti in tempi di conflitto armato. Gli attori del conflitto devono essere responsabili, nelle aree civili, della protezione e della sicurezza contro le violazioni di donne e bambini, perciò i responsabili devono essere portati davanti alla giustizia.

Comunque, l’esecuzione di questo meccanismo penale rimane soltanto all’interno dei confini degli Stati nazione che hanno accettato questo accordo. Per gli Stati nazione che non lo hanno accettato e si dissociano da esso, significa che i meccanismi penali non sono applicati.

Perciò questi Paesi possono evitare il giudizio della corte e la punizione. Nonostante la violazione di accordi e trattati internazionali da parte dello Stato turco, esso evita a sé e ai propri ufficiali di apparire davanti alla Corte penale internazionale perché lo Stato turco non ha firmato il sistema politico della corte di Roma [si tratta dello Statuto di Roma, in vigore dal 2002 – n.d.t.].

Per fare in modo che lo Stato turco e le sue fedeli milizie non evitino la punizione per i crimini che hanno commesso e ancora commettono in tutti i territori siriani occupati è necessario implementare i seguenti punti:

  • Il Consiglio di sicurezza deve prendere provvedimenti e mettere fine all’espansione turca all’interno dei territori siriani e indagare sull’assassinio della politica Hevrin Khalaf con un comitato speciale e trasmettere il suo dossier alla Corte penale internazionale.
  • Chiedere ai criminali di rendere conto dei loro crimini e ottenere giustizia per la segretaria generale del Partito del Futuro Siriano e per tutte le vittime civili in Siria.
  • Perciò, vi invitiamo a stare dalla nostra parte e sostenerci per far sentire la nostra voce e mettere pressione alle istituzioni internazionali affinché aprano il caso della politica Hevrin Khalaf e rendano giustizia a lei e alla sua famiglia.

Comunicato in formato fotografico in inglese:

Indomite

La Turchia è decisa a distruggere il baluardo della liberazione delle donne in Siria del Nord. Ma le donne del Rojava non si arrenderanno, scrive Dilar Dirik.

di Dilar Dirik sul New Internationalist (23 giugno 2020)

Dilar Dirik è attivista nel movimento delle donne curde e assegnista di ricerca al Centro Studi sui Rifugiati [Refugee Studies Centre] dell’Università di Oxford.

Donne a Qamishlo, la capitale di fatto del Rojava, protestano contro un accordo turco-russo che minaccia loro e le conquiste della loro rivoluzione. Delil Souleiman/AFP/Getty

Ogni giorno, presto, Ilham, una donna curda sui sessant’anni, si alza per andare alla sua Mala Jin – o Casa delle Donne – nella città di Qamishlo (Qamishli) in Siria del Nord. Là, con colleghe che vanno dalle ragazze adolescenti alle donne della sua età, prova ad aiutare nella risoluzione di questioni sollevate dalle donne del suo distretto.

Tra di esse ci sono la violenza domestica e i cosiddetti “delitti d’onore”. La Mala Jin aiuta le donne a lasciare partner violenti, supporta l’indipendenza economica e si organizza contro il sessismo e la violenza nella comunità. Ilham ascolta ed esamina casi individuali visitando le donne che si sono confidate con lei. Dalla creazione della prima Mala Jin nel 2012, il movimento delle donne le ha diffuse nei villaggi e nelle città. Sono considerate tra le istituzioni più efficienti che si occupano di questioni sociali delle donne e sono uno dei motivi per cui le persone fanno riferimento ai traguardi di questa regione come a “una rivoluzione delle donne”.

Molto prima che la coalizione guidata dagli USA contro l’ISIS venisse formata, le donne curde erano in prima linea nella guerra contro l’ISIS e gli affiliati di al-Qaeda in Siria del Nord – un’area che i curdi chiamano Rojava o Kurdistan occidentale. Nel 2013, le donne hanno formato le autonome Unità di protezione delle Donne (YPJ), che insieme alla loro controparte maschile, le Unità di protezione del Popolo (YPG) e ad altre unità, avrebbero formato le Forze Siriane Democratiche, che nel 2019 hanno messo fine al controllo territoriale dell’ISIS.

Le combattenti sono sempre state chiare sul loro essere una forza di autodifesa all’interno di un progetto di emancipazione più ampio, una rivoluzione sociale con la liberazione delle donne come cuore della lotta per una società libera.

Da luglio 2012, l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est ha fatto notevoli passi verso la concreta realizzazione dei diritti delle donne in tutte le sfere della vita. I suoi documenti legali sanciscono la parità di genere e il contrasto della violenza contro le donne come principi centrali.

In tutte le zone dell’amministrazione autogovernata è in atto un sistema di co-presidenza, in base al quale una donna e un uomo condividono il potere e la responsabilità equamente. Le donne sono negoziatrici politiche primarie per conto della loro regione. Ci sono molte comuni, assemblee, cooperative e accademie di donne partite dal basso. Ma tutto questo è sotto attacco da parte delle operazioni militari turche in Siria settentrionale.

“Ramo d’ulivo” e “Sorgente di pace”

Per anni, il governo di Erdogan in Turchia ha insistito che non c’è differenza tra l’ISIS e il sistema di autogoverno a maggioranza curda del Rojava. Entrambi sono visti come minacce terroristiche per la sicurezza nazionale turca. La Turchia ha lanciato due grandi operazioni militari con l’obiettivo di occupare queste regioni: “Olive Branch” [Ramo d’ulivo] ad Afrin nel gennaio 2018 e “Peace Spring” [Sorgente di pace] sull’area di confine tra Serêkaniyê (Ras al-Ain) e Girê Spî (Tell Abyad) nell’ottobre 2019.

L’esercito turco, il secondo più grande della NATO, è aiutato dal suo braccio armato che chiama l’“Esercito nazionale siriano”: un’unione di battaglioni con ideologie islamiste radicali, addestrati, armati e finanziati dalla Turchia.

Organizzazioni come Amnesty International hanno documentato i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani commessi dalla Turchia e dai suoi alleati ad Afrin.

Poco dopo aver lanciato “Peace Spring” lo scorso autunno, il presidente Erdoğan ha usato il linguaggio della pulizia etnica, dicendo che le aree che considerava parte della sua “zona di sicurezza” erano “inadatte per lo stile di vita dei curdi”, ma adatte per quello degli arabi. Come ad Afrin l’anno precedente, la Turchia pianifica di ridurre e sostituire la popolazione curda e far stabilire gli arabi nell’area.

I rapporti sui diritti umani sulla campagna della Turchia “Peace Spring” confermano assassinio, aggressione, rapimento, saccheggio e trasferimento forzato su larga scala e in modo sistematico – in accordo con i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani documentati ad Afrin. Secondo i numeri forniti dall’ONU, 100mila persone erano già state evacuate due giorni dopo l’inizio dell’operazione. Il numero è raddoppiato in due settimane.

Sul campo, il Centro Informazioni del Rojava [Rojava Information Center] documenta l’impatto delle invasioni turche sulla lotta tuttora in corso contro le cellule dormienti dell’ISIS. Il loro ritrovamento dimostra che l’ISIS è stato significativamente potenziato dalla brutale aggressione turca, e che i suoi membri fatti prigionieri sono in grado di fuggire e riunirsi.

Rapite, torturate e uccise

Ho visitato l’ultima volta la regione poco dopo l’invasione turca di Afrin nella primavera del 2018. All’Assemblea delle Donne di Manbij, donne di etnia turkmena, araba, circassa e curda, che hanno vissuto sotto l’ISIS per anni, parlavano dei loro nuovi progetti per trasformare le loro comunità e mettere fine alla violenza contro le donne. Una turkmena, un’insegnante, che aveva assistito a esecuzioni pubbliche, sottolineava che qualsiasi invasione turca sarebbe stata nociva per gli sforzi di coesistenza delle comunità e il risultato sarebbe stata violenza etnica e religiosa. I suoi timori sono stati confermati un anno dopo.

Per le donne, i luoghi occupati dai turchi come Afrin, dove le YPJ si sono formate per la prima volta, non sono più riconoscibili. Alle comunità non musulmane come quella yazida sono imposte ideologie estremiste e conversione forzata. Le donne sono quasi scomparse dalla sfera pubblica. Ogni singola struttura e organizzazione delle donne creata dal 2012 è stata sciolta dall’occupazione. Alcuni dati prodotti dalla ricercatrice Meghan Bodette, cui il New Internationalist ha avuto accesso, documentano dozzine di donne torturate e sequestrate a scopo d’estorsione. Un rapporto della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sulla Repubblica araba siriana afferma che “prendendo di mira quasi ogni aspetto della vita delle donne curde nel distretto di Afrin e – progressivamente – nelle aree colpite dall’operazione ‘Peace Spring’, i gruppi armati generavano timore palpabile di violenza e coercizione tra la popolazione femminile curda”.

Una delle atrocità documentate dell’invasione dello Stato turco ad Afrin è stata la mutilazione del cadavere della combattente YPJ Barin Kobane, filmato mentre veniva esposto, violentato e trascinato sul terreno, circondato da estremisti. Similmente, il cadavere della combattente YPJ Amara Renas è stato filmato mentre veniva abusato dalle squadracce alleate della Turchia. Tre giorni dopo l’inizio dell’invasione “Peace Spring”, Hevrin Khalaf, giovane attivista e leader del Partito della Siria del Futuro, è stata trascinata fuori dal suo veicolo, torturata e uccisa dalla Ahrar al-Sharqiyah, una delle forze estremiste all’interno dell’Esercito nazionale siriano appoggiato dalla Turchia, secondo un rapporto investigativo della BBC araba. Le uccisioni in forma di esecuzioni e la tortura sessualizzata di combattenti curde sono state comparate ai metodi impiegati dall’ISIS in passato, ma hanno una lunga storia anche nell’esercito turco.

Sosin Qamishlo, membro del consiglio militare della regione di Cizire e portavoce delle YPJ, mi ha detto: “Ai nostri occhi, l’ISIS e lo Stato turco sono forze di occupazione che condividono lo stesso metodo e la stessa logica. Prendendo di mira consapevolmente le donne in particolare, lo Stato turco e i suoi mercenari usano gli stessi metodi dell’ISIS per piegare la resistenza delle donne. I modi in cui i curdi, gli arabi, gli armeni, i siriaci, gli assiri e i turkmeni della regione hanno iniziato a organizzarsi sono una spina nel fianco sia per l’ISIS che per lo Stato turco”.

Appello a tutte le donne!

Evîn Swed, portavoce del Kongra Star, l’organizzazione-ombrello del movimento delle donne del Rojava, riferisce che nonostante le loro strutture siano state distrutte nelle aree occupate dalla Turchia, le attiviste hanno continuato ad organizzare le donne in autonomia anche da sfollate internamente in città limitrofe e campi profughi.

“Accettare l’occupazione non è un’opzione” dice. “Negli scorsi nove anni, questa regione e le diverse comunità che vivono in essa hanno resistito a ogni sorta di attacco e violenza, inclusi i piani per il loro trasferimento forzato”.

Evîn considera equivalenti la mentalità e i metodi impiegati dall’invasione turca e la natura patriarcale della violenza dell’ISIS, citando casi di stupro, molestie sessuali, uccisione, matrimonio forzato compreso quello minorile, tutto su base sistematica. “Ciò che tutti [gli aggressori] hanno in comune è una mentalità sessista e il desiderio di distruggere la volontà libera delle donne”.

Secondo Evîn, le donne che sono ancora in queste regioni e sono conosciute per il loro lavoro nel Kongra Star e nelle strutture affiliate sono minacciate e aggredite.

La pandemia del Coronavirus attualmente aggrava la crisi umanitaria preesistente causata dalle campagne militari turche. La stazione idrica di Alouk, situata a Serêkaniyê, è stata sequestrata dalla Turchia e dai suoi alleati e ora è utilizzata per interrompere il rifornimento idrico alle regioni curde. Secondo un comunicato pubblicato da Human Rights Watch nell’aprile 2020, queste misure riducono la disponibilità d’acqua per almeno 460mila persone nel governatorato di al-Hasakeh, che ospita decine di migliaia di rifugiati interni ma anche prigionieri dell’ISIS. All’inizio della primavera, la Turchia ha iniziato a bombardare la regione di Shehba (Shahba), dimora della popolazione evacuata di Afrin.

Nonostante questo cumulo di avversità, il movimento delle donne è determinato a continuare la lotta. In risposta alle invasioni turche, centinaia di migliaia di donne dalle diverse comunità della Siria del Nord sono scese in piazza. Nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, tutte le organizzazioni delle donne della Siria del Nord hanno organizzato grandi manifestazioni in tutta la regione con lo slogan “l’occupazione è violenza”. A queste azioni locali hanno fatto eco azioni femministe in tutto il mondo con la campagna “Women Defend Rojava”.

“Giorno e notte compiamo sforzi per lottare contro l’occupazione” dice Evîn. “Il nostro obiettivo è che queste aree siano liberate e il nostro popolo veda un ritorno dignitoso. Entrambe le cose devono essere guidate dalle donne organizzate e libere”. Similmente, Sosin riafferma la determinazione delle YPJ: “La mentalità sessista degli occupanti pensa che brutalizzare le donne renderà la popolazione pacifica, ma vediamo che sta accadendo l’opposto. Come YPJ, ma più in generale, come movimento delle donne della Siria del Nord e dell’Est, siamo più determinate che mai a lottare contro l’occupazione. Facciamo appello alle donne di tutto il mondo affinché stiano al fianco della rivoluzione delle donne. Come YPJ, presenteremo il conto agli occupanti con la resistenza. La resistenza è vita”.

Con la resistenza ci difenderemo! Con l’organizzazione metteremo fine al femminicidio!

Chiediamo a tutte le donne di difendersi, di organizzarsi e combattere, combattere ogni femminicidio. L’uccisione delle nostre compagne non passerà impunita ed essa rafforza ancora di più la nostra organizzazione.

Traduciamo il comunicato da Women Defend Rojava (26 giugno 2020).

Migliaia di donne vengono uccise ogni settimana. Milioni affrontano la violenza maschile ogni giorno. Siamo tutte prese di mira dalla mentalità patriarcale. E non rimarremo inerti di fronte a ciò – siamo pronte a difenderci e a mettere fine al femminicidio e alla mentalità patriarcale una volta per tutte.

La recente uccisione delle nostre compagne è stata un ulteriore segnale del fatto che il femminicidio stia aumentando in tutto il mondo e di come il fascismo attacchi le donne che si organizzano. Credono che la loro brutalità ci farà arrendere, ma questo è perché, con la loro mentalità patriarcale, non comprendono la volontà delle donne di essere libere.

La nostra storia come donne è una storia di resistenza. Perché la resistenza è ciò che ci ha permesso di difenderci dalla violenza dello Stato e dalla sua mentalità patriarcale, che ha bisogno di schiavizzare le donne per mantenere il potere. Questo è il motivo per cui uccide le donne che non si arrendono, il motivo per cui temono le donne libere.

In Kurdistan, le donne stanno assumendo il loro ruolo nella resistenza e si stanno opponendo allo Stato fascista turco e ai suoi alleati criminali, che siano gruppi jihadisti, Russia, USA o altri Paesi della NATO, che stanno prendendo di mira direttamente le donne compiendo femminicidi. Nel resto del mondo, milioni di donne attraverso la resistenza stanno creando a loro volta una sorgente di vita, in contrasto con la distruzione portata avanti dal patriarcato, contro il femminicidio che è in aumento in ogni angolo del mondo.

Le donne di qualsiasi territorio, cultura, gruppo etnico o religione hanno deciso di opporsi a ogni aggressione che cerchi di prendersi le nostre vite: come donne difendiamo la nostra esistenza, i nostri territori, le nostre culture e le nostre società.

E non combattiamo da sole. L’uccisione delle nostre compagne è stata un attacco a tutte le donne che si organizzano, un tentativo di alienarci perché sanno che l’organizzazione è la nostra arma migliore. Organizzate non solo resisteremo per difenderci, ma metteremo anche fine al femminicidio.

Chiediamo a tutte le donne di difendersi, di organizzarsi e combattere, combattere ogni femminicidio. L’uccisione delle nostre compagne non passerà impunita ed essa rafforza ancora di più la nostra organizzazione. Chiediamo che questa forza venga replicata per fare passi avanti, per rafforzare i nostri legami dal livello più locale al livello globale, per generare l’ondata di donne libere che cancellerà il pensiero patriarcale una volta per tutte e mettere fine al femminicidio e a ogni forma di violenza contro le donne.

#BastaFemminicidioTurco
#OrganizzateControilFemminicidio
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