Difendere il Rojava significa difendere Abdullah Öcalan

Il Rojava è un’utopia vivente, una visione di come il mondo potrebbe apparire dopo il capitalismo e di come possiamo arrivarci. Il Rojava è una prospettiva in un tempo pieno di attacchi. Se parli di Rojava, allora devi parlare anche di Abdullah Öcalan.

Traduciamo un testo della Comune Internazionalista, pubblicato il 4 aprile 2021, in occasione del compleanno di Abdullah Öcalan.

Ci sono giorni in cui non riusciamo più a vedere il cielo con così tanti nemici intorno a noi. L’apocalisse sembra più probabile della fine del capitalismo e siamo circondati da attacchi patriarcali – dentro e fuori di noi. A volte non riesco più a credere che possiamo fare la rivoluzione – rivoluzione, cosa significa poi? Una vita diversa? Tutto questo sembra così distante, così astratto – davvero come un’utopia distante. E in tutta questa depressione della sinistra, il Rojava è come un enorme baluardo di speranza. Il Rojava, che è una rivoluzione del XXI secolo. Questa è una rivoluzione che combina così tante lotte, così tante idee – una società che si auto-organizza, una società senza Stato, una società basata sulla liberazione di genere e l’ecologia. Una rivoluzione antifascista contro il colonialismo, contro l’imperialismo. Il Rojava è la prova che un’altra vita è possibile – il Rojava è un’utopia vivente, una visione di come il mondo potrebbe apparire dopo il capitalismo e di come possiamo arrivarci. Il Rojava è una prospettiva in un tempo pieno di attacchi. 

Se parli di Rojava, allora devi parlare anche di Abdullah Öcalan. Spesso, durante le manifestazioni si vede ammirazione sui volti quando si tratta di Rojava e si sentono urlare slogan comuni come “Jin Jiyan Azadi” [Donna, Vita, Libertà]; ma poi si sventolano immagini di Öcalan o si tiene un discorso per la sua libertà e si vedono apparire dubbi sui volti. Li senti dire: il Rojava è grandioso, ma Öcalan? Meglio di no. 

C’è questa enorme discrepanza – e mi chiedo: perchè? E penso – è pericoloso!

Chiunque ignori Öcalan si sta perdendo il meglio della filosofia e della pratica rivoluzionaria che il XXI secolo ha da offrire. Senza Öcalan e il PKK, la rivoluzione in Rojava non sarebbe mai stata possibile. È sulla sua filosofia e anche sulla sua lotta politica che si basa la rivoluzione in Rojava. 

La rivoluzione non avviene in un giorno e la filosofia di Öcalan e la rivoluzione in Rojava sono il risultato di un processo di lotta e organizzazione lungo decenni. Le radici della rivoluzione in Rojava affondano molto in profondità, almeno negli anni Settanta – il secondo ciclo rivoluzionario del XX secolo, con tutte le lotte femministe, anticoloniali e antifasciste. È stato durante questo periodo che è iniziata la lotta filosofica e politica di Öcalan. Nel 1978, Öcalan ha fondato il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il PKK – in risposta alla brutale oppressione e al genocidio culturale dei curdi – l’obiettivo a quel tempo era uno Stato indipendente. Il PKK ha iniziato come un movimento di liberazione nazionale marxista-leninista, come è avvenuto anche in molti altri posti. Ci sono stati molti movimenti rivoluzionari nel XX secolo, molti hanno fatto la rivoluzione, molti sono diventati partiti al potere in nuovi Stati-nazione e ancora di più sono stati sconfitti, specialmente negli anni Novanta. Comunque, il PKK ha preso un sentiero diverso, non è stato schiacciato, ma ha spianato la strada per le rivoluzioni del XXI secolo, per la rivoluzione del Rojava. È importante dare un’occhiata agli anni Novanta per comprenderlo al meglio. 

Gli anni Novanta praticamente sono stati il periodo di una grande contro-rivoluzione – la fine dell’URSS, la cosiddetta “fine della storia”, l’intensificarsi della morsa neoliberista e l’ascesa del fascismo in tutto il mondo. Quasi tutti i movimenti di libertà sono caduti in una profonda crisi in questo periodo – il mondo è cambiato rapidamente, ma sono venute meno un’analisi e una prospettiva comuni della sinistra. La fiducia nella rivoluzione si è persa e molti movimenti rivoluzionari hanno rinunciato alla lotta, venendo a patti con gli Stati o riducendosi a piccole sottoculture controllabili. La crisi degli anni Novanta è stata soprattutto una crisi filosofica – le idee e le analisi della sinistra del XX secolo raggiunsero i loro limiti e molti movimenti fallirono anche a causa dei loro stessi errori.

In questa grande crisi intellettuale della sinistra, Öcalan intensifica i suoi sforzi per sviluppare nuove teorie e pratiche rivoluzionarie. Analizza la storia – la storia dei movimenti di resistenza, le resistenze anarchiche, femministe e anti-coloniali, e la storia della dominazione indietro fino alle sue prime radici – le fondamenta del patriarcato 5000 anni fa. Ripensa le analisi del marxismo e sviluppa una nuova visione della storia, della rivoluzione, della società, della dominazione – cercando risposte sul perché i movimenti rivoluzionari degli scorsi secoli abbiano fallito e cosa si può imparare da loro. E si chiede cosa possa davvero significare il nostro obiettivo – una vita libera.

Öcalan sviluppa il confederalismo democratico come un nuovo concetto rivoluzionario e il PKK usa il periodo della crisi degli anni Novanta e fa la rivoluzione, una rivoluzione filosofica – una rivoluzione interna. Cambia il suo paradigma e rinuncia all’aspirazione di avere il suo proprio Stato – perché gli Stati sono parte del problema e una vita libera non può mai essere raggiunta in uno Stato. Su queste basi, anche la liberazione di genere diventa il cuore della lotta – perché il patriarcato è la prima di tutte le forme di dominazione e senza la liberazione delle donne, la società non potrà mai diventare libera. E come oggi in Rojava il movimento delle donne è al centro ed è la forza trainante della rivoluzione, così è anche nel PKK – dalla sua guerriglia delle donne, YJA Star, al partito gemello del PKK, cioè il Partito delle Donne Autonome (PAJK). Anche la questione delle relazioni diventa centrale per la lotta – relazioni che abbiamo all’interno di noi stessi e gli uni con gli altri – perché la dominazione lavora istituendo alcuni tipi di relazioni. Se non possiamo eliminare il patriarcato nelle nostre relazioni, non possiamo costruire una vita libera! La vita libera insieme [Hev Jiyan Azad] e il compagnerismo [Hevalti] sono la chiave per essere noi stessi [Xwebûn], la chiave per relazioni libere che non siano più dominate da 5000 anni di oppressione.

La filosofia di Öcalan è teoria, ma la filosofia di Öcalan è anche pratica. In Rojava la sua filosofia è diventata una rivoluzione – un’utopia vissuta. 

Öcalan è pericoloso

Öcalan e il PKK hanno fatto la rivoluzione. Una rivoluzione che dà speranza a milioni di persone e che è pericolosa. Se le idee del confederalismo democratico continuano a diffondersi, se le persone iniziano a credere davvero nella rivoluzione, in una vita di  nuovo diversa, se c’è una reale alternativa concreta al capitalismo, allora abbiamo l’opportunità di cambiare davvero le condizioni, di compiere una rivoluzione. Una vera rivoluzione, che non avverrà in un qualche futuro distante, ma che può essere il nostro presente.

Niente è più pericoloso che credere nel cambiamento! Gli Stati-nazione al potere sono tutti troppo consapevoli di ciò e hanno fatto molto da allora per fermare Öcalan e il PKK. Öcalan è stato rapito dall’ambasciata greca in Kenya nel 1999 da un’operazione dei servizi segreti di diversi Stati e da allora – da 22 anni – è stato da solo in reclusione sull’isola-prigione di Imrali. Per anni senza nessun contatto con il mondo esterno. Öcalan è, a parte tutto il resto, un prigioniero politico che è stato torturato per 22 anni. Gli Stati hanno paura di Öcalan – e quanto grande è la loro paura si può vedere nelle misure grottesche di repressione contro di lui e il movimento di liberazione curdo. Un esempio – il divieto delle immagini. In Germania, ci sono soltanto due persone le cui fotografie sono pubblicamente vietate. Öcalan e Hitler.

Pretendere la libertà di Öcalan significa tenersi stretti alla vita libera

Il fatto che Öcalan sia così sconosciuto nel movimento della sinistra in Europa oggi ha molte ragioni, tra di esse ci sono sicuramente l’orientalismo e il razzismo. Se un filosofo o attivista europeo avesse raggiunto anche solo la metà delle cose o ispirato anche solo la metà delle persone rispetto a Öcalan, probabilmente sarebbe decantato come un semi-dio. Ma la distanza della sinistra da Öcalan è anche dovuta a una politica di isolamento e repressione molto riuscita. Dobbiamo fare breccia in questo isolamento. Ci sono centinaia di ragioni per sostenere la libertà di Öcalan. Sia perché è un prigioniero politico. Sia perché è un combattente per la libertà anti-coloniale. Sia perché la sua filosofia e la sua lotta hanno iniziato una nuova rivoluzione. La filosofia di Öcalan mostra nuove vie per una rivoluzione nel XXI secolo – e osiamo dire che il Rojava è solo l’inizio. L’idea del confederalismo democratico influenzerà e porterà a molte rivoluzioni in tutto il mondo nei decenni a venire. 

Il Rojava è un baluardo di speranza. E lo stesso è Öcalan. Per il popolo curdo, ma anche per tutto il resto di noi che esigiamo una vita differente, una vita libera. Difendere il Rojava non significa soltanto difendere un pezzo di terra, significa difendere la filosofia dietro di esso e portarla in tutto il mondo, facendola diventare l’incubo del capitalismo. Difendere il Rojava significa fare la rivoluzione in tutto il mondo e cercare la vita libera. E difendere il Rojava significa anche lottare per la libertà di Öcalan – per la fine del suo isolamento. 

Dem Dema Azadi Ye – È tempo di libertà

Autonomia democratica e autogoverno

La nazione democratica è l’unità di tutte le strutture organizzative sulla base della libertà sociale, politica, culturale, economica, religiosa, confessionale e della liberazione delle donne, ad un livello ecologico e comunitario.

da Komun Academy – 14 maggio 2020
traduzione inglese dello YXK (Unione degli Studenti del Kurdistan)

Attualmente, il capitalismo globale è in una fase seriamente caotica. Il Medio Oriente, l’Anatolia e la Mesopotamia sono in cima alla lista delle regioni colpite. Perciò è un periodo cruciale per gli interessi dei grandi centri di potere del mondo. Gli intervalli caotici sono associati a sviluppi economici, sociali, culturali e politici che portano alla graduale dissoluzione delle strutture tradizionali dello Stato-nazione e all’emergere di modelli alternativi. La mentalità statalista, orientata al potere e nazionalista, che è basata sulla violenza, si è normalizzata e ha separato le persone, trasformando di conseguenza le regioni in una zona di guerra.

Il caos odierno è un’espressione delle politiche che gli Stati-nazione hanno praticato in Kurdistan negli ultimi due secoli, che sono dirette contro gli interessi della popolazione. Specialmente i massacri degli Armeni, degli Assiri, degli Aramei e dei Curdi hanno impedito che essi unissero le forze e costruissero i loro autogoverni. Questo non poteva essere impedito senza privarli della loro libertà e lasciando che si distruggessero gli uni con gli altri. Questa politica ha esteso la vita della modernità capitalista ed è diventata la sua ancora di salvezza. È ancora praticata in Kurdistan da organizzazioni fantoccio supportate dall’esterno e da collaboratori regionali. Questo è il motivo per cui stiamo attualmente affrontando la Terza Guerra Mondiale in Medio Oriente e per cui quelli che insistono sul Kurdistan stanno affrontando negazione e annientamento.

Gli attacchi al Rojava sono una chiara espressione di ciò. La rivoluzione del Rojava è il risultato della resistenza dei Curdi. In Rojava e nel Kurdistan Meridionale si è anche sviluppata un’eroica resistenza contro la maledizione del Medio Oriente, il fascismo di ISIS.  Anche la proclamazione dell’autogoverno in Kurdistan Settentrionale deve essere compresa in questo senso. È possibile condurre una lotta profondamente ideologica per una vita libera e una volontà democratica contro tutte le forme di schiavitù, arretratezza e rassegnazione prodotte dal sistema di annientamento culturale (olocausto) ad un livello individuale e sociale. Le politiche degli Stati si confrontano con il modello di soluzione alternativa quale un sistema di autonomia democratica, che è basato sull’accordo di “democrazia e Stato” e combina la coesistenza uguale e libera dei popoli come base dei suoi approcci alla soluzione.
Perciò, finché i popoli del Kurdistan e del Medio Oriente non avranno ottenuto il loro autogoverno, saranno esposti ai massacri e alle politiche negazioniste degli Stati-nazione e non saranno in grado di raggiungere la libertà. In tal senso, si stanno difendendo l’esistenza e la libertà curde, la realtà storica dei Curdi, l’unità democratica dei popoli del Medio Oriente e un’umanità libera. Comunque, nella fase presente, non c’è altra soluzione per i popoli che costruire il loro autogoverno e realizzare la loro volontà. In ogni caso, si sta tentando di criminalizzare questi sforzi. Nonostante ciò, questi popoli del Kurdistan stanno combattendo con la volontà di democratizzare la Turchia e per la liberazione del Kurdistan.

 “LA CREAZIONE DI UNA PIATTAFORMA SU CUI TUTTI I TIPI DI GRUPPI SOCIALI E POLITICI, COMUNITÀ RELIGIOSE O TENDENZE INTELLETTUALI POSSANO ESPRIMERSI DIRETTAMENTE IN TUTTI I PROCESSI DECISIONALI LOCALI PUÒ ANCHE ESSERE CHIAMATA DEMOCRAZIA PARTECIPATIVA.”
(ABDULLAH ÖCALAN)

Neppure in questo secolo l’umanità è ancora stata in grado di fornire una soluzione fondamentale ai problemi di identità nazionale, libertà e democrazia, ma ci troviamo in una situazione in cui non è possibile continuare a governare nello stesso modo di prima. Fermarci a questo punto condurrebbe a una rinnovata carneficina di popoli. L’unico modo per resistere è costruire la vita culturale e sociale dei popoli. Non accetteranno come base né il carattere genocida della modernità capitalista né lo status quo reazionario della regione. L’unica via rimasta è quella di costruire la modernità democratica, applicarla e difenderla. Il modo per raggiungerla è attraverso l’auto-organizzazione ideologica, politica e morale nel senso del principio della nazione democratica e dell’autonomia democratica, in altre parole, attraverso la costruzione di una democrazia del popolo.

La democrazia è un modo di vivere comunitario per una società etico-politica, che è in sostanza extra-statale, contro la nazionalizzazione, basata sull’autogoverno.

Autonomia democratica significa creazione della democrazia e del sistema sociale di ciascuno. Inoltre, la lotta per un sistema democratico di autogoverno consiste nel portare l’esistente sistema di Stato-nazione a rispettarlo. Esso è basato sulla concezione di nazione democratica, che non favorisce alcuna nazione ma rappresenta una struttura sovranazionale. La nazione democratica è l’unità di tutte le strutture organizzative sulla base della libertà sociale, politica, culturale, economica, religiosa, confessionale e della liberazione delle donne, ad un livello ecologico e comunitario.

È l’organizzazione operata in modo indipendente (autogoverno) di una società organizzata. L’autonomia democratica include il riconoscimento costituzionale di tutte le identità così come l’educazione alla lingua madre, uguale libertà per tutte le culture, libertà di opinione, organizzazione, assemblea e libero accesso alla politica. Culture e popoli negati sono inclusi in politica. Nel contesto della democratizzazione della Turchia, il libero sviluppo di diverse identità e la loro libera espressione e organizzazione è sinonimo di autogoverno democratico. Le libertà menzionate qui non sono limitate a una certa regione della Turchia o a una certa parte della società, ma si applicano a tutti i gruppi etnici e sociali. Perché la libertà non deve essere ristretta geograficamente.

L’autonomia democratica rifiuta i meccanismi statali centralistici, burocratici e monistici che sottendono al nazionalismo e include il superamento dei problemi creati da questo sistema e l’applicazione di una concezione di politica pluralistica, democratica, equa e solidale. La questione è aprire la struttura dello Stato al pluralismo, a differenti sfumature di colore e perciò rendere plurale lo Stato monistico. Invece di concentrare tutto il potere al centro, i meccanismi burocratici ingombranti dovrebbero essere superati e l’autonomia democratica dovrebbe essere stabilita sotto il primato della democrazia dal basso. I poteri centralizzati dallo Stato devono essere lasciati al popolo e la politica deve sviluppare forza di attrazione e soluzione attraverso la partecipazione diretta di gruppi locali e popolazione. Lo Stato deve essere sensibilizzato alla società. La dipendenza di tutti i cittadini dallo Stato dovrebbe essere ridotta al minimo; i cittadini dovrebbero diventare una forza modellante e risolutiva, determinando le loro stesse vite.

L’autonomia democratica fondamentalmente rappresenta un modello in cui sono messi in atto sistematicamente i principi “poco Stato, molta società” o “pochi divieti, molte libertà”. L’auto-amministrazione è una forma di amministrazione che non cerca il potere; in questo modo sono in parte evitati i problemi sociali connessi con la sete di potere così come con l’oppressione e lo sfruttamento.

Come alternativa alla concezione di amministrazione statale incentrata sul potere che causa problemi sociali, l’auto-amministrazione vuole essere una concezione democratica di politica. Combatte gli approcci che rendono la società passiva e senza volontà e raccomanda metodi di autogoverno che includano ogni cellula della società.

L’obiettivo principale è rimpiazzare il centralismo antisociale e la burocrazia con un’organizzazione sociale basata sulla democrazia dal basso. La democrazia dal basso si basa sulla vita di una società morale e politica e sulla partecipazione del popolo a tutte le discussioni e ai processi decisionali.

Al contrario della concezione di amministrazione concentrata, uniforme e burocratica e della leadership dello Stato-nazione, tutti i gruppi sociali e le identità culturali sono rappresentanti in tutte le strutture politiche e perciò realizzano l’auto-amministrazione della società. La leadership è determinata dall’elezione e non dalla nomina. I meccanismi decisionali effettivi includono consigli e discussione. Dal corpo di coordinamento generale (consiglio, commissione, congresso) ai comitati locali, ciascuna unità o gruppo ha controllo e autogoverno democratico su una soluzione delle mansioni sociali corrispondenti al suo contesto culturale.

La condizione principale della democrazia dal basso è che internalizza la democrazia diretta ed è basata su una società organizzata. Nessun gruppo o classe sociale può prendere decisioni da solo per conto di un popolo o di una società. Viene evidenziato che ciascuno dovrebbe avere il diritto di prendere e realizzare decisioni per sé stesso a proprio nome.

In tutto il mondo sta diventando chiaro che cambiare la struttura centralizzata e burocratica della politica è sia una necessità democratica che una seria via di uscita per la soluzione dei crescenti e numerosi problemi. L’autonomia democratica sta venendo messa in agenda come la scelta più appropriata per superare uno dei problemi politici più urgenti del Medio Oriente e per il bisogno di cambiamento politico in Turchia. È cruciale che l’autonomia abbia un contenuto democratico.

In breve, l’autonomia democratica rappresenta il corpo, mentre la nazione democratica anima quel corpo. Organizzando le sue istituzioni, il popolo pratica l’autogoverno locale. La vita della nazione democratica ha un’unità mentale e istituzionale. Perciò i cittadini di questo sistema possono essere chiamati “liberi cittadini”. La loro libertà è misurata dalla libertà sociale. L’antidoto all’individualismo imposto è la vita comunitaria.

L’organizzazione in forma di municipalità e consigli

I consigli e le municipalità formano la base per la democrazia dal basso. La loro struttura dipende da una società organizzata. In questo senso, per il funzionamento della democrazia dal basso stiamo parlando di un sistema che spazia da consigli di villaggio, distretto e città a consigli distrettuali e regionali. È un sistema che inizia localmente dal basso, supera il centralismo statalista e perciò corrisponde alla natura della società. L’istituzione in cui sono messi in pratica i valori municipali è soprattutto il consiglio. La concezione della consapevolezza della nazione democratica è allenata nelle comuni, messa in pratica nella vita di tutti i giorni e diventa un sistema attraverso i consigli.

Quando i valori democratici in una società diventano concreti, significa che c’è vita comunitaria e i consigli hanno strutture organizzative simili. Una delle caratteristiche rilevanti della democrazia dal basso è che crea un senso di responsabilità in tutti gli individui in una società, verso loro stessi e l’ambiente. Tutte le responsabilità socialmente rilevanti sono condivise tra tutti gli individui in una società, quindi viene alla luce la forza propria di ciascun individuo e promuove lo sviluppo personale. Questo approfondisce il senso di responsabilità sociale e rafforza la comunità.

La comune è una forma di organizzazione dal basso in cui i liberi cittadini possono esprimere loro stessi in ogni aspetto e ottenere tutte le risorse che hanno bisogno per condurre una vita in proprio. Quando si parla della comune, non si deve pensare soltanto all’economia. La bugia del capitalismo “non c’è società, solo individui” è contrastata dalla verità “un individuo esiste soltanto nel contesto della sua società”. C’è una forte connessione tra la comunalizzazione e la liberazione, perché la libertà e il comunalismo sono parte della natura della società. Non ci può essere liberazione senza comunalizzazione, proprio come non ci può essere comunalizzazione senza liberazione. Essere un membro di una comune richiede una vita secondo standard democratici. È una condizione della democrazia rendere i principi della vita insieme concreti nella vita di ogni individuo.

Ogni comune deve essere guardata come un’unità morale e politica della società. La democrazia dal basso è l’opposto del sistema statale, che allestisce un parlamento al più alto livello e lo impone alla società. Si tratta di un sistema in cui i consigli sono costituiti proprio dal basso, dai distretti e dai villaggi, per rendere possibile ad ogni individuo di partecipare ai meccanismi decisionali in questi consigli. I consigli locali avranno procedure appropriate al loro ambiente. Non tutto può essere preparato o gestito secondo il pubblico generalizzato. I principi di base devono essere basati su questo. Il coordinamento tra i consigli che si stanno stabilendo è importante. In questo coordinamento, comunque, i consigli non possono decidere gli uni per gli alti, piuttosto viene sviluppata una cooperazione. I principali poteri decisionali spettano ai consigli del villaggio, di quartiere, locali, distrettuali e regionali. La base della democrazia locale (dal basso) è fornita dai consigli, che assicurano che i bisogni della società siano soddisfatti più rapidamente e che i problemi generali siano risolti in un modo più diretto e realistico. Nel sistema statale, che è basato sul centralismo, si tenta di trasportare i problemi sociali dal locale alle capitali e di mantenerli con l’aiuto di un apparato burocratico enorme, mentre in una democrazia dal basso i problemi sono risolti localmente e la società è liberata da spese non necessarie di tempo e soldi.

Senza aspettarci che la soluzione ai problemi sociali venga dallo Stato, ci si dovrebbe organizzare a livello delle regioni e secondo la situazione sociale, economica e culturale in Turchia e in Kurdistan, a partire dai villaggi, sulla base di municipalità, distretti, città, paesi, province e della regione stessa. Con l’aiuto di istituzioni civili e indipendenti, in cui la società sviluppa le proprie soluzioni ai propri problemi, l’obiettivo è costruire un sistema più pratico, democratico e partecipativo. Dall’economia all’educazione alla salute, all’ecologia, alla cultura e alle arti, alla liberazione delle donne, nuove capacità possono essere raggiunte in tutte queste aree della società. Tutte le strutture locali in queste aree potranno formare commissioni ecc. secondo necessità, ma solo in accordo con le condizioni pratiche della vita.

Terzo tour di presentazione dell’opuscolo su Jineolojî

Siamo liete di annunciare il terzo tour italiano di presentazione dell’opuscolo su Jineolojî!

Le tappe saranno:

14 maggio – Torino – Aula autogestita C1 – Campus Einaudi – Lungo Dora Siena 100 – ore 18

18 maggio – Genova – Libera Collina di Castello – P.zza S. Maria in Castello – ore 18.30

20 maggio – Palermo – Arci Palermo – P.zza Casa Professa 1 (Ballarò) – ore 20

21 maggio – Benevento – Janara Squat – Via Nicolò Franco 1 (piazza Vari) ore 18.30

Negli incontri le compagne del Comitato europeo di Jineolojî presenteranno l’opuscolo raccontando di questa scienza delle donne, nata dalla lotta rivoluzionaria delle compagne curde ed oggi alla base della costruzione sociale e politica del Confederalismo democratico.

Nella Confederazione della Siria del Nord e dell’Est, infatti, la Jineolojî, come scienza della vita libera, è la base del movimento di liberazione delle donne e della società tutta.

La Jineolojî ha cominciato ad essere sviluppata concretamente dal Movimento delle donne curde a partire dal 2012, con la costruzione di cicli di formazione e centri di studio. Da allora si sta diffondendo in tutto il mondo.

Nella Confederazione Democratica della Siria del Nord, Jineolojî è diventata parte ufficiale del sistema educativo, essendo insegnata nelle scuole e nell’Università del Rojava.

Ma Jineolojî è soprattutto una nuova scienza che mette a critica la connessione tra egemonia capitalista, oppressione patriarcale e scienza.
Si tratta di riscoprire e di liberare una nuova prospettiva scientifica e conoscitiva che parta dalle sensibilità e dai modi del pensiero femminili, per millenni oppressi, forzatamente rimossi, estirpati dalla società.
La Jineolojî muove da una critica radicale dell’egemonia dell’Uomo nella storia. La conoscenza della storia è alla base della nostra comprensione del presente, per questo il potere patriarcale ha sempre cercato di nascondere e distruggere la storia – history/Herstory – delle donne.
Pertanto Jineolojî si impegna a reinterpretare la Mitologia, la Religione, la Filosofia, la Scienza, ricercando le tracce e le verità delle donne al fine di aprire percorsi per la liberazione dall’oppressione patriarcale.
Sconfiggendo quest’ultima, la Jineolojî mira alla liberazione dell’intera società e alla costruzione di una vita libera e comunitaria.
Siamo convinte che la presenza della Jineolojî in Europa sia uno stimolo alla creazione di pratiche di organizzazione, resistenza, autodeterminazione, e solidarietà tra donne, cominciando dal ricostruire quei legami e quelle complicità che il patriarcato ha spezzato.
Invitiamo tutte e tutti a partecipare agli incontri di presentazione dell’opuscolo!

Per ordinare gli opuscoli o per avere info circa l’organizzazione di una presentazione è possibile scrivere all’indirizzo mail: lefigliedililith@canaglie.org

Jin Jîyan Azadî!
Donna Vita Libertà!

Comitato italiano di Jineolojî