RIFLESSIONI SULLA VIOLENZA DI GENERE E CHIAMATA ALL’AUTODIFESA

La violenza di genere che ogni giorno si consuma sulla pelle delle donne è lo strumento attraverso cui il sistema patriarcale afferma la sua esistenza.

La violenza di genere che ogni giorno si consuma sulla pelle delle donne è lo strumento attraverso cui il sistema patriarcale afferma la sua esistenza.
L’oppressione femminile e la costrizione all’interno dei ruoli a loro tradizionalmente assegnati sono tra gli obiettivi principali dell’esercizio di tale violenza, che non si limita alla sfera fisica. Per essere totalizzante, infatti, essa deve essere esercitata sotto ogni forma, anche psicologica ed economica, e influenzare ogni aspetto della vita. La violenza diviene quindi pervasiva e invasiva, a tal punto da essere interiorizzata e normalizzata anche dalle donne stesse, che talvolta non ne riconoscono i casi più o meno espliciti.

Convenzionalmente, infatti, le diverse forme di violenza sono gerarchizzate in maniera tale che ad alcune venga attribuito un maggiore livello di gravità rispetto ad altre. Questa “piramide” di prevaricazioni più o meno condannabili non fa altro che distogliere l’attenzione dalla gravità complessiva del problema e dalla sua sistemicità. Le forme di violenza vissute e reiterate nel quotidiano vengono minimizzate, mentre, in realtà, non sono altro che l’espressione più esplicita del dominio. Influenzando la mentalità e la vita nei suoi vari aspetti sociali e relazionali, infatti, le violenze ritenute “sottili” fanno introiettare e accettare la subordinazione e il ruolo di soggetto prevaricato. Come risultato, l’elaborazione di una risposta organizzata e radicale alla violenza risulta ancora più difficile.
La retorica dei “casi isolati” e del “non tutti gli uomini” è pericolosa, non solo perché distoglie l’attenzione dalla sistemicità della violenza maschile, ma anche perché rafforza l’ideale di colpevolezza unicamente individuale. Questo aspetto risulta funzionale a far apparire l’allontanamento dei cosiddetti “violenti” dal loro gruppo di riferimento come iniziativa sufficiente a risolvere quella che in realtà è piaga sociale. L’episodio violento non deve essere invece considerato come sé stante, ma come concretizzazione della mentalità patriarcale in un determinato contesto sociale che da questa mentalità è, in forme diverse, evidentemente permeato. L’uomo violento non è il malato, ma il figlio sano del patriarcato.

Per questo motivo, diventa fondamentale intendere la violenza di genere come una responsabilità collettiva, tanto nelle cause, quanto nelle risposte. Se l’intera società è influenzata dal patriarcato, è l’intera collettività a doversi far carico della risoluzione del fenomeno della violenza di genere, non solo le donne. Gli uomini devono essere disposti e determinati ad affrontare un percorso di totale decostruzione della mascolinità loro insegnata e ad armarsi degli strumenti necessari per farlo studiando, ascoltando e affrontando riflessioni comunitarie. Finché la violenza rimarrà un problema solo delle donne, e saranno loro le sole a occuparsene, non sarà possibile scardinarne la matrice.

Nel frattempo, come le rose hanno le loro spine, le donne devono munirsi di strumenti di autodifesa. Contro un sistema che ci uccide, silenzia, reprime e limita, l’autodifesa è il primo passo della resistenza. Poiché ogni parte della vita delle donne è soggetta al dominio, anche l’autodifesa deve riguardarne tutti gli aspetti: fisici, sociali, personali e politici.
Solo quando tutte le donne saranno libere nei corpi e nelle menti ci potrà essere una società libera e giusta. L’autodifesa è resistenza, protezione, decostruzione e creazione di uno spazio in cui piantare il seme di una vita finalmente libera.
L’autodifesa è vita.

Dobbiamo capire quali sono i pericoli che in quanto donne corriamo e sapere come proteggere noi stesse e le nostre compagne. Questo significa guardare agli uomini ed anche ai “compagni”, con gli occhi ben aperti, realisticamente e senza illusioni.
Dobbiamo capire quali valori ci sono stati sottratti, quali violenze abbiamo imparato ad accettare, interiorizzando la mentalità patriarcale e quali sono le conseguenze di tutto ciò. Solo imparando a riconoscere la prevaricazione maschilista e facendo nostri strumenti psicologici, fisici e politici per fronteggiarla potremo mettere le basi per la costruzione di una vita libera.
Dobbiamo imparare a difenderci dagli attacchi che minano la nostra forza e la nostra unità, che ci sminuiscono, sviliscono, dividono e mettono una contro l’altra. “Dobbiamo anche difenderci dalla divisione. Storicamente, le donne unite sono forti, se divise possono essere abusate e colonizzate. Sviluppare la nostra collettività, auto-organizzazione e i modi in cui ci relazioniamo, libere dalla mentalità maschile dominante, è al centro della nostra autodifesa e della costruzione di alternative”.1

Vogliamo riconquistare i nostri valori e applicarli in una vita comune. Per riscoprirci, ricostruirci e sviluppare degli strumenti di autodifesa abbiamo bisogno di allontanarci il più possibile dalle influenze del patriarcato. Separarci e stare insieme fra donne, fra compagne, può aiutarci a creare uno spazio di comprensione reciproca e delle dinamiche di potere che su di noi vengono esercitate.
Riteniamo che sia altrettanto importante ricordare che la mentalità che combattiamo è insita anche in noi e anche in noi dobbiamo combatterla e decostruirla. È anche per questo che pensiamo sia utile creare uno spazio autonomo e separato nel quale provare a sviluppare pensieri nuovi e immaginare una vita diversa e libera. La società che ha creato il problema e che su esso si fonda non potrà essere la stessa che origina l’alternativa. Crediamo che sia necessario trasformare le differenze che il sistema ci mostra come ostacoli e che sfrutta per dividerci in mezzi per arricchirci, in linfa vitale per una comunità che voglia dirsi libera. Creare comunità e legami non è un percorso facile, perché va contro l’individualismo predicato e praticato nella società in cui ci troviamo. Però, donne diverse fra loro ma unite possono dare vita a un’alternativa. Per questo, alla paura, ai pregiudizi e alla competizione come strumenti utilizzati distruggere fiducia sicurezza e unità, dobbiamo rispondere con l’autodifesa, non come pratica individuale, ma come strumento di protezione della propria collettività. Pensiamo che costruire connessioni fra noi donne sia fondamentale per la nostra resistenza e per la riconquista della nostra libertà. Riscoprire il nostro legame ha lo scopo di rafforzare noi stesse.

“La resistenza è vittoriosa quando è organizzata”2 e, aggiungiamo, collettiva. Questa quindi è la nostra chiamata, affinché la nostra lotta sia efficace, la nostra forza incisiva e dirompente, e la nostra comunità stabile, unita e libera.

Rete Jin Milano, 29 Novembre 2020

1Autodifesa: la risposta della violenza di genere”, Kongra Star, Women Defend Rojava, 2020.
2 Ibidem.

TURCHIA CRIMINALE: NON SOLO CONTRO LE DONNE, MA ANCHE CONTRO I E LE MINORI

Le YPS-Jin invitano all’autodifesa dopo che nei giorni scorsi si sono nuovamente verificati attacchi contro donne e minori da parte di uomini e militari nel Kurdistan turco.

Proteste in seguito al tentato stupro di una 13enne a Şırnak

Il tentato stupro d’una ragazzina di 13 anni ha scatenato proteste nella provincia di Şırnak. Il responsabile, un sergente scelto dell’esercito turco, è stato sopraffatto dagli abitanti del luogo e quindi arrestato.

Traduciamo da ANF News (16 luglio 2020).

Il tentato stupro d’una ragazzina di 13 anni da parte di un sergente scelto turco ha scatenato accese proteste a Şırnak, nel Kurdistan settentrionale. In serata la polizia ha disperso coi lacrimogeni una manifestazione contro la violenza sessuale. Prima avevano già avuto luogo numerose proteste nelle strade e altre sui network online, sotto l’hashtag #SusmaŞırnak (“Non tacere, Şırnak”). I manifestanti, in maggioranza uomini, hanno annunciato che continueranno con le azioni.

Secondo quanto riferito dai suoi avvocati, martedì sera sul tardi la ragazza si trovava sulle scale del suo condominio insieme a un’amica quando per poco non è rimasta vittima dell’aggressione sessuale commessa dal soldato A.A. I vicini si sono accorti del fatto grazie alle grida d’aiuto [della giovane], l’uomo ne è stato disturbato e si è dato alla fuga sulla propria autovettura. Di lì a poco è stato sorpreso dagli abitanti mentre si masturbava, affrontato e reso inoffensivo, non senz’aver prima estratto la pistola d’ordinanza e minacciato diverse persone: la gente è riuscita a sottrargli l’arma e a trattenerlo fino all’arrivo della polizia.

Mercoledì, sia alla stazione di polizia che durante l’interrogatorio condotto da funzionari del pubblico ministero, A.A. ha negato il tentato stupro, pretendendo di essere vittima di un attacco da parte d’un gruppo di persone a lui ignote “a causa della sua appartenenza all’esercito”: [a suo dire,] s’era recato al condominio a cercare una donna “di cui ignorava il nome”, con la quale avrebbe dovuto incontrarsi quella sera per un picnic.

A.A., dal 2017 sergente scelto presso la 1a Brigata di comando di Şırnak, è stato accusato dal pubblico ministero di tentato stupro e minacce a mezzo d’arma da fuoco. La sezione penale del tribunale distrettuale di Şırnak ha accolto la richiesta di custodia cautelare in carcere in considerazione del rischio di fuga, latitanza e reiterazione del reato.

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In terapia intensiva il minore colpito da soldati turchi

Bağa è stato ferito sul lato destro del costato da una pallottola fuoriuscita dalla schiena, che l’ha lasciato in condizioni gravissime.

Traduciamo da ANF News (17 luglio 2020).

Nella prima mattinata di giovedì scorso, nel villaggio rurale di Çiliya Jor, nel distretto di Çaldıran in provincia di Van, alcuni soldati turchi hanno sparato al quindicenne Azat Bağa, intento a far pascolare le pecore.

Il ragazzo, rimasto gravemente ferito, è stato portato d’urgenza dai parenti al Centro medico “Dursun Odabaşı” dell’Università “Yüzüncü Yıl” (Yüzüncü Yıl Üniversitesi Dursun Odabaşı Tıp), dove si trova tuttora in terapia intensiva.

Stando a quanto riferito, Bağa è stato colpito sul lato destro del costato da una pallottola fuoriuscita dalla schiena, che l’ha lasciato in pericolo di vita; non si sa ancora quando verrà operato: la sua famiglia continua ad attendere fuori dall’ospedale.

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Le YPS-Jin esortano all’autodifesa contro lo stupro

In considerazione del crescente numero di casi di violenza sessuale, le Unità civili di difesa delle donne YPS-Jin (Yekîneyên Parastina Sivîl‎-Jin) invitano all’organizzazione delle donne in unità di difesa per “vendicarsi dello Stato maschio”.

Traduciamo da ANF News (18 luglio 2020).

In molte città del Kurdistan settentrionale e della Turchia, sono attivi dei gruppi organizzati delle Unità di difesa delle donne YPS-Jin che si stanno facendo un nome attraverso azioni militanti. Il Coordinamento YPS-Jin ha pubblicato un comunicato in cui invita le donne a resistere e difendersi. Specialmente gli stupri da parte dei militari sono descritti dalle donne come un’espressione della speciale guerra in atto in Kurdistan.

“La promozione della cultura dello stupro è l’attacco dello Stato contro le donne”

Riguardo alle politiche sessiste del regime dell’AKP e alle loro conseguenze sociali, le YPS-Jin hanno affermato: “Promuovendo una cultura di prostituzione e stupro, l’obiettivo è attaccare le donne in quanto forza creativa della società. Una società le cui donne sono spezzate o distrutte può essere facilmente sottomessa. Si dice sempre ‘spara prima alle donne'”.

“L’attacco a Şırnak è un attacco a tutte le donne”

Riguardo alla recente ondata di violenze sessuali (molestie e stupri) da parte dei membri dell’esercito turco, le YPS-Jin hanno detto: “A Şırnak un ufficiale ha commesso violenza sessuale contro una ragazza curda di 13 anni. È un attacco a tutte le donne e ai valori del Kurdistan. In Kurdistan lo stupro e la molestia sessuale sono diventati espressione del fascismo turco. Come donne dobbiamo essere consapevoli di questa realtà. La nostra identità, la nostra terra e i nostri corpi appartengono a noi e qualsiasi resistenza per proteggerli è legittimata.

“Dobbiamo esercitare il diritto all’autodifesa”

Il popolo di Şırnak si è difeso, ha affrontato il perpetratore e ha dato vita a manifestazioni di protesta. È risultato chiaro ancora una volta che in Kurdistan una vita dignitosa è possibile soltanto attraverso l’autodifesa. L’autodifesa è per noi una necessità più urgente persino del pane quotidiano. In questo senso, noi come donne dobbiamo esercitare il nostro diritto all’autodifesa in tutta la sua ampiezza. Ovunque ci siano stupratori, ovunque ci sia violenza sessuale, ovunque ci sia aggressione da parte dello Stato, dobbiamo scendere in piazza in autodifesa. Il silenzio è complicità. Dobbiamo usare un’ampia gamma di mezzi per mostrare il potere delle donne e mettere fine al fascismo maschile patriarcale.

“Le mani che si allungano sulle donne saranno spezzate”

Come YPS-Jin, dichiariamo che espanderemo la nostra lotta e chiederemo conto allo Stato stupratore colonialista. Spezzeremo tutte le mani che si allungheranno sulle donne. Le nostre unità di vendetta si scaglieranno su occupanti e stupratori. Chiediamo a tutte le donne di organizzarsi sotto l’ombrello delle YPS-Jin, di ricorrere all’autodifesa e vendicarsi dello Stato maschio.

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Donna denuncia stupro e viene uccisa dal marito

Nel villaggio di Gölağılı presso Malazgirt, provincia di Muş, una donna è stata prima violentata dal fratello del marito e poi assassinata da quest’ultimo.

Traduciamo da ANF News (20 luglio 2020).

Stando alle informazioni ricevute, Fatma Altınmakas, madre di sei figli, è stata uccisa dal marito, Kazım Altınmakas. La famiglia ha preso il cadavere e l’ha sepolto nel villaggio di Özdemir (Hozdemir) presso Patnos, in provincia di Ağrı.

Dopo il delitto, Kazım Altınmakas è stato arrestato e incarcerato con l’accusa di omicidio volontario. I sei figli della coppia sono stati tutti presi in carico dai servizi sociali.

Fatma Altınmakas sarebbe anche stata vittima di violenza sessuale: secondo quanto riferito dai familiari, il 12 luglio la donna si è recata insieme al marito alla stazione di Polizia di Malazgirt, dove ha sporto denuncia contro il fratello del marito, S.A., dichiarando d’essere stata violentata da costui; S.A. è stato arrestato e rilasciato dopo due giorni: il giorno del rilascio ha coinciso con l’assassinio di Altınmakas.

Stando alle informazioni, la famiglia [d’origine] di Fatma Altınmakas avrebbe sporto denuncia contro Kazım Altınmakas e altri membri della famiglia [di quest’ultimo].

KJK: l’uccisione di George Floyd non è un incidente isolato

Il KJK chiede che l’assassinio di George Floyd negli USA non sia derubricato ad atto isolato e afferma che “il razzismo e il nazionalismo sono uno strumento ideologico estremamente efficiente dei sistemi dello Stato, del potere e della dominazione.” (31 maggio 2020)

Le Comunità delle donne del Kurdistan (KJK) hanno emesso un comunicato riguardo all’uccisione, avvenuta il 25 maggio 2020, di George Floyd durante un’operazione di polizia a Minneapolis (USA), evento che ha provocato shock e ondate di rabbia in tutto il mondo.  

Il comunicato del KJK dichiara quanto segue:

“Condanniamo con fermezza questa violenza chiaramente razzista perpetrata dallo Stato ed esprimiamo le nostre più sentite condoglianze alla famiglia e agli amici di George. Sfortunatamente questo crimine non è né il primo né sarà l’ultimo di questo tipo.

Per esempio, il 19 febbraio di quest’anno, dieci persone sono state uccise in un attacco razzista in un bar della città tedesca di Hanau.

Non passa giorno senza che qualche persona curda non venga attaccata e uccisa solo per il fatto di essere curda. In ogni parte del mondo accade che comunità specifiche vengano dichiarate nemiche e attaccate.

Non dobbiamo derubricare queste atrocità ad atti individuali.

Dobbiamo guardare ad esse nel contesto complessivo delle condizioni sociali. Il nazionalismo e il razzismo devono essere sfidati in maniera critica e combattuti con efficacia nel contesto della realtà dello Stato-nazione e del capitalismo. Il razzismo e il nazionalismo sono strumenti ideologici estremamente efficaci nelle mani dei sistemi dello Stato, del potere e della dominazione.

Il popolo curdo lotta da lungo tempo con le origini del nazionalismo e dell’oppressione. Quello curdo è un popolo che ha combattuto per secoli per i propri diritti e per la libertà e abbiamo fatto il possibile per comprendere l’oppressione di cui siamo oggetto per poterla combattere e superare.

Studiamo per capire se l’oppressione sia naturale, se sia sempre stata così o se sia stata creata nel corso della storia umana. La risposta è chiara. L’oppressione non è naturale. È un prodotto umano che serve a mantenere il potere e la dominazione. 

I problemi principali del nostro tempo, cioè la catastrofe climatica, la distruzione dell’ambiente, la guerra, la povertà, le migrazioni forzate, la pandemia e molti altri, derivano dal potere e dalla dominazione. Gli squilibri di potere che si traducono in certe atrocità sono sostenuti da una mentalità precisa.

Questa mentalità costruisce gerarchie e relazioni di potere tra umani e natura, tra generi diversi, tra comunità etniche e religioni, tra persone con un diverso colore della pelle, tra culture e classi sociali.

Come può riuscire un gruppo particolare a dominare, opprimere e sfruttare gli altri popoli? Questo risultato non può essere ottenuto soltanto con la violenza fisica. Indubbiamente la violenza fisica gioca un ruolo essenziale, ma questa forma di dominazione vecchia di millenni non può essere mantenuta senza una mentalità che classifichi alcuni gruppi di individui come soggetti e altri come oggetti.

In questo modo, emergono gerarchie e relazioni di potere in cui i dominatori – che siano uomini, bianchi, ricchi o altri settori della società “privilegiati” – vedono come naturale il loro diritto di abusare, sfruttare e uccidere i “non privilegiati”.

L’uccisione di George Floyd dovrebbe anche essere vista come parte di una guerra che uno Stato intraprende nei confronti di parti della società. Specialmente con l’implementazione delle misure di sicurezza e con l’estensione dei poteri delle forze di polizia, i cittadini non benvenuti sono quelli più a rischio. Più le persone osano sfidare il sistema, più cresce la violenza dello Stato nei loro confronti. Secondo i dati, nel 2019, soltanto negli USA, le forze di sicurezza hanno ucciso 1099 persone.

Mentre gli spazi per una vita autodeterminata si stringono sempre più, l’egemonia dello Stato cresce in tutte le aree.

Oggi, lo Stato vuole mantenere il monopolio della violenza, mentre la legittima difesa viene etichettata come terrorismo.

Lo Stato-nazione come pilastro del capitalismo ha contribuito da una parte a standardizzare le diverse identità locali e culturali e delle comunità all’interno dei confini statali, e dall’altra il nazionalismo ha fatto in modo che le diverse comunità etniche entrassero in conflitto tra loro.

L’umanità durante le due guerre mondiali ha sperimentato la disumanità e la capacità distruttiva del nazionalismo.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, per esempio, il territorio del Kurdistan fu diviso tra quattro Stati-nazione senza che al popolo curdo e a molti altri popoli dell’area venissero garantiti diritti o l’esistenza stessa.

La nostra identità è stata negata e tutto ciò che era curdo è stato dichiarato come barbaro e retrogrado.

Siamo a lungo stati soggetti a politiche di assimilazione, per integrare la nostra cultura, lingua e identità a quelle turche, arabe o persiane. Per gli Stati-nazione è fondamentale avere all’interno dei loro confini un’identità etnica omogenea, spesso imposta con la violenza.

Oppressione, potere e dominazione non sono naturali. Quindi, a sua volta, il sistema dello Stato non è naturale, ma uno strumento di potere della classe dominante. È un prodotto dell’organizzazione umana originata a partire dalla sottomissione delle donne. Le donne sono la prima nazione oppressa, la prima classe oppressa. Non c’è quindi da stupirsi se, nonostante le innumerevoli (sia anticoloniali-nazionali che di classe) lotte per la libertà e l’uguaglianza, questi sistemi di oppressione non siano stati superati. Fino a che i movimenti rivoluzionari non porranno la liberazione delle donne al centro della loro lotta, il cuore del sistema oppressivo continuerà ad avere la meglio.

Oggi sappiamo che, fino a che non verrà messa la parola fine al sessismo sociale, la palude della gerarchia, del potere e dell’oppressione non potrà essere bonificata. Non è un caso che gli attacchi nei confronti delle donne siano esplosi in tutto il mondo con l’ascesa del nazionalismo, dell’oppressione e del fascismo.

Mentre gli attacchi a sfondo razziale aumentano in tutto il mondo e i sistemi politici al governo si spostano sempre più a destra, il comportamento statale-patriarcale si sta manifestando in modo sempre più lampante attraverso una certa categoria di individui.

Capi di Stato minacciano donne di stupro e uccisione, restringono i loro diritti duramente conquistati e tentano di forzarle fuori dalla vita pubblica ancora una volta.

È tempo di dichiarare una guerra significativa a questo sistema oppressivo nella sua complessità. Questo vuol dire che dobbiamo comprendere e portare avanti tutti insieme la lotta contro il suprematismo bianco, il nazionalismo, il sessismo e il capitalismo.

Dobbiamo lottare per un sistema alternativo che consideri le differenze una ricchezza della società, e lavorare per unire le nostre lotte in un mosaico che valorizzi le diversità.

Le persone non dovrebbero mai essere considerate inferiori soltanto a causa del colore della loro pelle, del genere o delle loro identità etniche e religiose.

Costruiamo la nostra vita libera oltre lo Stato, il potere e la gerarchia, attraverso strutture democratiche di auto-organizzazione e autodeterminazione.”

Ogni momento, una rivoluzione

Autodifesa significa esistenza. Senza di essa non possiamo sopravvivere, non possiamo essere. Per comprendere l’autodifesa dobbiamo sapere: cosa intendiamo con “auto”? Cosa intendiamo con “difesa”?


Traduzione da Every moment, a revolution (3 maggio 2020)

Sull’autodifesa

Autodifesa significa esistenza. Senza di essa non possiamo sopravvivere, non possiamo essere. Per comprendere l’autodifesa dobbiamo sapere: cosa intendiamo con “auto”? Cosa intendiamo con “difesa”?

Il sé ha una base universale, come parte di un tutto, dell’intero universo. Se il sé, nella comprensione, nel sentire, include soltanto il mondo proprio di ciascuno, allora le azioni sono scollegate, riguardanti solo la sopravvivenza della vita propria di uno. In questo modo, la società non può essere, perché per svilupparla c’è bisogno che noi siamo connessi. La società ha bisogno di creare una mentalità e un cuore comuni, che siano diversi e pieni di molti, come il mondo di cui si circonda, che continua a crescere e ad arricchirsi, a comprendersi. Più in piccolo si pensa e si sente il sé, più distante questo sé sarà dal mondo, dalla vita, più distante sarà dalla difesa che intende costruire una società etica, significativa e amorevole. Perciò questo sé deve esistere con rispetto e significato, connesso al mondo in cui cresce. È anche un “noi”, che è anche un noi notevole e universale.

Non siamo soli, perché nessuno è un’unità isolata. Io, il sé, noi, siamo fatti delle stesse strutture e influenze sociali, religiose, culturali, famigliari e storiche che hanno costruito altri sé, ma con combinazioni differenti. Queste combinazioni rendono unico ciascuno di noi, ma sono anche ciò che ci connette insieme. Farci forza dai nostri diversi contesti significa dare una solida base a questa identità comune. Perché c’è bisogno della forza e della diversità di molti per difendere il mondo e le diverse società e realtà che lo compongono. Chi è questo “sé”? Una persona? L’universo? “Io”? “Noi”? Chi è “me”? Cosa è “noi”? Come impariamo a diventare “me”? Come portiamo insieme “me” e “noi”? È importante chiedere, indagare ed esplorare l’intero quadro, trovare la profondità e le connessioni che compongono un sé creativo, amorevole e significativo.

Difendere è un atto di costruzione delle strutture e dei ponti tra gli umani, la natura e l’esistenza. Così che tutte le parti si completino l’un l’altra nel tutto. Un sé connesso difende un mondo con un significato più vasto, dando significato a tutto in questa interezza. Perché “difendere” è creare tenendo in considerazione questa interezza, che è un flusso ininterrotto, in cambiamento. Una “difesa” individualistica e centrata sull’ego distruggerà il tessuto che tiene insieme la base della vita e della libertà. Tale “autodifesa” è una falsa difesa, un sé che distrugge la sua connessione con sé stesso e con la vita. Oggi perlopiù connettiamo il significato di “difendere qualcosa” con un atto violento contro qualcuno. Così, diventa vincere e dominare, distruggere la minaccia con l’obiettivo della sopravvivenza. Ma con questo approccio di “vincere o perdere”, il paradigma di “loro e noi”, la filosofia della separazione, creiamo una mentalità di opposizione. Con questa definizione e gli atti quotidiani, impari a vedere e sentire il mondo come un luogo ostile. Puoi avere una vita sicura solo se distruggi o controlli tutte le minacce possibili. È una “difesa” che giustifica gli attacchi contro il mondo in cui viviamo. Uccidere e distruggere nel nome della “vita”.

Cosa impariamo da ciò? Cosa ci dice? Gli occhi e il cuore attraverso cui guardiamo, sentiamo e amiamo noi stessi e il nostro mondo decidono come ci muoveremo attraverso la vita. Decidono cosa creiamo, nei sentimenti, nell’energia, nei sogni o negli incubi o in nessun sogno…siamo davvero quel sé individuale, unico, che non è un risultato di tutta la storia umana? O siamo l’eredità dei nostri antenati? Siamo la versione migliore di loro? Stiamo facendo di più? Stiamo diventando migliori esseri umani attraverso la conoscenza e l’esperienza? Tutti i tuoi atti hanno sempre un impatto e non importa quanto piccolo sia. Stiamo funzionando meglio con la logica moderna? Crediamo? Nel pensare, nel sentire? Crediamo? In qualcosa? In noi? Negli altri? Perché è importante capire cosa e dove siamo e perché? In cosa e perché dobbiamo cambiare la mentalità e le emozioni di separazione, disconnessione e ostilità? Fa differenza se ci vediamo come vivida parte del mondo, delle sue meraviglie e della sua esistenza…o no? Quanto è facile cambiare la conoscenza già profondamente applicata e basata sulla paura? Cosa comporta diventare te stesso? Come impariamo a diventare parte di una comunanza? Come impariamo a comprendere il “noi” comune non solo come una costruzione solamente umana? Come impariamo a diventare qualcosa? Come abbiamo imparato a diventare “noi”? Possiamo diventare noi stessi senza l’intero “noi” comune?

Dove iniziamo? Dove inizia il nostro viaggio? Il nostro viaggio inizia prima della nostra nascita. Il nostro viaggio, qualsiasi genere abbiamo, è il viaggio delle donne attraverso la storia. È la storia della rottura di un equilibrio tra umani, tra generi, tra tutti i viventi, che ha creato gerarchie tra chi ha “il diritto alla vita e chi non lo ha”. Tutto ciò che accogliamo, tutti i sentimenti, le impressioni, i pensieri, sono parte della storia di questa rottura, di nostra madre, di sua madre, di innumerevoli madri prima di essa, innumerevoli donne prima di loro. Sentiamo ciò che non ci viene raccontato, non spiegato. Sentiamo la storia delle donne, attraverso migliaia di anni. Non filtrata e in crescita nel grembo, la realtà di questi sentimenti ci crea. La vita di una donna. Là, nel tiepido nido che conforta, in nostra madre, impariamo prima di tutto ciò che lei sente, ciò che lei ha imparato; di lei, del mondo, del senso della vita e di come tutto ciò è connesso a lei come donna, determinando il suo posto in questa vita. Ciò che sente quando pensa a noi, sentiamo se siamo voluti o no, sentiamo i dubbi, l’incertezza, l’impotenza. Sentiamo quanta sicurezza c’è, quanta ne ha nel futuro in cui crede, vede per sé e in noi con noi. Ama? È amata? Rispettata? Ha fiducia? Meno c’è di tutto questo, più è insicura. Non siamo una copia esatta di nostra madre, ma lei ci mostra prima di tutto attraverso le sue emozioni in che tipo di mondo, in che tipo di realtà noi giungiamo. Questo potrebbe significare sentire se sei benvenuta come ragazza, o no. Sentire che la tua esistenza è limitata a tutte le regole fatte per te. Crescere con ciò ogni passo della vita, per primo imparare questo. Tutto ciò che segue, cosa ci insegnano famiglia, amici, società sul nostro ruolo, approfondirà ciò che abbiamo imparato così presto. Molti fattori saranno coinvolti nell’influenzare noi, le nostre motivazioni e decisioni, le nostre vie.

Quanti di essi impareremo a vedere come un destino? Quali ci faranno negare noi stessi? Vergogna, paura, punizione, costante osservazione da parte di Dio, delle tradizioni, della famiglia, del Sé, che ha imparato a osservare e ignorare se stesso secondo questa realtà. E con questo bagaglio ci chiediamo ancora: in cosa impariamo a credere? Chi e cosa ha il diritto alla vita? Il “diritto alla vita”? In cosa stiamo sperando e per cosa stiamo vivendo? Per rispettare e amare la vita e l’esistenza? Perché e fino a dove? Fa alcuna differenza?

Comprendere quali valori abbiamo perso, e quali sono i risultati di ciò, è l’inizio della difesa…autodifesa. Abbiamo bisogno di ricreare e riportare questi valori nella nostra vita comune. Capire da dove arriva il modo di pensare e sentire basato sulla separazione, in quale paura, pregiudizio e rifiuto è radicato, perché alcuni sono visti come più importanti di altri…questo ci condurrà attraverso questa storia di scismi e costante distruzione. Ma anche, ci porterà attraverso una storia nascosta di resistenza e difesa di un altro approccio, differente dall’uccidere tutti quelli che non si piegano o adeguano. Molto tempo fa, i valori dell’esistenza erano protetti dalle madri. I problemi più piccoli della società avevano soluzioni comuni mediate dai ruoli matriarcali, che portavano la profondità di un’umanità che è parte di tutta l’esistenza. Erano i pilastri della vita, della vita comunitaria, e la più grande forma di autodifesa. L’autodifesa, che è stata definita dagli atti di creare e costruire, connettere e amare, nutrire e curare. Era il tempo della Dea Madre, nostra Madre Natura. Era difesa da tutti ed era quella che difendeva tutto. Le società le diedero un significato, lei portò i suoi valori nella vita quotidiana, condividere e prendersi cura, per il comune tutto. Con la sua guida, le società si protessero con legami solidi e una comune comprensione della loro stessa esistenza, una vita in libertà radicata nel loro stare insieme.

Circa 5000 anni fa, giunse la fine dell’era Neolitica. Gli umani stavano imparando velocemente, sviluppandosi sempre in direzioni differenti. Ciò che comprendiamo dalla storia è che, intorno a quel periodo, una mentalità dominante iniziò a diffondersi e a creare un nuovo concetto del sé. Separò gli umani in categorie. Creò gerarchie basate sul comando di una mentalità maschile dominante, che cambiò l’intera comprensione dell’essere umano all’interno del mondo. Costruì differenze basate sull’oppressione dell’altro, considerando la libertà come una forma di preservazione dei beni materiali e delle conoscenze individualistiche. Aprendo crepe tra le persone. Bruciando i ponti. Bruciando le donne. Bruciando le radici e la conoscenza. Così che oggi noi ci troviamo nel XXI secolo, lontani da questo mondo di madri che guidano. Il cemento spinge le nostre anime verso il suo freddo corpo. Non sentiamo, i nostri cuori non sono giunti a capire o apprezzare la profondità accogliente di questa vastità e incontenibile diversità. La fiducia primitiva ha dato spazio ad una distruttiva irrequietezza che calcola, pesa, chiede profitti, per sé, per oggi, senza riguardo alle risorse, senza gratitudine per la vita. Le storie che sentiamo oggi ci dipingono come la più sublime di tutte le creature, simile alla divinità, e che possiede tutto. Non siamo più parte del tutto, non siamo mai stati dello stesso materiale, valiamo di più, differenti e così originali che la creazione deve inchinarsi a noi, e non il contrario. Il nostro dovere è controllare, dominare, perché la natura è ostile e deve essere conquistata, perché è contro di noi. Il patriarcato e la dominazione al massimo grado. Schiavizzò esseri viventi dando loro il potere di vedersi più importanti delle donne, della natura e di chiunque non sia considerato forte e potente. Metodi di oppressione condivisi, per opprimere in un modo più brillante. Lascia che gli schiavi si sentano liberi, schiavizzandosi l’un l’altro volontariamente per ottenere una parte del potere distruttivo. Tutti sembrano sapere, molte persone lo sentono, ma come uscire da questo circolo di desideri distruttivi? E…vogliamo davvero uscirne?

Siamo le generazioni che sono in grado di vedere, sentire, vivere i risultati estremi di questa mentalità cambiata migliaia di anni fa. E quando ricerchiamo, troviamo le tracce della resistenza, della ribellione, della bellezza del non accettare la distruzione e lo sfruttamento intorno e all’interno di noi. Che è, da allora di continuo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo…una costante lotta. È una guerra di mentalità. L’obiettivo di questa guerra è divorare la fede che abbiamo nella nostra forza comune. Per difendere noi stessi dentro il sé comunitario abbiamo bisogno di organizzarci con un’altra mentalità, lontano dal patriarcato e della dominazione. Ma c’è anche una ferita all’interno di tutti noi. Siamo pronti a combattere, a difendere, a dare tutto…ma la mentalità contro cui stiamo combattendo vive profondamente dentro le nostre anime e i nostri cuori. Se non ci poniamo domande da un’altra angolazione, otterremo soltanto risposte logiche e misurabili, fredde e senza vita. Se non analizziamo con i nostri occhi, non saremo in grado di credere nel cambiamento di questa mentalità spaventosa. Non osiamo fare ciò che è necessario fare. Dobbiamo rimparare l’amore. Le nostre azioni possono essere una resistenza violenta, capaci di colpire gli oppressori fisicamente ed economicamente, molto duramente, capaci di uccidere i nostri aguzzini, capaci di fare un salto di potere all’interno della costruzione statale. Ma stiamo ricreando la loro mentalità con le nostre azioni. Perché la violenza usata con quell’approccio è un attacco contro tutti gli esseri viventi. Sta rispondendo alla distruzione con la distruzione.

Quindi, se la risposta alla distruzione è l’amore, allora dovremmo chiederci cosa significa l’amore. O, prima di tutto, osservare ciò che non è. Non dovremmo confonderlo con questa mentalità ed emozioni di possesso, distruzione e sessualizzazione, che sono molto comuni quando “amiamo” nelle società di oggi. Dobbiamo tornare indietro a come siamo cresciuti e a cosa ci è stato insegnato su di noi (in io e noi) e sulla vita. L’“amore” che vediamo e sentiamo oggi è principalmente la ragione per cui le persone hanno paura e sfiducia l’una dell’altra, come risultato della stessa mentalità che ci lascia possedere il mondo o un animale, o qualsiasi cosa. Succhiare e sputare le nostre aspettative sugli “amati”, nella corsa a sentire qualcosa di positivo. Si basa sul possedere i cuori, le anime, possedere e controllare l’intera vita, perché solo allora è reale e speciale, perché “amore” può essere soltanto qualcosa di speciale ed esclusivo. In molte famiglie, in tutto il mondo, le persone si stanno uccidendo tra loro, opprimendo, stuprando, aggredendo, colpendo, nel nome di questo “amore”. Soprattutto le donne sono l’obiettivo di questo “amore”. Ci sta uccidendo. Ma è l’espressione molto profonda del disprezzo e del non amare niente. È paura e dolore, che crea soltanto più paura e più dolore. Con questo “amore”, rimarremo incastrati dentro questa realtà individualistica e separatistica che sentiamo intorno a noi.

L’amore può crescere e vivere soltanto attraverso la comunanza. All’interno della libertà di crescere, imparare emozionalmente e mentalmente come sentirsi connessi e amati per chi si è. È questione di imparare a sentire e pensare in un modo diverso, apprezzare i miracoli e le questioni della vita, amare le differenze e le similitudini. È questione di valori e dei loro confini. È questione di responsabilità, di prendersi cura per via dell’amore e non della paura. È questione di libertà, che significa creare una vita libera. Questa vita libera non può dipendere da una collocazione, da un tipo di persona o di essere. La libertà è per tutti e tutto, perché l’esistenza di un sé individuale, di una società individuale, perfino di un singolo pensiero o sentimento, non esiste, è parte di un tutto. La libertà è amore e l’amore è responsabilità e connessione comune. È organizzare la vita insieme con amore. Non possiamo aspettare un momento perfetto di amore, dobbiamo crearlo ogni giorno, ancora e ancora, creare amore e speranza dentro ogni momento. Organizzando il nostro amore, che non ha priorità a parte crescere ovunque, possiamo scoprire che è una fonte primaria di liberazione.

Qualsiasi cosa facciamo ha un impatto. Rappresenta una mentalità. Rappresenta quanto valutiamo chi siamo, da chi siamo circondati, cosa stiamo vivendo, quanto amiamo, tutto, sempre. Quando parliamo del momento quantico, allora parliamo della magia creativa di essere nel momento, in ogni momento. Essere un* rivoluzionari* nell’“ora”. Comprendiamo le dinamiche del cambiamento come uno stato di rivoluzione costante.

Ez rojê 40 caran şoreş çêdikim (Reber Apo)
(Ogni giorno faccio 40 rivoluzioni)

Se non combattiamo con questo approccio, tutto ciò che creiamo sarà un ripetersi di una mentalità distruttiva, che ci ha già insegnato così tanta sfiducia, frustrazione, odio e paura, portandoci nel mondo in cui siamo. Non possediamo questo mondo, siamo parte di esso. I nostri atti di difesa dovrebbero controbilanciare la storia di oppressione con dignità e speranza l’uno nell’altro, con l’amore della libertà, della vita e di tutto il nostro mondo. La nostra esistenza non può essere al di sopra della società. Società, organizzazione e amore sono i modi più efficaci e basilari di autodifesa. È questa eredità che stiamo difendendo. Il calore del fuoco che ha tenuto in vita lo spirito della società. Da migliaia di anni, tenuto nella società attraverso le matriarche. Tenuto in vita e forte fino ad oggi ad ogni piccolo passo, in ogni decisione di lottare contro questa mentalità tossica di separazione e odio. Il percorso verso una rivoluzione delle donne in tutto il mondo sta riportando l’autodifesa comunitaria, che libererà l’intera società.
Dobbiamo difendere. Noi stesse. Insieme.