Sakine, Fidan e Leyla: i martiri non muoiono mai! *

“I martiri non muoiono mai!” Si può sentire questo slogan del movimento kurdo durante i funerali, nei cortei che attraversano le città europee, lungo le frontiere. Queste parole vengono ripetute davanti agli scudi antisommossa e alle armi del nemico, con gli occhi fissi al cielo. “I martiri non muoiono mai!”

Ma quando sono nate? Nel fermento di una guerra infinita di cui sfuggono i veri disegni, avvolti nella nebbia di miti e immagini propagandistiche; sono nate nel passaggio dalla vita al sacrificio, dal volto al ritratto, dall’umano al simbolico, in cui non trova posto la giustizia o un cenno di verità.

Queste nebbie, questa propaganda, oscureranno per sempre un appartamento di Rue Lafayette 123, a Parigi, dove, in una notte del gennaio 2013, furono assassinate tre donne appartenenti a differenti organi del PKK. I loro nomi: Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez. Un’azione di guerra condotta nella capitale francese, le cui modalità e le cui ragioni sono ancora senza risposta, che forse non verrà mai data.

Il principale sospettato, Ömer Güney, muore in carcere per un tumore al cervello il 17 dicembre 2016. Un mese dopo avrebbe dovuto presentarsi davanti ai magistrati per l’apertura del procedimento giudiziario a suo carico, che invece si ferma; tuttavia, nell’estate del 2021 sembrava che potesse avere fine l’inerzia che aveva accompagnato le indagini. Restano così molte incertezze sulla dinamica di questo crimine, molte doppiezze e illusionismi.

Le tre vittime, uccise insieme nello stesso appartamento, avevano storie differenti. Leyla Söylemez, 24 anni, era una leader del movimento giovanile kurdo. Fidan Dogan, 30 anni, aveva un profilo molto più alto: era una pedina fondamentale negli sforzi diplomatici del movimento nelle capitali europee, ed era in contatto costante con politici francesi di rango elevato. Infine, Sakine Cansiz era una figura leggendaria del movimento curdo, conosciuta per la sua rettitudine e la sua austerità. Aveva 54 anni ed era ai vertici del movimento che aveva contribuito a fondare, insieme all’incontestato leader Abdullah Öcalan, ancora imprigionato.

I destini di queste tre militanti, parte dello stesso movimento e promotrici della stessa causa, sono stati spezzati in pochi secondi dalle pallottole di un assassino che ogni evidenza farebbe corrispondere a Ömer Güney, un personaggio dalla vicenda oscura da poco reclutato nel movimento curdo. Eppure Güney era diventato l’autista di Sakine Cansiz, un ruolo molto delicato per un personaggio così poco conosciuto. Proveniva da una famiglia affiliata all’estrema destra turca e da una regione in cui è molto diffuso il violento nazionalismo anticurdo; come ha potuto questo militante improbabile introdursi nel cuore del movimento curdo a Parigi in così poco tempo, fino al punto di poter avvicinare una figura importante come quella di Sakine?

La domanda è ancora più inquietante alla luce delle prove emerse dopo l’arresto di Güney, che mostrano i collegamenti di questo personaggio con i servizi segreti turchi, il MIT (Millî Istihbarat Teskilati). Le radici di questo caso affonderebbero perciò nei meandri più torbidi dello stato turco, in un momento fondamentale non solo per il conflitto con i curdi ma per la politica turca in generale.

In effetti, l’attentato fu perpetrato proprio mentre, nel 2013, era iniziato il processo di pace tra Ankara e il PKK, che non godeva di un unanime sostegno tra i servizi di sicurezza, allora parzialmente infiltrati dalla rete del predicatore Fetullah Gülen, già alleato di Recip Tayyip Erdogan nella sua ascesa al potere agli inizi degli anni Duemila. Chi poteva aver commissionato il triplice assassinio, elementi interni all’apparato di sicurezza che intendevano prevenire ogni possibile trattativa di pace tra le due parti? Nel corso del conflitto esploso nei mesi seguenti tra il campo di Erdogan e i gülenisti sono venute misteriosamente alla luce conversazioni tra Güney e membri dei servizi segreti turchi. In anni più recenti sono emerse altre evidenze che confermano questi rapporti. Perciò c’è da chiedersi, se questi assassinii sono stati ordinati da Ankara, l’ordine era ufficiale o proveniva da una fazione particolare dello stato turco, determinata a implementare il suo piano per aumentare le tensioni? E se fosse così, qual era l’obiettivo?

Nell’estate del 2021 l’affare potrebbe tornare a galla, in un momento in cui le relazioni tra Francia e Turchia, sensibilmente peggiorate negli ultimi anni, restano tese. Nonostante la morte di Güney, l’inchiesta potrebbe svilupparsi coinvolgendo possibili complici. Sebbene sia stato nominato un nuovo giudice istruttore, la magistratura non ha ancora avuto accesso alle registrazioni delle conversazioni fatte dai servizi francesi nei confronti di individui connessi al caso, e queste registrazioni sono ancora top secret. Comunque, importanti documenti analizzati dalla magistratura belga hanno portato altre prove sui rapporti del presunto assassino con i servizi segreti turchi.

Mentre continua l’attesa per gli sviluppi dell’inchiesta e prima di qualsiasi eventuale chiarimento sulle circostanze che portarono alla morte di Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez, queste tre donne figurano oggi tra i principali martiri della causa kurda. In tutto l’arcipelago del movimento kurdo, dalle strade del nord-est della Siria a quelle d’Europa, della Turchia e dell’Iraq, i ritratti sulle loro tombe restano testimoni silenziosi. E i fili tagliati delle loro vite sono ancora persi nelle nebbie dei segreti di stato, nelle ombre più buie di un conflitto che continua a costare vite.

* Il testo che pubblichiamo è tratto dal libro fotografico di Maryam Ashrafi Rising among ruins, dancing amid bullets, Hemeria.

Ancora oggi l’inchiesta sull’attentato a Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez è a un punto fermo.


Şehîd namirin!