RIFLESSIONI SULLA VIOLENZA DI GENERE E CHIAMATA ALL’AUTODIFESA

La violenza di genere che ogni giorno si consuma sulla pelle delle donne è lo strumento attraverso cui il sistema patriarcale afferma la sua esistenza.

La violenza di genere che ogni giorno si consuma sulla pelle delle donne è lo strumento attraverso cui il sistema patriarcale afferma la sua esistenza.
L’oppressione femminile e la costrizione all’interno dei ruoli a loro tradizionalmente assegnati sono tra gli obiettivi principali dell’esercizio di tale violenza, che non si limita alla sfera fisica. Per essere totalizzante, infatti, essa deve essere esercitata sotto ogni forma, anche psicologica ed economica, e influenzare ogni aspetto della vita. La violenza diviene quindi pervasiva e invasiva, a tal punto da essere interiorizzata e normalizzata anche dalle donne stesse, che talvolta non ne riconoscono i casi più o meno espliciti.

Convenzionalmente, infatti, le diverse forme di violenza sono gerarchizzate in maniera tale che ad alcune venga attribuito un maggiore livello di gravità rispetto ad altre. Questa “piramide” di prevaricazioni più o meno condannabili non fa altro che distogliere l’attenzione dalla gravità complessiva del problema e dalla sua sistemicità. Le forme di violenza vissute e reiterate nel quotidiano vengono minimizzate, mentre, in realtà, non sono altro che l’espressione più esplicita del dominio. Influenzando la mentalità e la vita nei suoi vari aspetti sociali e relazionali, infatti, le violenze ritenute “sottili” fanno introiettare e accettare la subordinazione e il ruolo di soggetto prevaricato. Come risultato, l’elaborazione di una risposta organizzata e radicale alla violenza risulta ancora più difficile.
La retorica dei “casi isolati” e del “non tutti gli uomini” è pericolosa, non solo perché distoglie l’attenzione dalla sistemicità della violenza maschile, ma anche perché rafforza l’ideale di colpevolezza unicamente individuale. Questo aspetto risulta funzionale a far apparire l’allontanamento dei cosiddetti “violenti” dal loro gruppo di riferimento come iniziativa sufficiente a risolvere quella che in realtà è piaga sociale. L’episodio violento non deve essere invece considerato come sé stante, ma come concretizzazione della mentalità patriarcale in un determinato contesto sociale che da questa mentalità è, in forme diverse, evidentemente permeato. L’uomo violento non è il malato, ma il figlio sano del patriarcato.

Per questo motivo, diventa fondamentale intendere la violenza di genere come una responsabilità collettiva, tanto nelle cause, quanto nelle risposte. Se l’intera società è influenzata dal patriarcato, è l’intera collettività a doversi far carico della risoluzione del fenomeno della violenza di genere, non solo le donne. Gli uomini devono essere disposti e determinati ad affrontare un percorso di totale decostruzione della mascolinità loro insegnata e ad armarsi degli strumenti necessari per farlo studiando, ascoltando e affrontando riflessioni comunitarie. Finché la violenza rimarrà un problema solo delle donne, e saranno loro le sole a occuparsene, non sarà possibile scardinarne la matrice.

Nel frattempo, come le rose hanno le loro spine, le donne devono munirsi di strumenti di autodifesa. Contro un sistema che ci uccide, silenzia, reprime e limita, l’autodifesa è il primo passo della resistenza. Poiché ogni parte della vita delle donne è soggetta al dominio, anche l’autodifesa deve riguardarne tutti gli aspetti: fisici, sociali, personali e politici.
Solo quando tutte le donne saranno libere nei corpi e nelle menti ci potrà essere una società libera e giusta. L’autodifesa è resistenza, protezione, decostruzione e creazione di uno spazio in cui piantare il seme di una vita finalmente libera.
L’autodifesa è vita.

Dobbiamo capire quali sono i pericoli che in quanto donne corriamo e sapere come proteggere noi stesse e le nostre compagne. Questo significa guardare agli uomini ed anche ai “compagni”, con gli occhi ben aperti, realisticamente e senza illusioni.
Dobbiamo capire quali valori ci sono stati sottratti, quali violenze abbiamo imparato ad accettare, interiorizzando la mentalità patriarcale e quali sono le conseguenze di tutto ciò. Solo imparando a riconoscere la prevaricazione maschilista e facendo nostri strumenti psicologici, fisici e politici per fronteggiarla potremo mettere le basi per la costruzione di una vita libera.
Dobbiamo imparare a difenderci dagli attacchi che minano la nostra forza e la nostra unità, che ci sminuiscono, sviliscono, dividono e mettono una contro l’altra. “Dobbiamo anche difenderci dalla divisione. Storicamente, le donne unite sono forti, se divise possono essere abusate e colonizzate. Sviluppare la nostra collettività, auto-organizzazione e i modi in cui ci relazioniamo, libere dalla mentalità maschile dominante, è al centro della nostra autodifesa e della costruzione di alternative”.1

Vogliamo riconquistare i nostri valori e applicarli in una vita comune. Per riscoprirci, ricostruirci e sviluppare degli strumenti di autodifesa abbiamo bisogno di allontanarci il più possibile dalle influenze del patriarcato. Separarci e stare insieme fra donne, fra compagne, può aiutarci a creare uno spazio di comprensione reciproca e delle dinamiche di potere che su di noi vengono esercitate.
Riteniamo che sia altrettanto importante ricordare che la mentalità che combattiamo è insita anche in noi e anche in noi dobbiamo combatterla e decostruirla. È anche per questo che pensiamo sia utile creare uno spazio autonomo e separato nel quale provare a sviluppare pensieri nuovi e immaginare una vita diversa e libera. La società che ha creato il problema e che su esso si fonda non potrà essere la stessa che origina l’alternativa. Crediamo che sia necessario trasformare le differenze che il sistema ci mostra come ostacoli e che sfrutta per dividerci in mezzi per arricchirci, in linfa vitale per una comunità che voglia dirsi libera. Creare comunità e legami non è un percorso facile, perché va contro l’individualismo predicato e praticato nella società in cui ci troviamo. Però, donne diverse fra loro ma unite possono dare vita a un’alternativa. Per questo, alla paura, ai pregiudizi e alla competizione come strumenti utilizzati distruggere fiducia sicurezza e unità, dobbiamo rispondere con l’autodifesa, non come pratica individuale, ma come strumento di protezione della propria collettività. Pensiamo che costruire connessioni fra noi donne sia fondamentale per la nostra resistenza e per la riconquista della nostra libertà. Riscoprire il nostro legame ha lo scopo di rafforzare noi stesse.

“La resistenza è vittoriosa quando è organizzata”2 e, aggiungiamo, collettiva. Questa quindi è la nostra chiamata, affinché la nostra lotta sia efficace, la nostra forza incisiva e dirompente, e la nostra comunità stabile, unita e libera.

Rete Jin Milano, 29 Novembre 2020

1Autodifesa: la risposta della violenza di genere”, Kongra Star, Women Defend Rojava, 2020.
2 Ibidem.