Mentre lo Stato turco invade il Kurdistan del Sud, il KRG sabota la delegazione internazionale di pace a Erbil

"Pensiamo che il KRG abbia voluto sabotare il nostro programma per far sì che, grazie alla copertura mediatica, il nostro messaggio non arrivasse alla comunità internazionale."

Membri della delegazione per la pace e la libertà in Kurdistan 

La regione autonoma del Kurdistan, nel nord dell’Iraq, immersa nella storia delle prime civiltà, con una ricca biodiversità e una grande cultura, è traumatizzata da decenni di genocidi, sfollamenti forzati e conflitti interni.

Quando abbiamo letto sui social media la notizia che la regione era stata bombardata e invasa dall’esercito turco, il secondo esercito più grande della NATO, con diversi civili uccisi e più di 1500 sfollati, centinaia di ettari di foresta incendiati e decimati, e 22 villaggi evacuati, siamo rimasti ancora una volta delusi dalla mancanza di copertura mediatica, conseguenze politiche o risposte da parte della società civile dei paesi della comunità internazionale. Così, quando è arrivato l’appello alla solidarietà, ci siamo uniti alla Delegazione Internazionale per la Pace e la Libertà in Kurdistan, per testimoniare e rompere il silenzio sulla violenta espansione della Turchia.

Siamo arrivati all’aeroporto di Erbil, la capitale della regione autonoma del Kurdistan in Iraq, che si trova circa 100 km a sud del confine turco.

Mentre eravamo in coda all’ufficio immigrazione, poco prima di noi, un folto gruppo proveniente dall’Europa, anch’esso in arrivo per unirsi alla nostra delegazione, è stato trattenuto, i loro passaporti confiscati dalle autorità curde senza alcuna spiegazione; tra loro c’era la giornalista olandese Frederike Geerdink (https://twitter.com/fgeerdink/status/1403712332350562304).

Dopo essere arrivati al nostro hotel, abbiamo saputo che chi faceva parte di questo gruppo era stato deportato nei rispettivi paesi d’origine o arrestato, senza alcuna base legale; alla fine della giornata, 40 persone provenienti da tutta Europa erano state deportate o arrestate, e ad altre decine era stato impedito di imbarcarsi sui voli che partivano dai loro paesi, compreso un gruppo di 27 persone provenienti dalla Germania e dalla Svizzera; a Düsseldorf, tra loro, era presente la deputata di Amburgo Cansu Özdemir (https://twitter.com/CansuOezdemir/status/1403676248182767616). La ragione che la polizia federale tedesca ha addotto è stata che, attraverso delegazioni internazionali come la nostra, i giovani si erano precedentemente uniti al PKK nella lotta armata contro l’esercito turco.

Nonostante questa repressione, circa 70 dei 150 membri previsti della nostra delegazione, tra cui politici, accademici, attivisti dei diritti umani, sindacalisti, giornalisti, femministe ed ecologisti, in rappresentanza di più di 14 paesi, sono riusciti a riunirsi e a iniziare il loro lavoro per la pace e la libertà. Il nostro obiettivo era quello di avviare e promuovere il dialogo con e tra i membri dei diversi partiti del parlamento del Kurdistan e visitare le organizzazioni non governative della società civile.

In spregio al diritto internazionale, lo stato turco occupa il nord dell’Iraq dal giugno 2020, ma a partire dal 23 aprile 2021 ha iniziato nuove operazioni militari ad ampio raggio, definite Operazione Claw-Lightning e Operazione Claw-Thunderbolt, nel Kurdistan del sud, nelle regioni di Matina, Zap e Avashin.

L’esercito turco sta attaccando non solo le popolazioni della regione, ma la terra stessa, bombardando i versanti delle montagne, appiccando incendi e disboscando vaste aree di foresta per trasportare tonnellate di legname in Turchia. Questo costituisce un crimine di guerra, è l’ecocidio in una regione che mette diverse specie in pericolo e contribuisce al peggioramento della crisi ecologica che causa la perdita di biodiversità e l’estinzione di massa.

L’attuale invasione del Kurdistan fa parte dell’espansionismo neo-ottomano della Turchia nel Medio Oriente e nel Mediterraneo orientale (entrando in tutti i conflitti della regione – in Algeria, Armenia, Libia, Siria, Tunisia –, spesso inviando milizie che causano ulteriore destabilizzazione, e intensificando le tensioni con Cipro e la Grecia).

Non è una coincidenza che questa attuale invasione sia iniziata il 24 aprile, nel 106° anniversario dell’inizio del genocidio armeno; l’aggressione in corso può essere interpretata solo come un’aperta minaccia di genocidio. Questa azione militare è solo l’ultima della decennale politica di oppressione nei confronti dei curdi da parte della Turchia, che ha portato alle invasioni del Rojava (Siria del nord-est), a Efrîn nel marzo 2018 e Girê Spî e Serêkaniyê nel settembre 2019.

I giochi geopolitici della NATO rendono complici gli stati che ne fanno parte, attraverso la loro tacita approvazione di questi crimini di guerra. Questa connivenza deriva dall’interesse della NATO a mantenere un potente alleato in Medio Oriente, e questo spiega il silenzio dell’Europa e degli Stati Uniti sui crimini della Turchia. Questo ha portato al bizzarro paradosso per cui la NATO sostiene la Turchia che, per perseguire i suoi obiettivi imperialisti, usa uomini del cosiddetto Stato Islamico e di altri gruppi islamisti – per esempio facendo arrivare a Qandîl mercenari che passano da Erbil, nella sua ossessiva spinta a spodestare i guerriglieri del PKK dalla regione del Kurdistan – che la stessa NATO dice di voler sconfiggere.

Questo è indicativo della situazione politica nel Kurdistan meridionale; questi mercenari non sarebbero potuti passare per Erbil senza l’acquiescenza del KRG.

Così, abbiamo una situazione in cui il KRG permette ai mercenari islamici di accedere alle sue montagne per combattere il PKK, ma arresta e deporta i membri della delegazione internazionale che chiedono pace e libertà per il Kurdistan. Queste tensioni mettono a rischio la sicurezza di tutto il Kurdistan, creando fratture tra i curdi di fronte a quello che dovrebbe essere un nemico comune; le attuali azioni del KRG stanno dando conferma alle affermazioni dell’ex presidente iracheno Saddam Hussein, che asseriva che le organizzazioni curde erano troppo irrimediabilmente divise e asservite alle potenze straniere per ottenere un successo a lungo termine.

Il 14 giugno la delegazione aveva in programma di andare alla sede delle Nazioni Unite a Erbil per leggere la sua dichiarazione (Iniziativa Internazionale per la Difesa del Kurdistan https://defend-kurdistan.com/declaration/) che finora è stata firmata da 251 persone in molte nazioni di sei continenti.

Ma quella mattina ci siamo svegliati con le forze di sicurezza del KRG che sorvegliavano il nostro hotel e impedivano alla delegazione di uscire. Con i giornalisti locali e le troupe televisive che aspettavano la nostra dichiarazione, le forze di sicurezza e la polizia ci hanno detto che non avevamo il diritto di parlare perché non abbiamo passaporti iracheni e che non eravamo autorizzati a protestare. Nonostante questo, abbiamo deciso di tenere lo stesso la nostra conferenza stampa nell’ingresso dell’hotel. Dopo diversi discorsi e interviste, ci siamo mossi per andare a piedi alla sede dell’ONU, ma siamo stati di nuovo fermati dalle forze di sicurezza (a quel punto concentrate sul marciapiedi dell’hotel) fuori dalla porta d’ingresso dell’albergo. In risposta, ci siamo seduti, in un atto di disobbedienza civile, per protestare contro il trattamento che stavamo subendo da parte del KRG. Ci hanno allora costretti a rientrare nell’hotel, noi abbiamo continuato la nostra protesta ballando, ma anche questa azione è stata fermata.

Pensiamo che il KRG abbia voluto sabotare il nostro programma per far sì che, grazie alla copertura mediatica, il nostro messaggio non arrivasse alla comunità internazionale. Il fatto che ci abbiano proibito di protestare contro il tentato genocidio del loro stesso popolo mostra il paradosso delle politiche del KRG – che, per dirlo in poche parole, deriva dalla sua dipendenza economica dalla Turchia.

Questa dipendenza mina la narrativa della regione curda indipendente, il cui mito fondante è quello della resistenza contro l’oppressione degli stati nazionali circostanti. Per mantenere la sua narrativa, il KRG ora deve mascherare questo paradosso dietro un linguaggio ambiguo – come sperimentato da uno dei nostri amici al quale, nel momento in cui è stato deportato dall’aeroporto di Erbil, le guardie di frontiera hanno detto che la sua partecipazione alla nostra delegazione per la pace e la libertà era uguale al terrorismo.

Questo argomento politico riguardo all’impegno contro il “terrorismo” è ripreso direttamente dalla retorica del governo turco; se il KRG continua ad adottare un simile linguaggio, questo comporterà implicazioni preoccupanti per il futuro della democrazia nella regione del Kurdistan.

Chiediamo quindi a tutti i partiti, istituzioni e persone curde di unirsi e prendere posizione contro l’occupazione turca. Gli attacchi ecocidi e genocidi dello stato turco continuano, ed è solo rimanendo solidali, al di là delle frontiere e delle linee di partito, che questi attacchi possono essere fermati.

Le immagini sono state scattate per Medya News dalle persone appartenenti Delegazione per la Pace e la Libertà in Kurdistan.

Articolo scritto per Medya News, pubblicato il 15 giugno 2021.