La resistenza di Kobane non morirà mai – Memoria di una combattente delle YPJ

Tre anni fa gli occhi del mondo intero erano puntati verso Kobane, dove le forze democratiche delle YPJ e delle YPG stavano portando avanti una storica resistenza contro le forze dello Stato Islamico che avrebbe portato alla completa liberazione della regione.

La liberazione di Kobane non è stata semplicemente una vittoria militare, ma anche e soprattutto la dimostrazione di una strenua autodifesa popolare contro un nemico profondamente fascista in nome della libertà, dell’autodeterminazione dei popoli e della liberazione delle donne.

Il 1° Novembre è stato dichiarata giornata mondiale per Kobane per rivendicare l’eredità di questa resistenza basata sull’auto-organizzazione delle donne e su di una vasta partecipazione di tutte e tutti in difesa di questo territorio.

Rivendicare la resistenza di Kobane significa oggi, lottare per la liberazione di Afrin, per la libertà di Abdullah Ocalan e di tutt* i detenuti politici e tenere accesa e viva la memoria dei martiri, che per questa lotta hanno dato la vita. Perché la Rivoluzione sia ora e sia ovunque.

In occasione di questa giornata vogliamo dare la parola a Rojin Evrim, comandante delle YPJ, in quanto compagna che ha vissuto in prima persona i giorni della la resistenza di Kobane.

“All’ epoca facevo già parte delle Ypj e geograficamente non eravamo così lontane da Kobane.

Quando ho deciso di partecipare alla resistenza la guerra non era ancora arrivata a Kobane, l’ISIS si estendeva nei villaggi limitrofi ed è da lì che iniziammo la nostra resistenza.

In tanti parteciparono a quella battaglia, tanti dal Bakur (Kurdistan del nord) tante donne e giovani da ogni parte, c’erano compagni turchi, europei, arabi e tutti parteciparono alla resistenza come volontari. Nella battaglia di Kobane la cosa più importante era prendere posizione come donne, questo perché conoscevamo bene la mentalità fortemente patriarcale di ISIS; conoscevamo i trattamenti senza scrupoli che ISIS riservava alle donne fatte prigioniere. Erano le donne che ISIS attaccava e dovevano essere le donne a liberarsi.

Non avevamo abbastanza compagni, in una città piccola come Kobane potevamo farcela, ma non potevamo difendere tutti i villaggi così abbiamo deciso di evacuarli e spostare la popolazione in città. Quando ISIS ha percorso la strada per arrivare a Kobane i villaggi erano vuoti ed è stato facile per loro avanzare, non hanno incrociato nessuna resistenza. Questa è stata la scelta giusta perché così siamo riusciti ad evitare molte morti.

Tutto il territorio sia dei villaggi che di Kobane è vicino al confine con il Bakur, da lì i compagni erano in grado di vedere gli spostamenti del nemico e potevano coordinare la nostra difesa.

Ci sono stati tant* compagn* che nel corso della battaglia si sono sacrificati, c’erano molte azioni di sabotaggio soprattutto da parte delle donne, eravamo decise ad essere noi ad agire più di tutti. Per ISIS eravamo buone solo per cucinare, fare i figli ed essere al loro servizio, eravamo solo dei corpi.

Ma questa volta è contro questi stessi corpi che hanno dovuto lottare. ISIS faceva di tutto per distruggerci, innervosivano i compagni maschi dicendo che permettevano alle donne di combattere e che si rifugiavano dietro di loro perché non erano in grado di lottare: cercavano di distruggerci psicologicamente.

Quando ISIS entrò a Kobane era nel periodo in cui era più forte, avevano armi pesanti, armi chimiche e carri armati. Numericamente erano superiori a noi, avevano armi migliori ed erano più preparati, mentre noi non avevamo niente. La città era accerchiata e i compagni non potevano farci arrivare fucili o armi migliori, dovevamo lottare con quello che avevamo.

Fu una resistenza molto difficile, ISIS distruggeva ogni cosa e ogni giorno i nostri compagni cadevano martiri. Quasi all’inizio dell’attacco ISIS riuscì a occupare la collina di Mishtenur, da dove potevano controllare facilmente tutta la città. Quel giorno fu un vero e proprio genocidio ci furono circa trecento feriti e cento martiri. Con l’avanzare dello scontro ci trovammo costretti a ritirarci ulteriormente finché ISIS aveva l’80 % della città e noi eravamo asserragliati nel 20 % del territorio.

In questo piccolo spazio però noi abbiamo costruito una linea di difesa indistruttibile, nessuno poteva romperla e grazie a quella linea abbiamo potuto portare avanti la nostra resistenza.

Ma non ci limitavamo solo a resistere, ci infiltravamo nei gruppi del nemico, ci vestivano come ISIS andando nei loro gruppi, sabotavamo i loro armamenti e così liberammo molte zone. Alcuni di noi uscirono dal confine turco, per andare a sostenere le azioni di sabotaggio alle spalle del nemico.

Queste azioni erano molto importanti per il nostro morale, le notizie giravano velocemente “abbiamo liberato una stanza” dicevano e poi una casa, una scuola, “abbiamo liberato il quartiere”.Dopo molti sforzi, finalmente riuscimmo a liberare Mishtanur e per la prima volta dopo sei mesi ad avanzare rispetto alla linea di difesa.

Non potevamo vedere la tv quando eravamo a Kobane .

Erdogan diceva che sarebbe caduta in tre giorni, tutti si aspettavano che noi cedessimo, ma noi non abbiamo mai abbassato la guardia non abbiamo mai tentennato, abbiamo sempre imparato a cavarcela per vincere.

Quando in ospedale ho visto la tv, ho realizzato che tutto il mondo era con noi, c’erano manifestazioni ovunque. Le persone sul confine del Bakur ci aiutavano e ci supportavano, organizzavano turni di guardia al confine per proteggerci dal nemico.

Tanti sono venuti a combattere e tanti sono morti, di alcuni di loro non c’è foto e nome sulla tomba, non ci conoscevamo ma eravamo uniti ed è giusto ricordarli.

Il nostro obiettivo era non perdere Kobane.

Prima di Kobane c’era la guerra ma la gente non ci conosceva, non sapevano delle lotte delle donne.

Kobane è stata un opportunità di unione per tutti, soprattutto per le donne.

Abbiamo visto la solidarietà delle donne in tutto il mondo. Kobane ha mostrato che il nemico può essere ovunque e contro ad esso la nostra unione è tutto. Kobane è stata una fonte di rivoluzione,

una fonte di forza per le donne, l’inizio di un futuro libero. Dopo Kobane molte donne hanno deciso di prendere parte alle YPJ dall’Europa, dagli Stati Uniti, dai paesi arabi e da altri posti. Molte compagne sono venute nelle YPJ ispirate dalla resistenza di Kobane.

YPJ è memoria della società democratica .

Vediamo immagini di donne bellissime con il fucile in mano.

YPJ non è solo questo, è memoria della società oppressa che si libera e lotta.

Se non guardiamo in questo modo le YPJ, è impossibile capirne il significato.

La lotta armata è solo una parte delle YPJ.

Se non siamo libere, cosa ce ne facciamo del nostro corpo?

Le donne sanno bene cosa è successo a Shingal, ricordano le torture e le umiliazioni.

La memoria delle donne è indelebile e noi non lasceremo che nè ISIS, né nessun altro ci riporti ad uno stato di schiavitù.

E’ proprio per questo che la vittoria contro ISIS è il nostro riscatto, la nostra rivincita contro una società schiavista e patriarcale; ciò ci ha inoltre permesso di ricevere la fiducia delle persone in quanto organizzazione autonoma di donne.

YPJ ha giocato un ruolo fondamentale anche ad Afrin, le donne si sono messe in prima persona a proteggere la popolazione; non abbiamo mai fatto un passo indietro.

Un grande esempio di resistenza è stato quello della compagna Avesta Xabur, che si è sacrificata per distruggere i carri armati del nemico. Queste azioni non devono essere lette solo in termini militari, ma anche come una radicale presa di posizione delle donne.

Il nemico gioca con i corpi delle nostre compagne martiri; rapendole, umiliandole, tagliandoli i seni, credendo di poterli scalfire davvero, invece li rendono solo più belli e più significativi.

La Turchia supporta, addestra, educa e rifornisce le forze dell’ISIS, questo è sotto gli occhi di tutti ed è stato ampiamente testimoniato da noi in diverse forme. Gli stati, però, continuano a voltare lo sguardo altrove per poter continuare ad usufruire dei benefici dati dagli accordi con il governo turco.

Per noi fra ISIS e soldati turchi, non c’è differenza.

La Turchia ci attacca, occupa i nostri territori, uccide la nostra gente. Distrugge le nostre vite, così come taglia gli alberi. Che differenza c’è quindi con l’ISIS?

L’unica differenza è che essendo la Turchia uno Stato, il mondo resta in silenzio.

Ma noi non permetteremo mai che la Turchia rimanga tranquillamente ad Afrin, non permetteremo che altre donne e uomini vengano oppressi e uccisi, che si insegni il turco alle bambine e ai bambini nelle scuole, non permetteremo mai che si taglino altri ulivi, non faremo mai un passo indietro, mai.

Abbiamo mostrato a tutti cos’è la resistenza, che cosa significa lottare e mantenere libero il sistema confederale. Abbiamo mostrato che un sistema delle donne è possibile.

Questo è il significato più grande della resistenza a Kobane.

Abbiamo ridato speranza.

Abbiamo dimostrato che è possibile.”

Serkeftin

Brigata Maddalena

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