La nostra rivoluzione

Come vediamo il nostro mondo? Quale è la nostra realtà? Il desiderio di cambiare il mondo è solo il sogno naif di una bambina o un bambino? Possiamo farlo da sol*? Cosa possiamo cambiare noi, come persone, della crudeltà del mondo? Qual’ è il nostro ruolo individuale? È forse troppo tardi? L’umanità in generale è capace di sopravvivere senza un sistema di governo oppressivo? Perché ci riguarda ciò che succede alle persone intorno a noi, o anche e soprattutto alle persone in luoghi lontani da noi? È nostra responsabilità rendere i loro problemi i nostri problemi? Cosa significa: “Io”, “Noi”, o “gli altri”? Esiste “il Male” responsabile di tutte le malvagità del mondo?

Queste domande incombenti diventano certamente importanti, quando vogliamo capire come porre fine alla catastrofe del cambiamento climatico, ai genocidi, alla schiavitù, ai fascismi e alla guerra. Sembra che stiamo scivolando sempre più profondamente nei problemi. Come uscirne è una questione, a cui tutte le rivoluzioni nel passato hanno cercato di dare risposta, mentre i rivoluzionari di oggi cercano di farlo nel presente.

Dobbiamo ammettere, che in passato abbiamo fatto errori.

Noi, nel senso di umanità, ovvero quante e quanti hanno cercato sin dalla costituzione dello Zigurat, una via di fuga dall’oppressione, dal potere e dalla schiavitù in cui ci siamo catapultate/i.

Abbiamo provato molte strade e il concetto è diventato sempre più complesso. Al suo apice ci siamo trovate/i nella tirannia del socialismo reale; oggigiorno, sembra assurdo costruire una istituzione tanto intrinsecamente oppressiva, così lontana dalla libertà e pensare che possa portare la liberazione. Questa idea è esattamente ciò che le cosiddette democrazie parlamentari usano come scusa, a cui ancora alcuni riformisti rimangono incollati, invece di chiudere quel capitolo per sempre con la nota: questo non può funzionare perché il problema di un sistema oppressivo, è il sistema oppressivo in sé.

È comprensibile che noi -che siamo stati costretti ad assumere un’identità posticcia, lontana da qualsiasi cosa possa essere chiamata naturale- abbiamo bisogno di tempo e di un’intensa ricerca per abbandonare l’ arroganza che ci spinge a chiamare noi stesse/i sviluppati, civilizzati e affrontare il problema alla radice.

Quando studiamo la visione di Thomas More Dell’ “Utopia” di cinquecento anni fa, vediamo già il desiderio profondo di una società più egualitaria e alcune buone idee, ma il suo pensiero è ancora attraversato pesantemente da una mentalità patriarcale, di sfruttamento e gerarchica. Il risultato di questo è ovviamente l’idea che la donna serve l’uomo, il bambino serve l’adulto, lo schiavo serve tutti e gli animali sono proprietà privata, con i quali gli esseri umani possono fare praticamente ciò che vogliono, solo perché possono.

Ma abbiamo imparato.

Étienne de la Boétie, poco tempo dopo, ha messo in discussione la “servitù volontaria”, l’intuizione che un tiranno non è capace di opprimere un popolo completamente, senza che le persone lo aiutino e lo accettino. La Boétie chiama ad una resistenza collettiva. E questo fu un grande inizio, ma non sufficiente per creare una coscienza profonda, per creare una reale alternativa.

Hanna Arendt ha espresso, a partire dal genocidio e gli assassini causati dal nazismo, la necessità che gli individui prendano responsabilità di tutto ciò che fanno e anche di ciò che non fanno.

La “ Banalità del male” lo spegnimento istituzionalizzato delle nostre responsabilità quotidiane, è di fatto la base dell’oppressione. Questo punto deve essere compreso per non cadere nella trappola della servitù e diventare gli aiutanti di ogni approccio oppressivo, o anche semplicemente accettarlo senza reagire con tutta la resistenza necessaria.

Comprendere, che siamo noi i responsabili delle nostre azioni, è irriconciliabile con l’accettazione di un governo centrale.

Non solo questo: accettare lo sfruttamento e l’ingiustizia ovunque nel mondo è, in breve, incompatibile con la lotta contro la servitù volontaria.

Avremmo dovuto cominciare a questo punto. Sfortunatamente, spesso facciamo l’errore di personalizzare il nostro nemico. È più facile che cominciare da noi stesse/i. E così abbiamo spesso fatto: Il proletariato contro i rappresentanti della borghesia, la massa comunista contro l’individuo, o gli individualisti prodotti dal capitalismo contro la società. La “propaganda degli atti” è solo un esempio di molti. Questa è una buona idea, mostra attraverso le azioni, che le egemonie non sono onnipotenti e possono essere sconfitte. Noi come persone abbiamo la possibilità di potenziarci e distruggere o attaccare le strutture del potere, e facendolo, ispirare il pensiero e le azioni dei rivoluzionari futuri. Certamente questa è una parte importante della rivoluzione, ma incentrarsi solo su questo aspetto, porta, e così è stato sfortunatamente, ad un vuoto.

Questa costruzione riduttiva e dicotomica fu perpetrata da diversi gruppi: quelli che beneficiavano della divisione fra le persone, la società stessa e i rivoluzionari, anche se principalmente dai primi.

Questo gruppo ha due motivazioni per fare questo: o perché si trovano in una situazione di precarietà che rende necessario trovare un escamotage per distrarre dalla situazione generale (ad esempio rappresentanti di stato che vedono la tensione e indicano il rifugiato) o perché pensano sia nel loro interesse, finendo poi schiavi della loro stessa avidità.

La società fa la sua parte per perpetrare questa situazione, anche se spesso non volontariamente. La società riproduce ciò che ha imparato, non solo obbedire e comandare, ma anche la divisione delle persone. È diventato un sistema che funziona da sé, che produce costantemente con questa mentalità nuove generazioni di servi e governanti, e continuamente divide le persone. Certamente è nell’interesse delle egemonie esistenti mantenere saldo questo processo.

Le rivoluzionarie e i rivoluzionari stessi hanno fatto questo fallendo sia nell’arrivare alla radice del problema -o perlomeno non sono stati in grado di articolarlo in maniera efficace- sia utilizzando un momento di tensione per scagliare una massa arrabbiata a cominciare una insurrezione. Questa tattica da sola non ha mai funzionato in passato per una semplice ragione: nel successivo vuoto di potere, le persone che avevano imparato solamente ad essere “gerarchiche” avrebbero costruito un nuovo sistema oppressivo; perché l’insurrezione non era guidata da un cambiamento della mentalità. Questo è accaduto anche in un passato più recente.

Più precisamente: un insurrezione deve essere iniziata con il desiderio delle persone di cambiare entrambi il sistema politico -con la totale distruzione del vecchio e la creazione di uno nuovo con una base completamente diversa- e la società. Uno non funziona senza l’altro. l’uno non viene prima o è causa dell’altro. Devono avvenire l’uno con l’altro. La semplice verità è: il nuovo sistema fatto dagli esseri umani sarà così come sono gli esseri umani.

Ogni atto rivoluzionario è un processo di apprendimento per ognuno di noi per cambiare noi stessi e il nostro ambiente.
Lentamente e attraverso ogni errore commesso, si è cristallizzata l’intuizione che, accanto allo studio consapevole della storia umana, alla comprensione dell’ascesa e dell’affermarsi dello sfruttamento, dello spiegamento politico e socio-storico, ci sono altri bisogni: in definitiva la sincera e veritiera auto riflessione nella quale noi – accanto all’analisi fondamentale di ciò che non vogliamo più e che vogliamo evitare in futuro – siamo arrivati finalmente al punto in cui dobbiamo chiederci: cosa vogliamo in alternativa?
E la risposta, il punto minimo su cui tutti possiamo essere d’accordo, è semplice: tutt* vogliamo vivere! E vogliamo vivere davvero, non solo sopravvivere!

Ciò significa che invece di concentrarci sulla personalizzazione del nemico in diverse forme di sciovinismo, dovremmo stabilire un movimento mondiale per l’umanità basato sulla libertà e guidato dall’idea che: gli umani aiutano gli umani invece di qualsiasi sistema oppressivo, non importa dove; non importa con quale colore, quale etnia, quale spiritualità, quale genere con cui ci identifichiamo. Il problema è che oggigiorno siamo costretti a categorizzare tutto e alla gente sembra di essere manchevoli se non riescono a creare un’identità specifica e chiusa, mettendosi in scatole e, questo il punto problematico, lasciando gli altri fuori .
Questo strumento, per dividerci gli uni dagli altri, è spesso usato e persino sviluppato dal capitalismo e dagli stati per creare uno stato patriottico e nazionalista e la guerra tra le persone per garantire la lealtà allo stato invece che agli altri esseri umani. Ma tutte queste categorie sono create. Possiamo celebrare le diversità come ricchezza dell’umanità senza odio, invidia, gelosia e sciovinismo. E gli esseri umani lo fanno. Con ogni atto lo fanno, ci battiamo contro il muro duro, che il sistema costruisce tra noi, causando crepe all’interno, rendendolo poroso…

Non siamo lupi mannari e non abbiamo bisogno di uno Stato che ci incateni. Quello che abbiamo bisogno è creare insieme, una società che sia basata sul rispetto mutuo, l’auto-iniziativa il senso di (auto)responsabilità, discorsi costruttivi, aspirazione ad apprendere, solidarietà e comunità al posto della paura e dei suoi figli: gelosia, razzismo, odio e molti altri.

Così come la bellezza di ciascuna donna diventa visibile quando mette giù la maschera e comincia a lottare, così la bellezza di una vita comune fra le persone può diventare vera quando riguarda l’essere umano stesso, non il colore della pelle, la proprietà privata, la carriera o la posizione di potere.

Tutto ciò che è stato detto, quando creiamo una società come descritta sopra, sarebbe inutile se avessimo tagliato i rami sui quali siamo sedute/i. Distruggeremmo la madre terra.

Continuare a trattarla come niente più che una proprietà privata, sfruttarla e ucciderla, significa la nostra stessa morte, non importa come ci comportiamo gli uni con gli altri.

Lei può vivere molto bene senza di noi, ma noi non possiamo vivere senza di lei.

Questo rende indispensabile un cambiamento fondamentale nel nostro consumismo, nella nostra coscienza rispetto al nostro intero pianeta. Ma non si tratta solo di sopravvivere.

L’uomo picchia la donna, che picchia il bambino, che picchia il cane, la domanda che possiamo collegare a questa metafora è, dove comincia l’oppressione? Dove sono le radici dell’asservimento fra gli esseri umani? Dobbiamo rifiutare la mentalità gerarchica instillata in noi e con il tempo ritornare a una relazione con la natura nella quale impariamo a trattare ogni essere vivente con rispetto.

Niente di ciò che è stato scritto sopra è nuovo. È solo un piccolo pezzo delle illuminazioni rivoluzionarie che sono state acquisite con il processo a lungo termine della nostra rivoluzione.

E al di là di tutte queste intuizioni, abbiamo bisogno un sistema politico, un modo di organizzare la società, che sia in accordo con la nuova società che vogliamo creare.

Ciò che le società naturali hanno sviluppato da sempre e che ora diventa parte di un nuovo concetto rivoluzionario di un organizzazione senza stato, in tutto il mondo è la costituzione di un sistema confederale di comunità autonome.

Queste comunità possono organizzare se stesse e costruire la propria vita nel modo che vogliono e di cui hanno bisogno.

L’idea base deve essere sviluppata e ogni luogo deve farlo per se stesso, in base alle circostanze degli specifici bisogni e alla cultura.

E’ logico che più le decisioni sono centralizzate, meno la partecipazione di coloro che sono colpite/i da queste decisioni è possibile.

In un sistema decentrato le persone possono partecipare di più ed essere coscienti dei bisogni e dei desideri degli altri e delle altre, anche di altri gruppi, comuni, quartieri e villaggi. E inoltre il consenso è spesso possibile, il che significa cercare la migliore soluzione per tutte e tutti quando è necessario un processo decisionale.

Le decisioni in sintesi sono quindi fatte da e per tutte le persone, non da e per pochi o dalla maggioranza. Questo il più semplice motivo del perché la democrazia non può funzionare in un sistema centralizzato.
La democrazia di stato è una contraddizione di termini e mettere insieme queste parole non è molto diverso dal cinismo di coloro che possiedono non solo quelli di noi sotto la loro tirannia, ma addirittura influenzano con le loro decisioni le persone che non hanno mai la possibilità di dire che non sono d’accordo, in tutto il mondo.

Due esempi viventi sono già famosi:
Gli zapatisti sono nel processo di creare e sviluppare le basi democratiche a cui gli indigeni del Messico non hanno mai voluto rinunciare perché era il loro stile di vita naturale.
Abdullah Öcalan ha elaborato l’idea del con federalismo democratico come strumento per i kurdi e gli altri popoli del posto, per arrivare a una società libera sotto forma di una “nazione democratica”, espressione che definisce totalmente nuova. Ha sviluppato questo approccio nel contesto della complessa situazione di conflitto del Medio Oriente e del terrorismo in Turchia con un’analisi approfondita della storia del genere umano locale, degli interessi degli stati nazione capitalisti e soprattutto ponendo il ruolo speciale e fondamentale delle donne nella liberazione della società in tutto il mondo. Questi non sono affatto gli unici esempi, ma per ora sono i più conosciuti e sviluppati.

Ogni giorno, in cui iniziamo con nuovi progetti, costruiamo nuove strutture e facciamo nuovi errori dai quali dobbiamo imparare costantemente, ogni volta, quando vediamo le contraddizioni e quando la teoria si scontra con la realtà e troviamo soluzioni, o quando ci troviamo di fronte a problemi che non ci aspettavamo e li gestiamo, passo dopo passo, ci avviciniamo a ciò che vogliamo.

Ora è necessario discutere la resistenza del nemico contro un tale sviluppo. Più persone sono coinvolte nel processo di eliminazione di quel sistema, più coloro che vogliono mantenerlo sono nella posizione di rinunciare o trovare modi per distruggere la nostra rivoluzione. Non è una domanda molto difficile in che modo decideranno di procedere.
E possiamo vedere come il sistema reagisce in tutto il mondo alle insurrezioni o anche solo alla possibilità di un insurrezione.
L’apparato di oppressione si espande, le leggi cambiano, i concetti come USECT vengono creati, più armi dai cosiddetti “stati democratici” vengono inviate per abbattere le insurrezioni in altri luoghi. L’esempio più famoso è il lavoro manuale tra gli Stati (NATO) (qui in particolare, va nominato, l’impegno della Germania) e la Turchia con i loro interessi individuali.
Già per questo motivo dobbiamo stare insieme. Il supporto tra le persone è un atto di autodifesa.
Oltre ai fatti storici di come il popolo curdo si è trovato sotto una forte oppressione, come possiamo ignorare che oggi sono le bombe di casa nostra, che piovono sulle teste delle famiglie curde? I carri armati dei nostri posti, che distruggono le loro case e la nostra accettazione, rendono possibile quell’alleanza assassina? La nostra servitù volontaria.
Quindi, ovviamente, ogni rivolta per la libertà è anche la nostra rivolta e quindi ogni atto di massacro, genocidio e terrore da parte dell’alleanza dei nemici contro la rivolta è un attacco a ciascuna e ciascuno di noi. E non solo: ogni tentativo di sfruttamento e asservimento in qualsiasi parte del mondo è un attacco a ciascuna e ciascuno di noi in quanto esseri umani!

Ci sono tanti modi in cui possiamo sostenerci a vicenda, imparare e ispirarci le une con gli altri, come possiamo lavorare sulla nostra iniziativa personale e su come possiamo fare rete. Questo, e la lotta fisica che è, purtroppo, a volte necessaria, spalla a spalla con le nostre amiche e i nostri amici, è parte della nostra autodifesa. Non dovrebbe importare dove; non dovrebbe importare quanto possa essere difficile. Nel Kurdistan vediamo quanto lontano è pronto il nemico; non c’è dubbio che sono assolutamente decisi sul voler finire questa rivoluzione e inondare il suolo del Kurdistan con il nostro sangue.
Se ponessimo un punto di sofferenza o di paura al quale ci arrenderemmo, non significherebbe nient’altro che dare al sistema una linea che devono solo attraversare per abbatterci. Qui, di sicuro, non succederà mai.
Più forte noi, in quanto umani liberi in tutto il mondo, comprendiamo il nostro obiettivo comune, più deboli gli stati e il sistema in generale diventano – dentro confini costruiti e anche molto oltre.

La nostra rivoluzione collettiva, colorata e creativa è ciò che possiamo mettere contro il nazionalismo oppresso, il fascismo, il patriarcato e il capitalismo con speranza, coraggio e determinazione! “Un altro mondo è possibile”. quando ci rendiamo conto che, alla fine, tutte le analisi complicate si riducono al più semplice e antico principio dell’anarchismo: nessuna e nessuno è libera/o finché non siamo tutte e tutti liberi! Çi bibe, bila bibe ….

Jin jiyan azadi! Berxwerdan jiyan e!

Elefteriya Hambi and Güneş

(articolo ricevuto da YPJ international)

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