La femminilizzazione delle politiche curde: l’analisi sociologica di una guerrigliera

Per la società curda e per le donne curde, la quarantennale lotta che è stata guidata dal movimento per la libertà curdo e della sua leadership, porta il significato di una rinascita. Il nostro leader Abdullah Öcalan l’ha ridefinito “rinascimento curdo”.

Con l’emergere del PKK, le genti del Kurdistan hanno vissuto un risveglio in un nuovo giorno. Scricchiolando attraverso il cemento delle loro tombe, hanno iniziato a tessere una nuova vita. Nei quarant’anni trascorsi da allora, in Kurdistan, nulla è rimasto al suo vecchio posto. Ogni aspetto della vita e le sue dimensioni sociali e politiche sono diventati soggetti a processi di cambiamento e trasformazione dalle fondamenta.

Il popolo curdo è entrato nel XX secolo, un’era della statalizzazione delle nazioni e del dominio del mondo da parte degli Stati-nazione, come un popolo che è stato negato, diviso e privato di identità e casa, affrontando l’annientamento dalla storia. Sebbene possedesse tutte le caratteristiche che altrimenti l’avrebbero qualificato come nazione, per essere riconosciuto e accettato come una nazione nel sistema mondiale egemonico bisognava che diventasse uno Stato, e il popolo curdo non ci era riuscito. A quel tempo, o le nazioni possedevano uno Stato o le nazioni erano create dagli Stati. In realtà, i curdi parteciparono alla prima guerra mondiale e alle guerre di liberazione dopo il crollo dell’Impero ottomano come se fossero state le loro guerre. Nonostante abbia svolto un ruolo cruciale nella liberazione e formazione di quella che è diventata la Repubblica turca, il popolo curdo si è trovato in un costante stato di rivolta e insurrezione da allora, dopo aver sperimentato l’ingiustizia e la negazione.

Le rivolte curde furono accolte da un genocidio fisico e culturale. Mentre alcuni capi tribù sono stati giustiziati, altri sono stati deportati in aree in cui non parlavano nemmeno la lingua, come politica di assimilazione forzata e annientamento storico. Questo durò nel Kurdistan settentrionale fino a quando Abdullah Öcalan e i suoi amici lanciarono una nuova era.

La “guerra dell’esistenza”

Il periodo di transizione da un’era curda prima del PKK a una con il PKK portò con sé immensi sconvolgimenti politici, che portarono a una grande guerra di legittima autodifesa. Questa era una “guerra per raggiungere l’esistenza”, una guerra per “ricreare se stess*”. Lo Stato opprimente vide l’emergere del PKK sotto la stessa luce di tutte le altre ribellioni curde del secolo e quindi cercò di finirlo con la repressione, la violenza e il massacro. Il PKK ha tuttavia mantenuto forti principi ideologico-politici e intellettuali-filosofici. Il motivo per cui uno Stato membro della NATO, come lo Stato colonizzatore turco, non è stato in grado di sconfiggere il PKK nonostante tutti i tipi di politiche di negazione e annientamento è da collegare ai principi ideologico-politici e intellettuali-filosofici del PKK. Per quanto solida sia questa base, ha sempre permesso a se stessa di essere aperta e flessibile al cambiamento e alla trasformazione, rafforzata dalla capacità di impegnarsi in critiche profonde e autocritica. In questo senso, per il popolo curdo, l’età del PKK ha portato periodi difficili di intensa guerra da una parte e momenti creativi e fruttuosi di riaffermazione della propria esistenza dall’altra. Quindi, il popolo curdo è riuscito a entrare nel 21° secolo attraverso un processo per diventare una “nazione democratica”. Il fatto che non abbia uno Stato non significa che non possa costituire una nazione. Pertanto, è ora possibile vedere l’inizio di un processo di dissoluzione del sistema dello Stato-nazionale e il suo carattere distruttivo. Mentre l’apolidia dei e delle kurd* è considerata uno svantaggio dalla prospettiva che difende lo status quo, questa condizione si trasforma in una situazione favorevole se considerata dal punto di vista del potenziale di trasformazione del 21° secolo. Il popolo curdo ha stabilito le proprie strutture autonome democratiche attraverso le proprie lotte e sforzi nel corso degli anni. Tuttavia, entrando nel nuovo secolo, il popolo curdo conduce ancora una grande e dura lotta per forzare il sistema internazionale egemonico mondiale, e gli Stati in cui è presente, ad accettare le sue conquiste e posizioni politiche. È qui che si posiziona il popolo curdo in base al suo panorama politico.

Il destino politico dei curdi nel nuovo secolo

Il sistema politico che caratterizzerà il XXI secolo deve ancora essere determinato. Nelle attuali circostanze, una terza guerra mondiale ha preso forma per qualche tempo. In questa luce, il destino politico del popolo curdo nel nuovo secolo rimane aperto. Tuttavia, dobbiamo riconoscere questo: le forze che guidano il sistema egemonico mondiale, che in precedenza dividevano i curdi e le curde e li/le hanno res* senza status per tutto il 20° secolo, vedono e discutono i modi in cui i curdi e le curde sono entrat* nel 21° secolo come popolo che non si china e non si fa più condizionare dagli oppressori, ma invece ha resistito per quarant’anni di fronte a tutti i tipi di violenza, senza esitare a sacrificare e con la volontà di combattere per altri quaranta anni, se necessario. Vedendo che il popolo curdo non poteva essere distrutto nonostante i più orrendi tipi di massacri e di politiche genocide del secolo scorso, il sistema sta calcolando quale tipo di ruolo i curdi e le curde dovrebbero svolgere nel 21° secolo. È chiaro che questi poteri non hanno ancora raggiunto un accordo tra loro su questo tema. Tuttavia, era evidente che lasciare i curdi e le curde senza status per un altro secolo avrebbe persino sfidato la logica delle teorie della scienza politica consolidate, senza contare i modi in cui avrebbe interrotto gli equilibri di potere che erano previsti per il 21° secolo. Se dovessimo esprimerlo in poche parole, possiamo dire che il popolo curdo si è emancipato da una realtà di negazione, annientamento e divisione su larga scala, ricreando se stesso in modo innegabilmente forte sotto la guida di Abdullah Öcalan e del PKK, e costituendo un popolo organizzato con la capacità di imporre la propria forza di volontà sul mondo del 21° secolo.

Gli impatti sociologici dell’era del PKK

Uno dei più grandi cambiamenti che gli ultimi 40 anni di lotta hanno evocato, con la leadership del PKK, è una trasformazione sociale parallela a quella politica. Prima dell’inizio della lotta per la libertà, il feudalesimo penetrò molto profondamente nella vita sociale del Kurdistan. Allo stesso modo, la società era sotto l’influenza di dogmi religiosi immutabili. Accanto a questi aspetti, la società era ovviamente oppressa dallo sfruttamento colonialista. Le conseguenze sociologiche e psicologiche di questa situazione furono forse espresse in modo predominante nella formazione della femminilità e della mascolinità in Kurdistan. Da un punto di vista sociale, è possibile parlare di una centralizzazione delle donne nell’era curda del PKK. Mentre le donne sono oppresse in tutto il mondo, le donne del Kurdistan e luoghi simili sono doppiamente sfruttate, costituendo le oppresse tra gli oppressi. Il loro sfruttamento e la loro sottomissione non sono venuti solo per mano dello Stato oppressivo, ma anche dagli stessi uomini della loro nazione oppressa.

L’unica cosa rimasta nelle mani dell’uomo curdo, che era resa senza Stato, potere, identità, cultura, ricchezza o proprietà, era la donna e l’istituzione della famiglia. La sua unica risorsa, la sua unica sfera di potere e influenza era il suo Stato in miniatura. Lo Stato colonizzatore confinò il maschio curdo colonizzato in questa sfera di dominio, lo strinse in una piccola istituzione statale per trovare conforto. L’incapacità dell’uomo curdo di costituire una forza organizzata di lotta contro lo Stato egemonico e il potere centralista lo portò ad affermare il suo potere nell’ambito designato delle donne e della famiglia. La realtà degli uomini curdi era pietosa. Avendo perso tutto ciò che ha mai avuto, divorziato dalla sua organizzazione sociale e dall’istituzione, reso incapace di amministrare i suoi affari, costretto sotto il dominio di un altro, e al punto di perdere persino la sua lingua e identità, c’erano due modi in cui avrebbe potuto sfociare la situazione: o opponendosi alle strutture statali del colonizzatore e ai loro centri di potere, e questo avrebbe richiesto una resistenza organizzata, o arrendendosi alla sua sottomissione, e in questo modo avrebbe accettato il suo destino e avrebbe continuato la sua esistenza fisica in uno stato di schiavitù. In effetti, anche le condizioni per questo non esistevano più. Quindi, negando se stessi, soddisfacendo se stessi con altre identità diverse dalla propria, molti hanno cercato di proteggere la loro esistenza fisica. Questa è una delle ragioni per cui i cosiddetti delitti d’onore sono aumentati in quei periodi in Kurdistan. Questa realtà vissuta è altamente indicativa della situazione spirituale e psicologica dell’uomo curdo colonizzato, che si è chinato al suo destino.

Il prezzo della femminilità “mercificata”

Le realtà sociali della donna curda possono essere descritte al meglio come le condizioni “peggiori delle peggiori”. Si trovò in una situazione di sofferenza da ogni sorta di violenza di una realtà maschile che era stata privata di tutto. Diventò la vittima di un uomo represso, brutalizzato, annientato e della sua violenta rabbia in eccesso. Questo tipo di uomo, che di fronte allo Stato non era in grado di fare altro che sedersi obbediente, con la testa china e le mani in grembo, ha imparato a compensare il suo ridicolo stato scaricando la sua rabbia abusando delle donne. Ha calmato la sua brama di potere costruendo la sua mascolinità sulle spalle delle donne che aveva addomesticato. La donna fu così messa in uno stato di perenne crisi. Come donne di un popolo oppresso senza patria, spesso non avevano altra scelta che arrendersi a come stavano le cose. Durante le ribellioni, erano semplicemente le donne degli uomini ribelli, ma non era in grado di mettere assieme le coscienze od organizzare il potere per trovare una posizione autodeterminata di donne. Che lo accettassero o meno, servire uomini, dare alla luce figli e crescere una famiglia era diventato il loro scopo nella vita. Vivere sotto l’influenza religiosa, il dominio feudale, far nascere molti bambini, specialmente maschi, era diventato un criterio importante per le donne curde per ottenere rispetto nella società. Pertanto, le donne in Kurdistan sono sempre state viste attraverso il ruolo loro assegnato di macchine per fare figli. Poiché le ragazze erano viste come proprietà da acquistare e vendere, diventava più redditizio avere figli maschi. Con le decisioni dei loro padri, le ragazze venivano trasferite da proprietà dei loro padri a risorsa per i loro mariti. Gli uomini in realtà misero dei prezzi sulle ragazze, che trattarono come transazioni di proprietà. Il prezzo della sposa presentava quindi il valore finanziario espresso della donna mercificata e oggettivata.

Le donne costituiscono la dinamica fondamentale della lotta del PKK

Fin dalla sua fondazione, il PKK considerava la donna una dinamica fondamentale di lotta e creava le condizioni per farla partecipare il prima linea alla lotta. Mentre negli anni ’90 la lotta assumeva un carattere sempre più popolare, le trasformazioni sociali di tipo rivoluzionario cominciarono a svilupparsi. Le donne curde abbracciano veramente Öcalan e il suo partito con tutto il cuore, vedendoli come la garanzia della libertà. Videro il movimento come la sola piattaforma per rendersi libere, oltre i limiti oppressivi imposti dalla famiglia e dalla società. Così, dagli anni ’90 in poi, le donne curde si sono unite al PKK in massa.

Per la prima volta, la donna respinse apertamente la dominazione maschile in Kurdistan. Stava lasciando tutte le tradizionali istituzioni sociali sessiste che erano state costruite sul potere patriarcale e così si stava sollevando contro il suo destino millenario, affrontando la morte lungo la strada. Dopotutto, non aveva nulla da perdere se non la sua schiavitù. Puntò la sua arma contro tutte le forme di schiavitù e dominazione, superò le paure e dimostrò il coraggio di marciare verso una guerra militare, ideologica e culturale. Ha iniziato a dedicarsi a tutto il lavoro che si diceva fosse “lavoro non femminile”, “inadatto alle donne” e “impossibile per le donne”. Dopo aver sparato il primo proiettile ed essersi confrontata con la morte, iniziò ad abbracciare il calore delle utopie nel suo cuore. Ogni proiettile è stato sparato prima alle sue stesse paure e poi all’arretratezza che era stata imposta alla sua vita e al suo essere. Ha imparato a combattere su tutti i fronti e a creare una nuova vita sotto l’assedio della morte, ha fatto tutto il possibile per consentire la possibilità di respirare liberamente tra la vita e la morte. Di fatto, incontrò il proprio potere e imparò a fare affidamento sul proprio potere per alzarsi in piedi. Vedendo che tutti gli “impossibili” che le erano stati insegnati non erano altro che bugie e inganni, li vedeva facilmente trasformarsi in “possibili”, superando così le difficoltà e adattandosi alla forza. Trovò le risposte ai grandi “e se…” dentro di lei cercando e vivendo le sue stesse risposte. Lasciando lo stato di “proprietà” o “onore” di qualcun altro, stava imparando a essere il suo “sé”. Con il tempo, ha sviluppato il suo potere di pensare ed esistere per se stessa. È stato uno straordinario processo di “diventare sé”. Questa guerra di “esseri consapevoli”, per liberarsi dalle dipendenze interiorizzate è stata una lotta difficile. Affrontare la difficoltà di affermare se stesse era un affare piuttosto curioso, che era accompagnato da grandi e profondi sconvolgimenti spirituali, emotivi e mentali. Le rivoluzioni politiche, intellettuali ed emotive andarono di pari passo.

Risorgendo dalle loro ceneri

Con la guida delle donne, la realizzazione dell’opzione dell’umanità libera e della vita libera divenne sempre più fattibile. La l’area geografica del Kurdistan in un certo senso ha funzionato come un grande laboratorio per le donne per testare tutte le loro “prime” e per trasformarle in rispettive verità. Non prendevano e sceglievano “bellezze e verità” già fatte per se stesse da altrove. Piuttosto, creavano questi valori direttamente attraverso le loro esperienze. Ciò a sua volta ha contribuito in modo cruciale alla propria stessa conoscenza. Di conseguenza, venne a mettere in discussione la nozione positivista della scienza che era protetta da mentalità dominate dagli uomini. Le loro indagini sperimentali conclusero obiettivamente la necessità di sfidare i “grandi pensatori maschili” del mondo.

Parallelamente al proprio processo di riflessione in cui si ponevano domande, le donne hanno aperto la strada a un notevole cambiamento qualitativo e al processo di trasformazione nella società curda, quando hanno iniziato a costituire una forza organizzata nel PKK. Hanno messo in discussione e sfidato le nozioni di proprietà e dominio che l’uomo curdo aveva affermato da tempo sulle donne. Fu avviato un processo che richiedeva seriamente agli uomini delle risposte. Condussero serie guerre di genere e lotte contro uomini conservatori e con mentalità arretrata, che non consideravano con rispetto i loro sforzi. Durante la lotta contro la mascolinità arretrata, hanno nello stesso percorso messo in discussione i propri tratti tradizionali arretrati. In questo modo, lanciarono una seria guerra contro i sistemi maschili millenari e le loro stesse mentalità da schiave, che il sistema patriarcale aveva reso visibili nelle menti, nelle emozioni e nelle personalità delle donne. Nella misura in cui hanno lottato contro l’arretratezza dentro se stesse e all’interno degli uomini, sono riuscite a ricostruirsi e ricreare se stesse sulla base dei propri standard di libertà. Nelle parole della nostra compagna martire Sema Yüce, “come una fenice, si sono ricreate dalle loro stesse ceneri”.

Come una donna co-fondatrice del PKK, che ha continuato a partecipare alla lotta del movimento fino a quando non è stata brutalmente assassinata a Parigi, la compagna Sakine Cansız è stata una di coloro che hanno dato dinamicità allo sviluppo del movimento di liberazione delle donne basato su basi ideologiche, filosofiche e scientifiche. L’epica resistenza della compagna Sakine contro la brutalità e l’infame sistema di tortura durante la sua detenzione a seguito del colpo militare del 1980, la sua posizione retta e piena di volontà, rivelò lo spirito di lotta, la potenziale forza di volontà e la capacità di resistenza delle donne e generò grande fiducia nel potere delle donne. Il periodo di lotte delle rivolte popolari (serhildan in curdo) si è sviluppato nella persona di Berîvan (Bınevş Agal). Il profondo rispetto e ammirazione che il popolo di Botan sentiva nei confronti della compagna Berivan, grazie ai suoi sforzi, aprì la strada alla rivoluzione popolare. Questo è stato un intervento radicale nelle ansie, di origine feudale, della regione di Botan nei confronti del PKK, soprattutto in termini di atteggiamenti nei confronti delle donne. Berîvan ha personificato il cambiamento nella mentalità sociale con la sua personalità e le sue azioni per la liberazione della donna. Questo portò avanti uno spirito patriottico tra le donne, che a sua volta divenne un centro di attrazione per la divulgazione e la socializzazione del nostro movimento.

I principi della liberazione delle donne

L’atteggiamento della compagna Berîtan (Gülnaz Karataş) ha raggiunto la qualità e il valore di un principio per il movimento per la libertà delle donne. Il suo nome è associato alla posizione ostinata della donna contro ogni tipo di resa, tradimento e sconfitta, una femminilità che non si lascia trasportare e non collabora con l’oppressore, ma resiste alla morte. L’approccio alla vita della nostra compagna di solidi principi, quando si gettò dalle rocce di Lelîkan per non cadere nelle mani dei nemici che la stavano assediando, mostrò che una persona che porta dentro di sé lo spirito di libertà non sarà mai sottomessa a nessuna entità straniera, che nulla può ostacolare il coraggio delle donne nel loro cammino verso una vita libera. Berîtan è arrivata, con la sua stessa personalità, a schierarsi per la creazione e la moltiplicazione da parte delle donne dei principi di libertà. Ella divenne la linea del “liberarsi lottando, diventare bella liberandosi, ed essere amata diventando bella”. Berîtan divenne la filosofia fondante della lotta di liberazione delle donne. La compagna Zeynep Kınacı (Zîlan) è diventata una rappresentazione e un simbolo della creatività e della magnificenza della nostra lotta in corso. Con la sua incredibile azione, ha fatto esplodere le menti di entrambi, donne e uomini, perché ha dimostrato che la donna, a cui altrimenti viene insegnato ad aggrapparsi alla debolezza, possiede in realtà un immenso potenziale di potere dentro di lei. Proprio come nella sua azione, aveva espresso i suoi pensieri, le sue esperienze e le sue azioni in un’articolazione sistematica. Abbiamo preso le sue parole come un “manifesto”. È arrivata a simboleggiare l’amore delle donne per la vita diventando uno spirito sacrificale della lotta di liberazione delle donne. Ha trasformato la pratica di amare la vita così tanto da essere disposta a morire per essa in una filosofia.

Migliaia di altre donne sublimi hanno seguito un percorso con gli stessi valori, che ha dimostrato la loro coscienza, fede e posizione come donne rivoluzionarie. Donne come Şilan, Viyan, Arin Mirxan e Rêvan. Donne giustiziate nelle prigioni iraniane come Şirin Elemhuli, giovani rivoluzionarie turche, che si uniscono alle montagne come Destan Yörük (Ayse Deniz Karacagil), combattenti internazionaliste della libertà, che combattono a fianco di tutt* gli/le oppress* come l’internazionalista tedesca Ronahî (Andrea Wolf). I molti come Delal, Berçem, Nalin, Gülnaz, Hêlin, Azê, Şevîn, Nujîn, Nûdem, Jinda, Nujiyan, Deniz, Jindar e Medya. Queste belle donne e tutte le altre donne, che si sono impegnate in questa vita con amore e dedizione, sono entrate nella nostra storia come individui meravigliosi, che hanno dato la loro vita sulla via della creazione dell’identità della donna libera. Ognuna di loro aveva l’incrollabile convinzione che le donne del mondo avrebbero raggiunto un giorno la loro identità di donne libere.

Le tendenze alla libertà che si sviluppano tra le donne curde

L’era del PKK ha determinato un grande processo di cambiamento e trasformazione in tutte le sfere della vita sociale del Kurdistan, con implicazioni per lo sviluppo delle nozioni di donne libere, uomini liberi e società libera. Oggi, la posizione delle donne nella lotta per la libertà del Kurdistan e nella società curda costituisce una forza animatrice e trainante. Questo potente spirito di lotta ha sviluppato tendenze a favore della libertà tra le donne curde e ha trovato diverse forme organizzative o istituzionali in diverse parti del Kurdistan. La fonte di nutrimento per le strutture che sono venute a incarnare lo spirito libero di queste donne in Kurdistan e in altri luoghi in cui vive il popolo curdo, è il nostro compagno Abdullah Öcalan. Con le tesi sulla libertà che ha sviluppato, ha aiutato a illuminare il cammino delle donne verso la liberazione. Ha permesso alle donne di essere padrone del potere e in grado di combattere ogni tipo di difficoltà nella lotta. Sotto nomi importanti come ideologia della liberazione delle donna, teoria della separazione, divorzio totale, vita libera assieme, trasformazione del maschio, le sue tesi sulla libertà sono state tutte assieme contributi per aiutare a risolvere il problema della libertà delle donne in tutto il mondo. Soprattutto l’idea di “jineoloji”, che lui ha proposto come scienza delle donne, è una questione che non riguarda solo le donne curde o le donne nella regione, ma le donne di tutto il mondo.

Nel giro di quarant’anni, la nostra lotta per la libertà ha raggiunto livelli notevoli negli ambiti della politica, della società e della liberazione delle donne. In tutti gli aspetti, vengono abbracciati sviluppi rivoluzionari. Dalla realtà di una società colonizzata e marginalizzata, ciò che abbiamo continuato a costruire in 40 anni ha aperto la strada verso lo sviluppo di una delle società più organizzate, laiche, democratiche, ecologiche e per la libertà delle donne in tutto il mondo, attirando così naturalmente l’attenzione internazionale.

Purtroppo, le forze democratiche in tutto il mondo non sono molto potenti al momento. A causa della loro posizione senza sistema, divisa, dispersa e passiva, le forze democratiche esistenti rimangono deboli di fronte alla forza del monopolio capitalista. Non riescono quindi a sviluppare la propria modernità, i propri sistemi di vita. Molti compiti attendono le forze democratiche del mondo per liberarsi da questa situazione. Naturalmente, come movimento, abbiamo alcuni obiettivi a lungo e medio termine in questo senso. Sopra a tutto la nostra strategia è quella di creare l’atmosfera e le condizioni a favore dello sviluppo di una Modernità Democratica e per garantire la partecipazione di tutti i popoli del mondo in questo processo. È infatti possibile indurre un tale processo tra i popoli del Medio Oriente. Contro il mostro dello Stato-nazione, dobbiamo assicurare un risveglio delle qualità etiche e politiche della nostra regione del Medio Oriente, insieme ai popoli con cui coesistiamo, per creare le condizioni e le possibilità per quest’ultimo di organizzarsi e attrezzarsi per partecipare allo sviluppo di una confederazione delle Nazioni democratiche in Medio Oriente. Questo è uno dei nostri obiettivi principali.

Programma di libertà della donna

Oltre agli obiettivi a lungo e medio termine che il nostro movimento prevede, vi sono ulteriori obiettivi a breve termine di vitale importanza. I nostri obiettivi concreti sono: distruggere il sistema di tortura Imrali, porre fine allo stato di ostaggio del nostro leader (Ocalan) e creare condizioni per la sua libertà, e costruire la nazione democratica del Kurdistan o un Kurdistan autonomo democratico (nessuno dei due sono Stati) contro il mostro dello Stato nazionale, de essere riconosciut* dal mondo politico del 21° secolo. Nel regno della lotta delle donne, siamo determinate a sviluppare una scienza delle donne e un programma di liberazione delle donne che aprirà la strada alla libertà per le donne in Medio Oriente e nel mondo. È della massima importanza consentire a tutte le donne con le proprie prospettive di unirsi e incontrarsi in un programma comune di lotta democratica e che porti alla libertà.

I 40 anni che ci siamo lasciati alle spalle come un’era in cui in Kurdistan il PKK ha lasciato un segno importante, hanno abbracciato importanti sviluppi riguardanti il percorso di libertà delle donne e dei popoli. Le dimensioni politiche, intellettuali, filosofiche, paradigmatiche e programmatiche riguardano il destino democratico e che porti alla libertà di tutti i popoli e le donne della regione e del mondo. Il futuro renderà questo ancora più urgente. Le caratteristiche del periodo che stiamo attraversando assomigliano in molti modi ai periodi delle rivoluzioni francese e russa. Come sappiamo, questi processi si sono conclusi con un’era settantennale di realsocialismo. Questa volta però, resistendo attivamente alle carenze e al destino del realsocialismo, sarà possibile costruire un futuro attorno al socialismo democratico.

Nel nostro 40° anniversario, nutriamo grandi aspettative che le donne della nostra regione si uniranno alle donne del mondo e ai loro popoli per seguire e sostenere la nostra lotta per la libertà.

Fonte: https://komun-academy.com/2018/11/16/the-feminization-of-kurdish-politics-a-guerrillas-sociological-analysis/

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