In memoria di due internazionaliste – Uta Schneiderbanger

Uta Schneiderbanger, il cui nome curdo è Nudem, che significa “Tempo Nuovo”, è nata il 20 luglio 1961 a Mühlheim an der Ruhr, in Germania. Fin da giovane è stata attiva in movimenti di sinistra, soprattutto femministi. Uta ha sentito parlare del nuovo movimento di liberazione curdo per la prima volta alla fine degli anni ’70. A partire da quel momento ha sviluppato un legame sempre più forte con la lotta del movimento curdo. Nel 1994 è entrata a far parte del PKK. Era un membro del KONGRA GEL (Congresso del Popolo Curdo, ndt), in cui lavorava nel comitato disciplinare, nello specifico nelle strutture femminili. Il 31 maggio 2005 è morta in un incidente d’auto nel sud del Kurdistan, insieme alla sua amica Ekin Ceren Doğruak, Sehid Amara.

Come molte altre, Uta ha vissuto concretamente l’internazionalismo anti-imperialista. Ha compreso il significato della lotta di liberazione curda e la sua importanza globale, anche nell’ottica di un movimento rivoluzionario in Germania, che non ha mai dimenticato. In un’intervista rilasciata poco prima dell’incidente, parla del suo percorso fra le montagne del Kurdistan, di internazionalismo e del lavoro nel movimento delle donne.

 

Cosa ti ha condotta, in quanto tedesca, nella guerriglia curda? Chi è Uta?

Vengo da una famiglia operaia cattolica. All’inizio ero attiva nella chiesa – negli anni ’70 c’erano circoli molto progressisti persino nella Chiesa Cattolica. Eravamo influenzate soprattutto dalla teologia della liberazione in America Latina. C’erano sacerdoti che si erano uniti alla guerriglia contro l’oligarchia e a favore delle fasce povere della popolazione. Lasciai la chiesa quando quella ufficiale, quella del Papa e del Vaticano, rigettò la teologia della liberazione. A quel punto entrai in un partito comunista. Non ci vedevo una grande differenza. A causa delle dinamiche patriarcali al suo interno, mi separai dal partito con un gruppo di compagne e ci unimmo al movimento anti-imperialista. Si trattava di circoli vicini all’ideologia della RAF. Fin dall’inizio sono stata attiva sia nel movimento femminista che in quello socialista. Militavo in un’organizzazione indipendente di donne, ma, dato che ero convinta della necessità di un cambiamento rivoluzionario nella società nel suo complesso, ero attiva anche in ambienti misti e socialisti. C’era una connessione ideologica e pratica. Comunque ero indipendente dal punto di vista organizzativo.

 

Come hai conosciuto i Curdi e il PKK?

Conobbi i Curdi per la prima volta nel 1977 o 1978; all’epoca facevano parte della sinistra turca, ma parlavano del Kurdistan ed erano informate su tutte le insurrezioni della storia. Facevano riferimento anche a un partito curdo di recente fondazione, e questo suscitò il mio interesse. Mi ricordo bene quelle discussioni. Come femminista, trovavo normale e legittima la necessità, per i Curdi, di un’organizzazione indipendente. Dato che conoscevo bene le strutture patriarcali all’interno dei movimenti socialisti, ero un po’ scettica. Quelli che opprimono le donne opprimono anche le altre persone. Ma questi compagni non mi prendevano sul serio, né mi capivano. Restavo sconvolta quando andavo a fargli visita a casa: compagni così rivoluzionari e progressisti nelle strade, a casa si comportavano in maniera molto diversa. Lì diventavano i pascià.

Negli anni ’80 ho incontrato i primi compagni del PKK. Al tempo lavoravamo insieme soprattutto in occasioni come il Primo Maggio, il 12 settembre, il Newroz e ricorrenze varie, con il PKK e gruppi di sinistra turchi. Quando fu fondata la YJKW (Unione Patriottica delle Donne del Kurdistan), chiedemmo del lavoro autonomo delle donne, che però non cominciò fino al 1987-88. Lavoravamo insieme a queste donne. Fondammo a Berlino un Consiglio internazionale delle donne, di cui facevano parte anche donne curde.

Com’è stato unirti al PKK essendo una donna tedesca?

Nel 1994 partecipai alla conferenza dell’YAJK (Unione Libera delle donne del Kurdistan, ndt) in Europa. Ero molto emozionata. L’atmosfera era completamente diversa rispetto a quello che avevo avuto modo di conoscere negli anni ’70. Ricordavo casalinghe silenziose che non avevano consapevolezza del movimento di liberazione delle donne e visitavano di rado il centro della comunità curda. Ora invece le sentivo molto vicine. Poiché avevo cominciato a studiare il turco nel 1992, ora potevamo discutere di più tra noi e capivo molto di più. Ma mi convinsi definitivamente solo dopo aver letto le memorie difensive di Abdullah Öcalan. Non ebbi alcuna difficoltà a leggere quei libri. Mi sembrò che tutte le contraddizioni della mia vita politica trovassero una risoluzione. Femminismo, socialismo, socialismo reale e democrazia: erano nodi su cui mi ero bloccata e che non riuscivo a sciogliere. Vedevo molte questioni aperte, come la gerarchia, la logica rivoluzionaria, la degenerazione dei movimenti di liberazione nazionali, il nazionalismo, l’internazionalismo. Ci eravamo sempre occupate di queste questioni senza riuscire ad andare molto lontano. Abdullah Öcalan illustra invece un sistema complessivo riconducendo tutte queste questioni ad una sintesi. Crea un’alternativa, una soluzione, una via per uscire da questo sistema, e io ammiravo questa cosa.

C’è da dire anche che entrare nel PKK non fu una decisione facile per me. Mi ci volle molto tempo. Avevo cominciato a pensarci dal 1992, ma essendo tedesca mi sentivo responsabile anche degli sviluppi rivoluzionari in Germania. Andare via e abbandonare le mie compagne sarebbe stato un tradimento. Dopo il 1990, lavorammo molto intensamente e fondammo una nuova organizzazione di donne. Cercavamo soluzioni per una nuova era. Ma non ci siamo riuscite, soprattutto a causa del nostro dogmatismo. Mi sento ancora responsabile per la Germania, ma nessuna soluzione può venire dalla sola Europa. Sono convinta che lo sviluppo del confederalismo democratico in Medio Oriente influenzerà anche l’Europa e la Germania. Proprio come è stato per i movimenti di liberazione nazionale a partire dal 1968, anche l’idea del confederalismo democratico può scuotere il mondo. Ho voluto essere una parte della strada che vi conduce.

Ci sono molti movimenti di liberazione militanti nel mondo. Perché non ne hai scelto un altro, invece del PKK?

Come movimento femminista e anti-imperialista eravamo naturalmente solidali con i movimenti di liberazione di altri paesi. Avevamo contatti le une con le altre e fondammo piattaforme internazionali di donne. L’internazionalismo e i movimenti di solidarietà internazionalista erano molto forti negli anni ’70 e ’80. Il maggiore interesse era verso la Palestina e i movimenti di liberazione latinoamericani. A causa dello sterminio di massa di ebrei durante il fascismo in Germania, molti tedeschi si sentivano responsabili per una soluzione della questione palestinese-israeliana, il che, a mio modo di vedere, è anche giusto. Ma la nostra responsabilità si doveva estendere a tutti i massacri, i genocidi e ogni tipo di fascismo e militarismo. Le forze di liberazione in America Latina sono vicine all’Europa per la loro cultura, e per questo c’era tanto interesse nei loro confronti.

Curiosamente, la solidarietà con le curde e le turche è sempre stata debole, eppure costituivano il gruppo più consistente in Germania. È più facile dimostrare solidarietà a un popolo e alla sua lotta lontano da te, perché così puoi idealizzarli. Questo non è possibile con le curde e le turche. Sono le nostre vicine, le colleghe, le nostre compagne di classe. Puoi vedere la realtà delle loro vite e non puoi idealizzarle, non puoi farne l’oggetto dei tuoi sogni. La solidarietà non si può praticare sedute in poltrona. Ero particolarmente interessata alle differenze culturali, volevo conoscerle, imparare, provare tutto. Lo sviluppo del movimento curdo e delle donne curde in particolare è così diventato per me molto attraente negli ultimi anni.

Sei un membro del comitato disciplinare all’interno del KONGRA GEL (Congresso del Popolo Curdo, ndt). Come procede il tuo lavoro? Che tipo di difficoltà incontri?

Ero molto inesperta quando ho cominciato questo lavoro. Non sono nemmeno un’avvocata, sono sempre venuta a contatto con il sistema legale solo in qualità di imputata, come molte di noi. Per questo il nostro lavoro non era molto professionale. Durante l’ultimo anno ho imparato che non è molto difficile comportarsi secondo norme rigide, mentre prendere decisioni legali eque, umane e coscienziose è molto difficile. Quest’aspetto dev’essere ancora molto discusso. Dobbiamo trovare nuovi metodi. Abbiamo ancora bisogno di molto tempo, ricerca e discussione affinché questo comitato lavori adeguatamente.

Allo stesso tempo, abbiamo osservato che i problemi che esistono all’interno del movimento, come il pensiero gerarchico, le questioni di classe e di genere, sono presenti anche nel comitato disciplinare. Questo ha avuto un impatto negativo sul nostro lavoro e dobbiamo superarlo. Dobbiamo discuterne e, se necessario, dobbiamo combatterlo. Il nostro obiettivo è diventare più trasparenti. Dopotutto, impariamo dai nostri errori, e questo principio si applica anche al comitato disciplinare.

Sei nata e cresciuta in Germania. Cos’hai provato la prima volta che sei venuta sulle montagne? È stato facile per te essere una guerrigliera?

La prima volta che sono andata sulle montagne è stato per il primo congresso del KONGRA GEL. Ero incredibilmente felice. Questa sensazione si è un po’ ridimensionata quando ho visto da vicino la realtà dell’organizzazione durante il congresso, ma ho vissuto momenti molto belli. Mi sentivo molto a mio agio soprattutto con le donne dell’HPG (Forze di Difesa del Popolo, ndt). Lì non ho avuto nessuna difficoltà. Certo, avevo problemi a camminare, ma in realtà non ho dovuto camminare molto. Purtroppo potevo godermi a stento la meravigliosa vista perché ero sempre impegnata a prendere fiato e a guardare la strada di fronte a me.

Cosa significano per te le montagne?

Per me le montagne della libertà non sono più uno slogan ma una realtà. Nonostante tutte le difficoltà, forse proprio in virtù di esse, la vita sulle montagne offre molte opportunità alle persone. Qui puoi crescere e superare le tue barriere individuali. Puoi vivere in modo umano. Questo trova conferma nel carisma delle compagne, nei loro occhi luminosi, nelle loro risate, nel loro atteggiamento, sia negli uomini che nelle donne. Gli europei e le europee sono come morti viventi. Nonostante tutte le possibilità materiali i loro occhi sono spenti e mostrano immobilismo e mancanza di speranza. Noi avevamo combattuto soprattutto contro l’estremo individualismo e l’alienazione. Eravamo in cerca di una vita organizzata, collettiva, umana. Questo in Europa era molto difficile. È forse la battaglia più difficile. La mia più grande aspirazione era vivere sulle montagne, e per un breve periodo mi è stato possibile farlo. Questo mi rende molto felice.

Come valuteresti il terzo congresso del KONGRA GEL?

È stato molto diverso dal primo congresso a cui ho partecipato. L’atmosfera era molto più chiara, più determinata e più rilassata. Soprattutto l’atteggiamento delle donne è molto cambiato. Tra le donne c’è una forte unione, che determina una grande forza. Naturalmente ci sono ancora molti punti deboli, sarebbe sbagliato negarlo. La logica statale gerarchica e patriarcale esiste ancora. La comprensione della democrazia non è abbastanza chiara. Ma per me la cosa più importante è che ci sia uno sviluppo positivo. I problemi esistenti sono ben noti, ma la volontà e gli sforzi per superarli sono enormi. Questo ci dà ragione di sperare.

Dopotutto stiamo provando a superare una struttura segnata da trent’anni di guerra e un sistema che dura da almeno 5000 anni. Abbiamo cercato di assumere le prospettive di Öcalan e trasformarle in risoluzioni per creare una base solida per le applicazioni pratiche. Siamo tutte responsabili della loro messa in pratica. Solo attraverso una lotta organizzata e determinata a livello della base possiamo superare i nostri errori e le nostre debolezze e creare una vita libera.

Come vedi lo sviluppo del movimento di liberazione delle donne? Che tipo di relazione e condivisione dovrebbe esserci con altri movimenti di donne?

Come dicevo prima, le donne sono diventate molto più forti. Le discussioni che hanno preceduto il Congresso, in particolare quelle del precedente Congresso delle donne, hanno contribuito molto a rafforzarlo.

Le debolezze sono evidenti, ma stavolta le posizioni delle donne sono state molto più chiare, responsabili e aperte. Trovo che i contatti con le altre organizzazioni di donne nel mondo non siano sufficienti. Dobbiamo far sì che il confederalismo democratico sia conosciuto come una soluzione possibile a livello internazionale e stabilire relazioni concrete. Penso, ad esempio, che l’organizzazione di donne Gabriella nelle Filippine, le cooperative di donne in India e il modo in cui le donne zapatiste vivono e lottano siano molto importanti. Ci sono molti altri esempi di questo tipo. Dobbiamo imparare le une dalle altre: questo è un importante pilastro del confederalismo democratico.

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