Essere internazionaliste significa riuscire a leggere il mondo come uno solo

“Eravam tutte pronte a morire, ma della morte noi mai parlavam, parlavamo del futuro, se il destino ci allontana il ricordo di quei giorni, sempre unite ci terrà”

Gabriela Selser aveva diciotto anni quando decise di partire alla volta del Nicaragua per andare a supportare la Rivoluzione che stava avendo luogo in quel paese contro la dittatura di Somoza. Gabriela a quel tempo viveva in Messico, dove era emigrata dall’Argentina con la sua famiglia per sfuggire alla dittatura di Videla.

Quando Gabriela arrivò in Nicaragua prese parte alla “brigada de alfabetizaciòn” (brigata di alfabetizzazione) uno dei progetti più importanti della rivoluzione. Convinzione delle e dei rivoluzionari/e era che, perché la rivoluzione vincesse davvero, fosse fondamentale che tutte e tutti, in ogni angolo del paese, potessero imparare a leggere e a scrivere così da poter conservare e far vivere la memoria della dittatura e della resistenza.

Le famiglie contadine, accolsero queste giovani rivoluzionarie/i come figlie/i, insegnarono loro a coltivare la terra e ad allevare il bestiame e le difesero dai “contras” quando cominciò la controrivoluzione.

Gabriela racconta nei suoi diari, raccolti in un libro, pubblicato molti anni dopo col nome di “banderas y harapos” che un giorno quando gli attacchi della contra si stavano facendo più intensi e si ebbe notizia di vari alfabetizadores uccisi, per sollevarle il morale la famiglia aveva pensato di uccidere una gallina per cucinarle un buon brodo. Una delle figlie più giovani ammazzò la gallina davanti agli occhi di Gabriela e in quel momento la giovane, che fino ad allora non aveva tentennato mai nemmeno per un secondo, corse al fiume e scoppiò in un profondo pianto.

Lì la raggiunse don Juan il padre di famiglia, la consolò e il giorno seguente si presentò in casa con una gallina, a cui Gabriela mise il nome di Rivoluzione, così che nessuno si sarebbe mai permesso di storcerle una piuma.

Il libro di memorie di Gabriela è incredibilmente sincero, descrive la rivoluzione con onestà, nelle sue bellezze e nelle sue contraddizioni, per alcuni aspetti, soprattutto nell’ultima parte preannunciando la triste fine che toccherà a questa esperienza.

Questo episodio della gallina Rivoluzione, ci colpisce e ci torna alla mente oggi che ci troviamo noi in un paese straniero, nel cuore di una rivoluzione in corso.

Riconosciamo l’incredibile forza delle compagne che abbiamo intorno, leggiamo nei loro occhi la determinazione, la rabbia e l’amore. Troviamo in loro il coraggio delle grandi rivoluzionarie in una costante tensione con le paure, i dubbi e le fragilità. Pensiamo a quella compagna che si commuove tenendo fra le braccia un cucciolo che il freddo a portato in fin di vita, a quella compagna che parla solo la sua lingua e nonostante lo spaesamento trova incredibili soluzioni per riuscire a comunicare con chiunque, pensiamo a quella che nonostante i dolori lancinanti di una schiena bislacca si alza tutte le mattine senza mai mollare il colpo, pensiamo anche a quella che sente la nostalgia della musica a tutto volume e di una maglietta che lascia intravedere l’ombelico, pensiamo alle compagne che trovano la forza di fare i conti con le parti più turbolenti e difficili del proprio passato, senza vergogna, raccontandosi a cuore aperto pronte a rimettersi in discussione, a trasformare le ferite e le cicatrici in strumenti di lotta. Ammiriamo la loro forza, la nostra forza così lontana dalla perfezione, così intrisa di contraddizioni e allo stesso tempo inarrestabile.

E poi pensiamo a come davanti all’imminente attacco della Turchia al confine Siriano, la nostra mente sia presa dall’insostenibile ansia delle pulci. Ci si trova a domandarsi “l’irrefrenabile prurito che sento in testa, sarà il prodotto della scarsità di acqua calda e conseguentemente di docce, o sarà che nella mia testa si nascondono insidiosi animaletti?”.

Pensiamo al sapore della vita quotidiana nella rivoluzione.

In questo momento più che mai ci interroghiamo sul significato dell’internazionalismo, su cosa significa oggi essere internazionaliste nel Nord e nell’Est della Siria, o in qualunque altrove.

Affrontiamo il tema da un punto di vista storico, dalle connessioni atlantiche che portarono alla rivoluzione degli schiavi di Haiti, passando per la comune di Parigi, gli anni dell’internazionale, l’Ucraina di Makhno, poi ovviamente la guerra civile spagnola e la resistenza partigiana al nazifascismo, le rivoluzioni latinoamericane, le pratiche di guerriglia urbana, la guerriglia delle Tigri Tamil con la sua forte componente femminile, le lotte di liberazione anticoloniali, gli anni della lotta armata in Italia e in Germania, le RoteZora, il movimento delle pantere nere, fino ad arrivare al levantamiento zapatista del ’94, alle rivolte arabe del 2011 e infine alla Rivoluzione del Rojava. Leggiamo e studiamo storie di donne internazionaliste tante delle quali sono cadute combattendo a chilometri di distanza dal luogo in cui erano nate perché credevano che il loro posto nel mondo fosse a fianco di chi si ribella, incarnando in se stesse l’idea di un mondo senza frontiere. Recuperiamo dagli anfratti impolverati della storia i loro volti e le loro parole, per non dimenticarle, perché le loro storie sono la nostra storia.

Cerchiamo di comprendere e tessere la nostra stessa identità recidendo gli stretti confini imposti dal potere e ricomponendoci in un passato fatto di streghe e insubordinazione.

Più andiamo lontano e a fondo nella ricerca delle nostre radici e più comprendiamo il senso del nostro essere qui oggi, più ne sentiamo l’urgenza.

Essere internazionaliste significa riuscire a leggere il mondo come uno solo, sentire che “la nostra patria è il mondo intero” e che ovunque c’è qualcuno che insorge contro l’ oppressione lì troveremo la nostra casa. Essere internazionaliste significa anche lottare nel posto da cui si proviene, anche quando sembra impossibile, senza mai abbassare lo sguardo, continuando a tessere connessioni con le lotte globali.

Ci specchiamo l’una nell’altra, crescendo insieme, leggiamo nei nostri occhi la consapevolezza che stiamo segnando una linea nella nostra vita, dalla quale tornare indietro sarà difficile. Questo ci entusiasma, a tratti ci spaventa, torniamo a cercare lo sguardo delle altre, a trovare in loro, in noi, la certezza che la direzione è giusta, che insieme troveremo sempre la forza.

Il movimento curdo fin dalle sue origini si è costituito come profondamente internazionalista, basti pensare che alcuni dei primi martiri morirono in Libano, mentre combattevano a fianco dei Palestinesi contro lo stato israeliano; o come ancora oggi la presenza di internazionaliste/i nel movimento, siano essi arabi, tedeschi o yazidi, sia fortemente significativa, segno della grande capacità che i curdi hanno dimostrato nel trasformare la propria lotta nella lotta di tutti.

E questa lotta per la liberazione delle donne, per la liberazione di tutti, ci ha accolto tutte per intero.

Troviamo qui in Mesopotamia, in quella mezzaluna fertile sinonimo di inizio, la terra dove mettere radici, in cui crescere e scoprirci per poi prendere ciascuna la propria strada, camminando però tutte verso la stessa destinazione.

E oggi ricordiamo i nomi delle nostre compagne Helin Qerecoxe e Legerin Ciya, che un anno fa cadevano come sehid in questa terra. Per questo pezzo di terra che avevano amato, per il quale avevano combattuto vedendo in questa terra una speranza, l’inizio di qualcosa di diverso, di una alternativa sinonimo di resistenza e lotta per una vita libera.

Una è caduta sotto le bombe dello Stato Turco e questo non l’abbiamo dimenticato. Abbiamo capito ancora di più che il nostro nemico comune ha diversi volti. Il nostro nemico, lo Stato usa e supporta una forza brutale, come i jihadisti di Isis, per giustificare e rendere invisibile la sua violenza.

La passione delle nostre compagne non si è spenta, è un fuoco che divampa, che accende e illumina i nostri sogni e le nostre speranze di una vita libera. Ed è con loro, per loro, in loro che la nostra lotta cresce e si espande. Per amore e rivoluzione

Sehid Namirin

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