Eddi Marcucci: l’internazionalista che rifiuta di piegarsi

Un tribunale italiano ha confermato la sorveglianza speciale contro l'ex combattente YPJ "Eddi" Marcucci. Questo è un altro caso di repressione contro gli internazionalisti di ritorno dal Rojava.

Traduzione dell’articolo pubblicato il 20 febbraio 2021 su ANFDeutsch.

L’internazionalista italiana “Eddi” Marcucci è sotto sorveglianza statale dopo essersi schierata con le YPJ in Rojava. Il verdetto contro di lei stabilisce un pericoloso precedente per disciplinare una donna politicamente attiva.

Questo è stato annunciato dai gruppi Berlin Migrant Strikers e Women Defend Rojava, entrambi di Berlino, in un comunicato congiunto:

Dietro le quinte di uno scenario di un’Europa che si finge unita nella lotta al comune nemico pandemico, si nascondono e consumano abusi e scandali giudiziari che rimangono silenti e procedono indisturbati fino al loro più completo espletamento.

Lo scorso dicembre 2020, il tribunale di Torino ha confermato in appello la sentenza a due anni di sorveglianza speciale a Maria Edgarda Marcucci, detta “Eddi”, la giovane studentessa italiana che ha combattuto in Rojava contro l’Isis, arruolandosi nelle Unità di protezione delle donne curde (YPJ) e sostenendo la rivoluzione del Confederalismo Democratico. Pur essendo incensurata, la giovane attivista è stata a costretta subire un “lockdown al quadrato”: Eddi si è vista privata delle libertà fondamentali che un tribunale avrebbe invece il compito di tutelare, come la possibilità di spostarsi liberamente e partecipare ad attività, eventi e manifestazioni politiche, nonché più in generale di frequentare posti pubblici oltre le 18. Le è stato ritirato il passaporto, con conseguente divieto di espatrio e obbligo alla verbalizzazione di ogni spostamento e attività usando una “carta precettiva” da esibire su richiesta alle forze dell’ordine. La motivazione di una sentenza così severa – afferma la procura – è da attribuire alla sua presunta “pericolosità sociale”: Eddi, in quanto arruolata con le milizie a difesa del popolo curdo, avrebbe imparato l’uso di armi e  inoltre, al suo rientro in Italia, non avrebbe mai smesso di militare attivamente nei movimenti femministi, antifascisti, anticapitalisti ed ecologisti, tra cui spicca la lotta No Tav, un movimento che resiste da decenni contro la devastazione ambientale causata dalla costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità nelle valli a nord di Torino.

Da sottolineare come Eddi inoltre sia stata l’unica donna tra gli italiani (Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Pierluigi Caria, Davide Grasso e Fabrizio Maniero) rientrati dal Rojava negli anni 2017-2018, ma anche l’unica alla e per la quale è stata proposta, e alla fine convalidata, la sorveglianza speciale, richiesta inizialmente dalla procura di Torino anche per i compagni sopracitati. Una condanna che fa riflettere, soprattutto alla luce del fatto che Eddi, così come gli altri, non ha commesso alcun reato. La sorveglianza speciale è infatti un provvedimento assegnato senza evidenze concrete, quasi unicamente sulla base delle dichiarazioni della Digos. Il profilo tracciato è quello di una donna mentalmente instabile e aggressiva che potrebbe persino risultare violenta se confrontata da sostenitori di ideologie diverse dalle sue. Quella che infatti è già stata definita da moltissimi intellettuali ed esponenti accademici come una “sentenza ideologica” fa particolarmente inorridire se ci si sofferma a riflettere su come la stessa sorveglianza speciale sia di fatto un’eredità del codice Rocco (regio decreto dell’era fascista) nata come strategia di prevenzione e strumento di controllo del dissenso, teso a soffocare qualsiasi tentativo di attivismo sociale e politico. La sorveglianza speciale non ha infatti come unico compito la prevenzione di un potenziale reato, quanto quello più subdolo di rieducare il soggetto e di riportarlo dentro modelli sociali più accettabili. Dietro sbarre esistenti ma trasparenti, viene eseguita una strategica mossa pedagogica. Si attaccano, così, brutalmente, le relazioni, i luoghi abituali, le pratiche e le consuetudini, riuscendo a distruggere l’identità soggettiva cercando di conseguire l’addomesticamento di una personalità stigmatizzata dal giudizio di “socialmente pericolosa” per aver preso parte a proteste e atti di disobbedienza civile. Una pesante repressione politica a cui la procura di Torino non è per niente nuova, avendo negli ultimi anni condannato proprio diversi militanti del movimento No Tav a pene spropositate per il solo fatto di aver dimostrato dissenso contro un’opera ecologicamente disastrosa, ma fortemente voluta dallo Stato così come da parti del capitale nazionale ed europeo. Ugualmente quindi, anche nel caso di Eddi, la sentenza sembra arrivare a conferma degli interessi economici dello Stato italiano. Uno Stato che da un lato aderisce alla Coalizione internazionale anti-ISIS, ma che poi non si impegna direttamente nel sostegno militare alla resistenza delle forze del Confederalismo Democratico curdo, finanziando invece i Peshmerga Iracheni, più volte inerti di fronte alla barbarie di Daesh, e restando anzi, con ben 18 miliardi di euro di scambi annui, uno tra i principali partner commerciali della Turchia, il secondo nell’Unione Europea e il quinto a livello mondiale. Uno Stato che non ha espresso il minimo dolore per la morte di altri due italiani combattenti nelle YPG, Lorenzo Orsetti, noto come “Orso”, e Giovanni Francesco “Hîwa Bosco” Asperti, caduti proprio negli stessi territori e per difendere gli stessi ideali della compagna Eddi.

Alla luce di queste trame economiche e politiche è quindi vergognosa, ma allo stesso tempo non sorprende, una sentenza che in un colpo solo delegittima, criminalizzandole, la partecipazione alla resistenza curda in Siria e la militanza anti-capitalista e anti-fascista in una Paese europeo. Il tutto continuando a finanziare il continuo rifornimento di armi alla Turchia. Una sentenza così priva di reati risulta clamorosa e costituisce di fatto un punto di non ritorno, essendo stata per la prima volta applicata in Italia ai cittadini che vanno a combattere in Rojava e diventando quindi un rischioso precedente anche per chiunque creda tanto nella causa curda quanto nella libera manifestazione del proprio dissenso.

Pur essendo quello di Eddi l’unico caso di sorveglianza speciale imposto ad una combattente di rientro dalla guerra in Rojava, non è purtroppo l’unico caso in Europa; in molti Stati europei altri combattenti hanno affrontato conseguenze legali, a dimostrazione di una comunanza di intenti nella lotta al dissenso. Eddi si aggiunge quindi ad una lista che ha visto anche altri protagonisti europei vittime di altrettanti accaniti apparati giuridici che, in nome della salvaguardia collettiva, non indugiano a decretare custodie e sorveglianze a cittadini europei che hanno combattuto al fronte nord-siriano. E’ il caso della danese Joanna Palani, figlia di rifugiati politici curdi in Danimarca, che al rientro in Europa dopo la militanza in Rojava è stata tenuta in custodia dal governo danese (2015). Successivamente anche il Regno Unito si è distinto in questo scenario di paradossale di violazione dei diritti umani, arrestando al rientro in UK (2018) tre inglesi arruolati nelle YPG: Jamie Janson, Aidan James e Jim Matthews. Infine il caso tedesco di Jan-Lukas Kuhley, che nell’ottobre 2019 si è visto agenti con un mandato di perquisizione in casa sua a Karlsruhe. Accusato sulla base del §129b di aver combattuto con “milizie di natura terroristica”, Kuhley e la sua lotta hanno generato anche in Germania un acceso dibattito. Per le autorità tedesche, analogamente a quelle italiane per il caso di Eddi, l’addestramento militare in un esercito straniero e l’acquisita esperienza in combattimento sarebbero state infatti motivazioni sufficienti ad indagare Kuhley in quanto potenziale terrorista. Una definizione che il giovane tedesco, dopo diversi mesi spesi in Rojava a combattere il terrorismo vero, quello dell’ISIS, estrema manifestazione di una società dominata ancora da evidenti e persistenti dinamiche patriarcali, aveva decisamente respinto. Per Jan-Lukas Kuhley l’aver militato nelle YPG significava aver contribuito non solo alla resistenza curda contro la Turchia e lo Stato Islamico, ma anche alla realizzazione di un modello di società basata sul confronto costante tra tutte le parti sociali, coinvolte in misura sempre maggiore nei processi decisionali, su un’agricoltura eco-sostenibile e su una lotta capillare alla discriminazione di genere, in ogni sua forma.

Nonostante, dunque, questi giovani militanti abbiano avuto il coraggio di rischiare la loro vita per combattere l’ISIS, sono stat* tutt* privat* delle libertà fondamentali sulla base di una sospetta, ma mai comprovata, pericolosità. Contro questa misura Eddi Marcucci farà ora ricorso in Cassazione. Ma non solo: oltre ad aspettare l’ultimo grado di giudizio, Eddi ha sin da subito espresso la volontà di non volersi piegare al più controverso dei divieti che le sono stati imposti, quello di partecipare ad eventi pubblici e politici. Una violazione che potrebbe costarle il carcere, e che tuttavia sembra essere un atto dovuto di disobbedienza civile contro una sentenza che, in sintonia con le altre in Europa, vorrebbe mettere a tacere chi ha combattuto e ancora combatte per la causa curda.