Diario di bordo della Brigata Maddalena parte I

Nella memoria delle lotte popolari, ci sono delle date che ancora bruciano per le napoletane/i.

Sono le date delle quattro giornate, dal 27 al 30 settembre 1943. Mentre l’Italia subiva l’occupazione del regime nazista tedesco, Napoli fu la prima città dell’Italia ad essere liberata. Questa liberazione è nata dalla volontà popolare, la resistenza era composta di operaie.i, bambine.i, e donne che prendevano le armi ed ergevano barricate, nella speranza di riprendersi la propria città.

Protagonista di queste quattro giornate, fu Maddalena Cerasuolo, napoletana, abitante del quartiere Stella e partigiana nell’insurrezione.

Il suo coraggio e la sua forza si manifestarono fin da subito, in particolare Maddalena detta Lenuccia, viene ricordata per aver partecipato alla battaglia del Ponte della Sanità, luogo chiave, in quanto punto d’accesso al centro della città.

In sua memoria, il ponte porta il suo nome e da oggi ci chiamiamo tutte Maddalena.

Attraverso di lei, vive la memoria delle molte persone che hanno lottato. Maddalena è plurale.

Lei è per noi racconto collettivo della resistenza.

Per questa brigata, Maddalena incarna le differenze, la rabbia e i desideri. Lei è la voce e gli occhi di tutte, osserva, analizza, partecipa e scrive esprimendo tutte le nostre diversità.

Maddalena parla lingue diverse, vive emozioni contrastanti e prende strade distinte, perché Maddalena è una, ma allo stesso tempo è tutte.

Capitolo 1. Inizio di un viaggio

“Noi ci prenderemo ciò che è nostro: il nostro potere e la nostra libertà” questo il pensiero forte a cui si è giunte a conclusione dell’intensissima conferenza indetta dalle donne kurde il 6/7 Ottobre scorso a Francoforte.

Alla conferenza si sono incontrate all’incirca cinquecento donne impegnate e combattenti provenienti da angoli completamente diversi di mondo, per parlarsi, ma soprattutto per organizzarsi, rafforzare la rete globale e cominciare da subito a tessere insieme il proprio futuro: il nostro futuro.

Nella affollatissima sala dello studentato dell’università francofortese l’aria era costantemente elettrica: emozione, energia e forza erano concentrate e pronte a straripare ad ogni istante.

All’incontro ci si è espresse con le parole, ma anche con i corpi e con gli sguardi, un resoconto meramente verbale di questi due giorni sarebbe estremamente riduttivo, perché tanto l’intelligenza emotiva, quanto quella analitica di tutte le donne presenti si sono manifestate pienamente.

La conferenza è stata un momento cruciale e decisivo, un importante passo avanti verso un’organizzazione globale delle donne resistenti. In un’epoca in cui i fascismi avanzano, come donne resistenti abbiamo dimostrato di avere la lucidità e il coraggio di parlare di autodifesa e organizzazione in modo nuovo, di partire dalle differenze e dalle specificità di ciascuna, di creare legami profondi nella lotta, senza mai darsi per vinte, senza farsi scoraggiare o intimorire.

E’ da qui, nella connessione potente con tutte queste donne combattive, in una lettura collettiva del presente e del bisogno di organizzarsi, che il nostro viaggio ha trovato nuova linfa e rinsaldato le ragioni della partenza.

    1. Welcome to Sulaymaniyya Storie di un viaggio collettivo

“Inizio il mio primo racconto salutando tutt*, tutte le donne, con un ringraziamento a tutte le compagne che hanno condiviso e condivideranno con noi questa per me prima bella esperienza.

Nonostante ci dividano diversi km siete tutte sempre presenti nei miei pensieri.

Il nostro saluto a Francoforte insieme a tutti gli interventi che si sono fatti durante la due giorni della Conferenza mi hanno regalato tanta forza, una di quelle cose che senti nell’età della fanciullezza prima ancora di diventare adulta, in cui la naturalezza e la spontaneità dell’unione fatta di abbracci, risate e gag anche delle volte “stupide”, nascono al di là delle parole, crescono nelle nostre menti e maturano nell’ unione delle nostre esperienze. Rischio di diventare estremamente romantica quindi smetto.

Posso scrivervi compagne come i miei occhi hanno visto per la prima volta questa parte di paese del mondo e come molte altre immagini mi siano rimaste impresse. Il primo giorno ero molto agitata (molto di questo è dovuto alla poca conoscenza della lingua) ma grazie alla condivisione di questo stato con le altre, del mio sentirmi estranea e preoccupata, il secondo giorno sono riuscita a superarlo. E’ proprio vero che la collettività, lo stare insieme, aiuta a superare i limiti che la vita delle volte ti pone davanti. In realtà l’ho sempre pensato. Molto è dovuto anche al mio carattere, di solito prima di fare una cosa che non ho mai fatto, paure e ansie mi assalgono e incomincio a farmi i film… 

Nonostante ciò durante la mia prima volta nel Kurdistan iracheno ho trovato molte affinità con la realtà da cui provengo: sia le strade che i paesaggi di questa terra mi fanno ricordare molto il sud, colori che si mescolano l’un altro, dall’ oro dei campi al verde delle montagne.

Insieme alle compagne ho avuto la possibilità di passeggiare per le strade di questa città e la prima impressione è stata quella di chiedermi: “Qui sono tutti uomini?…

Una prima spiegazione a questa reazione è probabilmente che qui le donne, almeno la maggior parte, è coperta dal velo sul capo e molte delle volte su tutto il viso, ciò mi ha scossa profondamente. Un’altra impressione che mi ha colpita mentre camminavamo, era quella di essere osservate, scrutate, quasi fossimo degli alieni… che poi non sarebbe stato manco tanto male vista la situazione apocalittica che stiamo vivendo di questi tempi. Ammetto però d’altra parte che io stessa sono cresciuta in un paese occidentale, fatto di modelli, regole differenti, molte volte sbagliate o che comunque sono un “contentino” rispetto a quello che dovrebbe essere poi un’effettiva liberazione della persona dal patriarcato. U’autocritica che nei nostri paesi si fa molta fatica a comprendere poiché penso che il patriarcato sia molto più interno di quello che si può pensare e vedere immediatamente.”

“…per me questo viaggio è cominciato molto tempo fa.

Era febbraio ed ero appena tornata dal Rojava, mi ritrovavo ancora una volta nel mio paese senza nulla, senza un punto di riferimento, un progetto politico, un obiettivo, ma questa volta era diverso.

Era diverso perché avevo visto una rivoluzione, avevo vissuto in un processo organizzativo rivoluzionario dove le donne sono l’avanguardia e ritrovarmi di nuovo nel mio piccolo collettivo politico cittadino, al servizio delle dinamiche machiste mi stava facendo impazzire.

Per riprendermi non ci è voluto molto, ad aprile ho partecipato al campo di Jineoloji del sud Europa e poi a quello del sud Italia e così tutto è diventato più chiaro.

C’erano delle donne che come me avevano fame di imparare, di formarsi e di creare una vita diversa, lontana dalle dinamiche patriarcali e machiste che affrontiamo quotidianamente.

Avevamo la voglia di costruire qualcosa di nuovo anche se non sapevamo ancora di cosa si trattasse.

In questi mesi ho conosciuto molte donne in giro per l’Italia e da ognuna di loro ho preso un pezzetto che adesso porto con me.

Ognuna di loro mi ha arricchito e mi ha regalato tanta speranza che stavo per perdere.

Di questo viaggio fanno parte tutte, nessuna esclusa e tutte sono con noi in questo momento.

Ci siamo salutate a Francoforte, eravamo lì con gli occhi pieni di gioia e lacrime.

Ci siamo dette arrivederci e abbracciate, tutte, una ad una per dirci che questo viaggio non eravamo noi che in questo momento siamo qui, ma che questo viaggio l’abbiamo cominciato tutte insieme mesi fa e adesso ognuna con un pezzo dell’altra continua questo stesso percorso volto allo stesso obiettivo.

Che dire, essere qui mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo, sono innamorata come lo ero la prima volta di questi territori.

È quasi come essere a casa, come mi sono sentita a casa in Sardegna, Sicilia, Napoli, Puglia, Roma, Calabria.

Perché alla fine cosa significa essere a casa?

La casa è dove hai qualcosa da difendere, qualcosa per cui lottare.

La rivoluzione non ha confini e ovunque nel mondo ci sarà una donna oppressa, un popolo oppresso allora sarà anche casa nostra e parteciperemo all’autodifesa della nostra casa.

Fino a che l’ultima sorella e donna non sarà libera.”

1.2 Cenni&Curiosità storiche: popoli che ricordano

A Sulaymaniyya, al margine della città, proprio di fronte al grande parco Azadi, “libertà”, c’è un grande edificio color terra, asserragliato entro mura rivestite da filo spinato. Questo posto, un tempo luogo di prigionia e tortura, fu utilizzato dal regime di Saddam Hussein, per incarcerare centinaia di curde e di curdi, in particolare durante gli anni del genocidio compiuto fra il 1987 e il 1988.

Il carcere fu chiuso nel 1991 grazie alla resistenza portata avanti dalle curde e dai curdi iracheni.

Oggi questa ex-prigione è un museo della memoria. L’area del museo, il cui ingresso è gratuito, per incentivare le persone a non dimenticare, è divisa in tre parti. Una grossa parte del carcere è stata conservata perfettamente e targhe alle pareti indicano i diversi utilizzi che venivano fatti delle varie celle, indicando tutte le forme di tortura che venivano compiute. La seconda parte è invece dedicata al ricordo del genocidio, vi è un lungo corridoio ricoperto da un mosaico di specchi, dove ogni frammento rappresenta una persona morta nello sterminio; qui sono raccolte ed esposte numerosissime fotografie dell’esodo dei profughi verso il confine con l’Iran.

La terza parte è quella che forse più ha colpito la nostra attenzione, qui la memoria è fresca, quest’ultima sezione è infatti dedicata alle martiri e ai martiri della guerra di resistenza contro l’ISIS.

La foto di ogni martire che sia Peshmerga (curde/i iracheni), YPG o YPJ (curde/i siriani), morto combattendo l’ISIS ha un posto sulle pareti di questo museo.

Il rapporto fra la resistenza del Rojava, il kurdistan siriano, e i Peshmerga di Barzani, non è cosa semplice da comprendere, le differenze sono molte e in molti casi i secondi hanno ostacolato, più che sostenuto la rivoluzione e il PKK.

Eppure ci è sembrato importante lo sforzo di recuperare da subito una memoria recente collettiva, che nel resto del mondo è spesso sminuita, se non proprio offuscata o dimenticata.

Jin Jiyan Azadi

Un abbraccio resistente a tutt*

Brigata Maddalena.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *