da Strasburgo

A Strasburgo, nel cuore d’Europa, 14 uomini e donne sono in sciopero della fame dal 17 dicembre.
Leyla Gűven nelle carceri turche lo è dal 7 novembre, qualcuno ha iniziato anche in altri luoghi e un numero sempre crescente di prigionieri ha aderito, partendo a date scaglionate. In tutto, già ben più di 100 persone sono in sciopero della fame a oltranza, continueranno cioè a rifiutare il cibo fino a che non avranno la certezza che le comunicazioni con il leader Őcalan verranno ripristinate, e cesserà il regime di isolamento. Questo, anche a costo della propria vita.
“berxwedan jiyan”, la resistenza è vita, scriveva Mazlum Doğan nella sua cella, dopo aver sacrificato la sua vita nel carcere di Diyarbakir, contro le rese dei compagni che, a causa delle torture, cedevano alle violenze poliziesche. Era il Newroz (21 marzo) 1982. Quel sacrificio ha dato forza alla resistenza, ha frenato i tradimenti. Forse, senza quel sacrificio la storia sarebbe andata diversamente e non saremmo qui a raccontare la resistenza curda.
Sono diverse le donne che, per fare sì che il proprio popolo continuasse a celebrare il Newroz con i tradizionali fuochi quando questo era proibito, hanno deciso di dare fuoco al proprio corpo. Ugualmente hanno fatto altri compagni in carcere, cospargendosi di benzina e dandosi fuoco.

 

Questo sciopero della fame ha un colore che ricorda quei fuochi. Ricorda la storia di Kawa, che, dopo aver ucciso il giorno del Newroz il tiranno cattivo che dominava sulla sua gente, ha acceso un fuoco. Quel fuoco era il segnale che era possibile insorgere.
E il popolo insorse…

 

La cosa che colpisce a passare qualche giorno con gli uomini e le donne in sciopero della fame a Strasburgo, è la loro fiducia. La loro gioia nel compiere quest’azione. A vederli appaiono, nonostante l’evidente stanchezza, estremamente “vivi”.
Uno di loro raccontava che, prima di partire, la figlia in lacrime lo pregava di non andare. E lui le ha risposto di non piangere, che se non avesse compiuto quest’azione sarebbero morte molte persone, che anche se in questo sciopero dovesse dare la vita, lei non avrebbe dovuto piangere, perché se questa azione non avesse funzionato, sarebbero morti molti bambini, donne, giovani…
Nelle sue parole sembra di sentire l’eco della compagna Zilan, che prima di compiere un’azione in cui sapeva che avrebbe perso la vita, ha scritto una lettera in cui affermava di farlo proprio per amore della vita stessa.

 

Certamente, questi scioperanti hanno una gran convinzione in quel che fanno. Non solo credono sia importante, ma soprattutto sono sicur* di vincere. “An serkeftin an serkeftin”, vittoria, o vittoria. Spiegano che l’isolamento sul leader Őcalan è in realtà un isolamento verso un intero popolo, perché Őcalan rappresenta la volontà di un intero popolo. È un isolamento verso chi vuole mettere in pratica il confederalismo democratico, perché lui ne è l’ideatore. È un isolamento, per estensione, verso tutta la gente che lotta per la libertà, per l’uguaglianza, per l’autodeterminazione. Queste donne e questi uomini sono in sciopero della fame per chiedere la fine dell’isolamento di tutto questo. La loro volontà è forte, la determinazione incorruttibile, la vittoria una certezza.

 

Abdullah Őcalan, abbreviato in Apo, è il fondatore del PKK, il partito dei lavoratori curdo, e ne viene tuttora considerato il leader. Non solo, dal momento che attraverso la sua guida il PKK ha ridato dignità e forza al popolo curdo, una buona fetta della popolazione lo considera il suo leader. Dal momento che le sue idee sul confederalismo democratico vengono messe in pratica anche da arab*, turch*, siriac* e via dicendo, di fatto è leader di molti popoli del Medio Oriente. Nel pensare Apo come leader di molti movimenti nel mondo che lottano per la libertà e l’uguaglianza, l’ecologia e la liberazione di genere, so di non essere lontana dalla verità.

 

Quello che più mi colpisce di quest’uomo è la sua capacità di creare unione. È riuscito a fare emergere identità e forza dei curdi e delle curde, unendol* in un unico movimento che non subisse le frammentazioni territoriali e tribali. Nella sua teoria del confederalismo democratico è riuscito a mettere insieme in modo complementare i diversi approcci per la creazione di un mondo altro. Nel suo approccio la teoria e la pratica non possono essere separate, ma profondamente legate luna all’altra in modo dialettico, per essere efficaci. Secondo lui, per comprendere il mondo, è necessario rendere alleati il pensiero analitico e emozionale; l’analisi razionale e le percezioni metafisiche. È riuscito a convogliare molte voci in un’unica voce.
Quest’uomo è riuscito a creare questo punto di unione perché ha capito che il fulcro dell’unione sono proprio le donne. Senza la liberazione delle donne non si può creare una società libera, senza  che le donne si organizzino non si può creare un’organizzazione che sia sociale e non statale. Senza porre al centro le donne non è possibile avere una visione olistica.

 

È così che tra gli slogan più citati da chi è in sciopero della fame c’è “jin, jiyan, azadî”, donne, vita, libertà. Chiedere la fine dell’isolamento di Apo, oggi, significa lottare per trasformare il mondo ascoltando il suo paradigma. Oggi, che il fascismo di Erdoğan minaccia di attaccare la messa in pratica del confederalismo democratico in Rojava, oggi che lo stesso fascismo stringe in tutto il mondo le maglie della repressione, del razzismo, dell’insicurezza sociale, della distruzione della natura, del machismo patriarcale più violento. Oggi che siamo, come movimenti sociali occidentali, sempre più incapaci di trovare una via di soluzione al caos, oggi ancora di più il paradigma del confederalismo democratico, quello del leader Apo, diventa fondamentale. E questo accade proprio perché oggi, è chiaro a tutte e tutti, a livello mondiale l’unica forza che si presenta come avere la potenzialità di sovvertire il sistema attuale è quella delle donne organizzate.

 

Io credo che la ragione per cui i compagni e le compagne che a Strasburgo stanno portando avanti lo sciopero della fame appaiono così seren* e pien* di energia è che hanno fatto una scelta. Nel caos in cui viviamo avere la forza di scegliere è un atto rivoluzionario.
Loro rischiano la vita e sta a noi fare si che non muoiano. Usciamo nelle strade, scriviamo, parliamo con chi ci circonda, compiamo azioni di ogni tipo, l’unico limite è la nostra fantasia, perché il momento di caos che viviamo è un momento in cui sono contenuti, potenzialmente, fascismo e socialismo; sono contenuti a tutti i livelli in cui possiamo analizzare il mondo e la nostra vita.

 

Che questo sciopero della fame dia la forza che ha dato il fuoco dell’eroe Kawa. Facciamo in modo che sia vittorioso, prima che sia troppo tardi!

 

I momenti di caos sono i momenti in cui è necessario fare scelte rivoluzionarie.

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