Diario di bordo della Brigata Maddalena parte I

Nella memoria delle lotte popolari, ci sono delle date che ancora bruciano per le napoletane/i.

Sono le date delle quattro giornate, dal 27 al 30 settembre 1943. Mentre l’Italia subiva l’occupazione del regime nazista tedesco, Napoli fu la prima città dell’Italia ad essere liberata. Questa liberazione è nata dalla volontà popolare, la resistenza era composta di operaie.i, bambine.i, e donne che prendevano le armi ed ergevano barricate, nella speranza di riprendersi la propria città.

Protagonista di queste quattro giornate, fu Maddalena Cerasuolo, napoletana, abitante del quartiere Stella e partigiana nell’insurrezione.

Il suo coraggio e la sua forza si manifestarono fin da subito, in particolare Maddalena detta Lenuccia, viene ricordata per aver partecipato alla battaglia del Ponte della Sanità, luogo chiave, in quanto punto d’accesso al centro della città.

In sua memoria, il ponte porta il suo nome e da oggi ci chiamiamo tutte Maddalena.

Attraverso di lei, vive la memoria delle molte persone che hanno lottato. Maddalena è plurale.

Lei è per noi racconto collettivo della resistenza.

Per questa brigata, Maddalena incarna le differenze, la rabbia e i desideri. Lei è la voce e gli occhi di tutte, osserva, analizza, partecipa e scrive esprimendo tutte le nostre diversità.

Maddalena parla lingue diverse, vive emozioni contrastanti e prende strade distinte, perché Maddalena è una, ma allo stesso tempo è tutte.

Capitolo 1. Inizio di un viaggio

“Noi ci prenderemo ciò che è nostro: il nostro potere e la nostra libertà” questo il pensiero forte a cui si è giunte a conclusione dell’intensissima conferenza indetta dalle donne kurde il 6/7 Ottobre scorso a Francoforte.

Alla conferenza si sono incontrate all’incirca cinquecento donne impegnate e combattenti provenienti da angoli completamente diversi di mondo, per parlarsi, ma soprattutto per organizzarsi, rafforzare la rete globale e cominciare da subito a tessere insieme il proprio futuro: il nostro futuro.

Nella affollatissima sala dello studentato dell’università francofortese l’aria era costantemente elettrica: emozione, energia e forza erano concentrate e pronte a straripare ad ogni istante.

All’incontro ci si è espresse con le parole, ma anche con i corpi e con gli sguardi, un resoconto meramente verbale di questi due giorni sarebbe estremamente riduttivo, perché tanto l’intelligenza emotiva, quanto quella analitica di tutte le donne presenti si sono manifestate pienamente.

La conferenza è stata un momento cruciale e decisivo, un importante passo avanti verso un’organizzazione globale delle donne resistenti. In un’epoca in cui i fascismi avanzano, come donne resistenti abbiamo dimostrato di avere la lucidità e il coraggio di parlare di autodifesa e organizzazione in modo nuovo, di partire dalle differenze e dalle specificità di ciascuna, di creare legami profondi nella lotta, senza mai darsi per vinte, senza farsi scoraggiare o intimorire.

E’ da qui, nella connessione potente con tutte queste donne combattive, in una lettura collettiva del presente e del bisogno di organizzarsi, che il nostro viaggio ha trovato nuova linfa e rinsaldato le ragioni della partenza.

    1. Welcome to Sulaymaniyya Storie di un viaggio collettivo

“Inizio il mio primo racconto salutando tutt*, tutte le donne, con un ringraziamento a tutte le compagne che hanno condiviso e condivideranno con noi questa per me prima bella esperienza.

Nonostante ci dividano diversi km siete tutte sempre presenti nei miei pensieri.

Il nostro saluto a Francoforte insieme a tutti gli interventi che si sono fatti durante la due giorni della Conferenza mi hanno regalato tanta forza, una di quelle cose che senti nell’età della fanciullezza prima ancora di diventare adulta, in cui la naturalezza e la spontaneità dell’unione fatta di abbracci, risate e gag anche delle volte “stupide”, nascono al di là delle parole, crescono nelle nostre menti e maturano nell’ unione delle nostre esperienze. Rischio di diventare estremamente romantica quindi smetto.

Posso scrivervi compagne come i miei occhi hanno visto per la prima volta questa parte di paese del mondo e come molte altre immagini mi siano rimaste impresse. Il primo giorno ero molto agitata (molto di questo è dovuto alla poca conoscenza della lingua) ma grazie alla condivisione di questo stato con le altre, del mio sentirmi estranea e preoccupata, il secondo giorno sono riuscita a superarlo. E’ proprio vero che la collettività, lo stare insieme, aiuta a superare i limiti che la vita delle volte ti pone davanti. In realtà l’ho sempre pensato. Molto è dovuto anche al mio carattere, di solito prima di fare una cosa che non ho mai fatto, paure e ansie mi assalgono e incomincio a farmi i film… 

Nonostante ciò durante la mia prima volta nel Kurdistan iracheno ho trovato molte affinità con la realtà da cui provengo: sia le strade che i paesaggi di questa terra mi fanno ricordare molto il sud, colori che si mescolano l’un altro, dall’ oro dei campi al verde delle montagne.

Insieme alle compagne ho avuto la possibilità di passeggiare per le strade di questa città e la prima impressione è stata quella di chiedermi: “Qui sono tutti uomini?…

Una prima spiegazione a questa reazione è probabilmente che qui le donne, almeno la maggior parte, è coperta dal velo sul capo e molte delle volte su tutto il viso, ciò mi ha scossa profondamente. Un’altra impressione che mi ha colpita mentre camminavamo, era quella di essere osservate, scrutate, quasi fossimo degli alieni… che poi non sarebbe stato manco tanto male vista la situazione apocalittica che stiamo vivendo di questi tempi. Ammetto però d’altra parte che io stessa sono cresciuta in un paese occidentale, fatto di modelli, regole differenti, molte volte sbagliate o che comunque sono un “contentino” rispetto a quello che dovrebbe essere poi un’effettiva liberazione della persona dal patriarcato. U’autocritica che nei nostri paesi si fa molta fatica a comprendere poiché penso che il patriarcato sia molto più interno di quello che si può pensare e vedere immediatamente.”

“…per me questo viaggio è cominciato molto tempo fa.

Era febbraio ed ero appena tornata dal Rojava, mi ritrovavo ancora una volta nel mio paese senza nulla, senza un punto di riferimento, un progetto politico, un obiettivo, ma questa volta era diverso.

Era diverso perché avevo visto una rivoluzione, avevo vissuto in un processo organizzativo rivoluzionario dove le donne sono l’avanguardia e ritrovarmi di nuovo nel mio piccolo collettivo politico cittadino, al servizio delle dinamiche machiste mi stava facendo impazzire.

Per riprendermi non ci è voluto molto, ad aprile ho partecipato al campo di Jineoloji del sud Europa e poi a quello del sud Italia e così tutto è diventato più chiaro.

C’erano delle donne che come me avevano fame di imparare, di formarsi e di creare una vita diversa, lontana dalle dinamiche patriarcali e machiste che affrontiamo quotidianamente.

Avevamo la voglia di costruire qualcosa di nuovo anche se non sapevamo ancora di cosa si trattasse.

In questi mesi ho conosciuto molte donne in giro per l’Italia e da ognuna di loro ho preso un pezzetto che adesso porto con me.

Ognuna di loro mi ha arricchito e mi ha regalato tanta speranza che stavo per perdere.

Di questo viaggio fanno parte tutte, nessuna esclusa e tutte sono con noi in questo momento.

Ci siamo salutate a Francoforte, eravamo lì con gli occhi pieni di gioia e lacrime.

Ci siamo dette arrivederci e abbracciate, tutte, una ad una per dirci che questo viaggio non eravamo noi che in questo momento siamo qui, ma che questo viaggio l’abbiamo cominciato tutte insieme mesi fa e adesso ognuna con un pezzo dell’altra continua questo stesso percorso volto allo stesso obiettivo.

Che dire, essere qui mi ha fatto tirare un sospiro di sollievo, sono innamorata come lo ero la prima volta di questi territori.

È quasi come essere a casa, come mi sono sentita a casa in Sardegna, Sicilia, Napoli, Puglia, Roma, Calabria.

Perché alla fine cosa significa essere a casa?

La casa è dove hai qualcosa da difendere, qualcosa per cui lottare.

La rivoluzione non ha confini e ovunque nel mondo ci sarà una donna oppressa, un popolo oppresso allora sarà anche casa nostra e parteciperemo all’autodifesa della nostra casa.

Fino a che l’ultima sorella e donna non sarà libera.”

1.2 Cenni&Curiosità storiche: popoli che ricordano

A Sulaymaniyya, al margine della città, proprio di fronte al grande parco Azadi, “libertà”, c’è un grande edificio color terra, asserragliato entro mura rivestite da filo spinato. Questo posto, un tempo luogo di prigionia e tortura, fu utilizzato dal regime di Saddam Hussein, per incarcerare centinaia di curde e di curdi, in particolare durante gli anni del genocidio compiuto fra il 1987 e il 1988.

Il carcere fu chiuso nel 1991 grazie alla resistenza portata avanti dalle curde e dai curdi iracheni.

Oggi questa ex-prigione è un museo della memoria. L’area del museo, il cui ingresso è gratuito, per incentivare le persone a non dimenticare, è divisa in tre parti. Una grossa parte del carcere è stata conservata perfettamente e targhe alle pareti indicano i diversi utilizzi che venivano fatti delle varie celle, indicando tutte le forme di tortura che venivano compiute. La seconda parte è invece dedicata al ricordo del genocidio, vi è un lungo corridoio ricoperto da un mosaico di specchi, dove ogni frammento rappresenta una persona morta nello sterminio; qui sono raccolte ed esposte numerosissime fotografie dell’esodo dei profughi verso il confine con l’Iran.

La terza parte è quella che forse più ha colpito la nostra attenzione, qui la memoria è fresca, quest’ultima sezione è infatti dedicata alle martiri e ai martiri della guerra di resistenza contro l’ISIS.

La foto di ogni martire che sia Peshmerga (curde/i iracheni), YPG o YPJ (curde/i siriani), morto combattendo l’ISIS ha un posto sulle pareti di questo museo.

Il rapporto fra la resistenza del Rojava, il kurdistan siriano, e i Peshmerga di Barzani, non è cosa semplice da comprendere, le differenze sono molte e in molti casi i secondi hanno ostacolato, più che sostenuto la rivoluzione e il PKK.

Eppure ci è sembrato importante lo sforzo di recuperare da subito una memoria recente collettiva, che nel resto del mondo è spesso sminuita, se non proprio offuscata o dimenticata.

Jin Jiyan Azadi

Un abbraccio resistente a tutt*

Brigata Maddalena.

JINWAR, UN VILLAGGIO DELLE DONNE PER LE DONNE.

Lo scorso anno nel mezzo delle distese desertiche del Rojava (Kurdistan Siriano) ha preso vita uno dei progetti più significativi per il movimento delle donne in kurdistan: Jinwar

Jinwar che in curdo significa “luogo delle donne” sarà un villaggio dove troveranno accoglienza tutte quelle donne che desiderano vivere in una società in cui possano autodeterminarsi e in cui possano essere libere di esprimere la propria natura, come ad esempio donne che hanno perso il marito in guerriglia e a cui risulta difficile ricominciare una vita da sole, perchè la società gli impone di sposarsi dinuovo o di portare il lutto a vita, oppure donne che rifiutano l’idea della famiglia classica e che nella società avrebbero problemi ad esprimere questo punto di vista.
Infatti spesso le donne, oltre ad essere vittime di violenza fisica sono anche vittime di violenza psicologia in quanto le uniche strade possibili per loro sono il matrimonio o la vita rinchiuse in casa.
Le donne curde hanno fatto grandi progressi per sconfiggere e combattere la mentalità patriarcale ma il lavoro è ancora molto e Jinwar è un passo per raggiungere l’autodeterminazione.
Jinwar sarà un luogo in cui una donna potrà scegliere di vivere nella società anche senza sposarsi, Jinwar sarà un luogo in cui la donna potrà esprimere il proprio punto di vista e la propria natura senza dover sottostare a pregiudizi della mentalità patriarcale.
Il 25 agosto Jinwar ha festeggiato simbolicamente la fine della costruzione delle prime case a cui sono state montate delle porte, ma che non sono ancora pronte per viverci in quanto c’è ancora da risolvere il problema dell’acqua e della corrente elettrica.
Per il momento il villaggio si autoalimenta con un generatore e per l’acqua hanno un pozzo che servirà sia per l’impianti idraulici delle case sia per l’acqua potabile.
Le case nel progetto finale (momentaneo) saranno 21.
Queste sono costruite con paglia e fango, quindi in completa sintonia e nel rispetto dell’ambiente circostante.

Viene solo usata una colata di cemento sul pavimento per evitare che la pioggia e le intemperie possano distruggere le fondamenta, ma per il resto i materiali sono completamente naturali ed autoprodotti.
Inoltre a Jinwar è presente anche un orto, dove le donne hanno piantato diversi tipi di ortaggi e verdure per cercare di autoprodursi in totale autonomia e boicottare il sistema capitalista totalmente. Quello dell’orto è stato il primo progetto in Jinwar, il 25 novembre 2016 è stato piantato il primo albero, l’otto marzo invece simbolicamente è stata posata la prima pietra e sono cominciati i lavori, adesso in soli 5 mesi, il villaggio comincia a prendere forma e le prime case sono finite.
Un altro obbiettivo del comitato Jinwar è quello di riuscire a terminare la costruzione dei tetti delle case prima che inizi l’autunno in quanto le piogge distruggerebbero il lavoro fatto fin ora.
La costruzione di queste case è quindi un grande evento per il comitato di Jinwar, composto da donne provenienti da diverse zone del Rojava, che ha chiamato la comunità per festeggiare.
Durante i festeggiamenti non possono mancare i tipici balli curdi e le canzoni dedicate alla guerriglia alle YPG e YPJ.

Simbolicamente tutte e tutti i partecipanti all’evento hanno portato i mattoni, anch’essi di paglia e fango, vicino le fondamenta di una nuova casa in costruzione e insieme hanno cominciato ad assemblarla.

Questo momento è stato molto emozionante, c’erano donne di tutte le età, uomini, bambini e bambine che insieme costruivano qualcosa, fisicamente ma sopratutto costruivano insieme un’idea, l’idea che la donna in questa società e in tutte le società possa essere libera, l’idea che la donna può autodetrminarsi e che questa non è un’utopia, l’idea che la donna potrà essere libera e consapevole della propria figura all’interno della società, ma sopratutto l’idea che non ci sarà liberazione dei popoli se prima non ci sarà la liberazione delle donne.
Consapevoli che Jinwar sarà un esempio di una nuova vita per tutte le donne che credono nella libertà.
JIN JIYAN AZADI

Essere Curdi


Mi chiamo Heval Iskan. Sono nato a Diyarbakir nel 1980, ma vivevo in un piccolo villaggio lì vicino, è questo il motivo per cui ho un rapporto speciale con la natura.
Quando naqui mio padre fù imprigionato, a quei tempi i curdi venivano perseguitati molto dal governo turco. Mio padre era un simpatizzante dell’ideologia socialista ed è per questo che fù imprigionato.
La nostra situazione economica era molto buona e nel villaggio godevamo del rispetto di tutti, non avevamo bisogno di nulla e stavamo bene.
Passai la mia infanzia in questo piccolo villaggio e quando crebbi dovetti frequentare le scuole turche. Questo periodo fu molto difficile per me perchè non conoscevo il turco e l’insegnante mi picchiava se parlavo curdo, ma quella era la mia lingua, immagina se tu che sei italiana dovessi essere costretta a studiare in francia, la condizione era questa.
Ero un bambino e non capivo il motivo per cui mi picchiava, i bambini non sanno nulla di politica, la nostra mentalità era pura e naturale, nel villaggio giocavamo e parlavamo ma a scuola divenne impossibile e non sapevamo perchè, fù un periodo molto duro.
Nel 1984 il PKK cominciò la difesa armata contro il governo turco e per i curdi fu molto difficile.
Mio padre ci teneva che noi conoscessimo la nostra cultura e ci faceva ascoltare delle cassette di musica curda tradizionale, affinchè non dimenticassimo chi eravamo, ma se i turchi trovavano queste cassette potevano accursarci di affiliazione e arrestarci, ma mio padre continuava a farcele ascoltare.
In generale, la mia famiglia supportava il PKK come molte altre famiglie all’epoca. Due mie cugine facevano parte della gueriglia del PKK, adesso sono diventate martiri. Amavo le mie due cugine.

cugine di heval Iskan

Quando alla tv sentivamo parlare del PKK, ne parlavano come se fossero dei terroristi,ma io sapevo che il governo turco era il vero terrorista.
Il PKK era sempre presente, veniva nelle nostre case, nei nostri villaggi, ci informava e ci preparava alla resistenza.
Nel 1990 avevamo sì una posizione politica ma non sapevamo nulla della nostra cultura, abbiamo dovuto lavorare e formarci per rafforzare e migliorare la nostra ideologia.
A quel tempo il governo turco diceva che avrebbe buttato il kurdistan, la sua cultura e il suo popolo in una tomba e ci avrebbe seppelliti con una colata di cemento. Perchè per il governo turco i curdi non esistono.
E in parte hanno fatto quello che avevano professato, hanno ucciso tante persone tante altre torturate, se guardo il kurdistan oggi, vedo che ci hanno divisi in 4 parti, per controllarci e annientarci più facilemente.
Nel 1991 avevo 11 anni , i turchi uccisero 12 curdi fra cui anche bambini ed esposero i loro corpi a scuola per farci spaventare e intimorirci. Quando ho visto questo con i miei occhi ho cominciato ad odiare i turchi e ogni volta che li vedevo volevo ucciderli tutti, così decisi di entrare nella guerriglia.
Lì c’era mio zio Mahamut Gun.

Mahamut Gun, zio di Heval Iskan

Era il comandante della guerriglia e mi disse di tornare a casa, che ero troppo piccolo per combattere.
Tornai a casa e continuai la mia vita, nel mio villaggio, un villaggio molto semplice e con un ottimo rapporto con la natura, la rispettavamo. I turchi arrivarono nel nostro villaggio e lo bruciarono e noi fummo costretti ad abbandonarlo e così cominciammo al migrazione.
Ci ritrovammo nelle città a cui non eravamo abituati e dove non conoscevamo nessuno, nel frattempo c’erano molte propagande contro i curdi e il PKK, dicevano che eravamo senza dio, che non eravamo dei buoni musulmani e questo in una popolazione profondamente credente e religiosa attecchisce più che mai. Continuammo a essere perseguitati e non fu facile cambiare la mentalità nei confronti dei curdi e del PKK.
Quando divenni studente divenni anche un simpatizzante del movimento. Nella scuola eravamo preparati al fatto che potessero venire ad arrestarci e avevamo dei coltelli e altre armi minori per difenderci.
Un giorno, avevo 12 anni, i turchi vennerò ad arrestarci e noi avevamo dei coltelli ma non sapevamo combattere e non eravamo pronti, un soldato turco mi afferrò e con il coltello che avevo in mano lo colpii e lo ferii al braccio. Così mi arrestarono!
Mi portarono in tribunale e il giudice disse “ma come, sei stato ferito da un bambino?” dopo questo mi diedero un colpo in testa con la canna di un fucile e mi imprigionarono per la prima volta, e per la prima volta mi torturarono.
Uscì dal carcere ma poco dopo fui arrestato dinuovo perchè ero un simpatizzante del PKK, ma sopratutto perchè ero curdo. Questa volta mi arrestarono perchè volevano uccidermi, ricordo che prima di entrare in carcere mi tolsero tutti gli anelli che avevo.
Mi torturarono per 25 giorni.
Mi legavano , mi mettevano all’interno dei pneumatici delle jip e poi partivano e smettevano solo quando perdevo i sensi, ogni volta chiudevo gli occhi e cercavo di ricordarmi che avrei lottato contro di loro e che io esisto!
A quel tempo non avevo vere e proprie relazioni con il partito e quindi all’interno del carcere mi sentivo piuttosto solo, fu un periodo difficile!
Quando uscii dal carcere decisi definitivamente di entrare nella guerriglia del PKK per lottare contro il governo turco.
Era il 1998 e avevo 18 anni, feci questa scelta insieme ad una delle persone più importanti della mia viata il mio amico Iskan Tas.

Martire Iskan Tas, migliore amico di Heval Iskan

Così insieme tornammo a salutare le nostre famiglie ma mio padrè morì e io decisi di restare accanto alla mia famiglia che era assolutamente contraria al fatto che entrassi nella guerriglia.
Iskan partì e mi disse ” se diventerò martire promettimi che prenderai il mio fucile e continuerai la mia lotta”.
Dal 98 al 2001 sono stato responsabile del movimento dei giovani e ho lavorato con loro, nel 2001 andai a lavorare per il giornale.
Nel 2003, Iskan morì. Lo stesso giorno che lui divenne martire contro il volere della mia famiglia all’età di 23 anni, mi arruolai nelle milizie del PKK e presi il nome del mio migliore amico, di colui che nella mia vita avevo amato di più.
Qui ebbi una formazione militare e ideologica, qui ritrovai la libertà e l’amore.
Ho visto morire molti compagni, e sono stato ferito molte volte.
Dopo cominciai a scrivere, e sulle montagne di Qandil scrissi un romanzo di 500 pagine con le storie dei miei compagni per ricordarli, così il partito mi disse che quello sarebbe stato il mio ruolo da quel momento in poi, avevano bisogno di persone che scrivessero per il partito e della nostra lotta e questo è quello di cui mi occupo adesso.
La nostra battaglia contro i turchi è la battaglia di tutta l’umanità. Ci sono stati tanti genocidi, degli armeni, palestinesi, ebrei , curdi e noi lottiamo per tutti loro.
Il PKK è rivoluzione, e la rivoluzione non ha un’inizio e una fine. E chiunque è interessato a la rivoluzione allora diventa un rivoluzionario.
La rivoluzione non è un utopia, non è un sogno.
Come il bambino non può vivere senza la mamma che si occupa di lui, così noi ci prendiamo cura della società affinchè possa crescere e camminare da sola.
Siamo responsabili per la nostra società come per la natura che ci circonda.
E se cambi la mentalità della società allora la rivoluzione non è un sogno.
Ci sono molti paesi come la svizzera, in cui la popolazione ha tutto ma comunque c’è stata una serie di suicidi di massa e questo perchè? Proprio perchè hanno tutto, il capitale gli da tutto e non sono felici.
La nostra guerriglia e la nosta società non ha nulla , ma viviamo con il sorriso sulle labbra.
E non saprei immaginare una vita diversa da questa, quello che sogno è di vivere in una società libera da persona libera.
Sono 15 anni che non vedo mia madre, lei vive in turchia se vado da lei i turchi mi arrestano.
Come voi occidentali sognate la rivoluzione, io sogno di rivedere mia madre in una società libera.

Cosa vuol dire per me “Heval” (compagni o amici in curdo)?
Heval sono un gruppo di persone che camminano insieme senza lasciare indietro nessuno.
Gesù aveva i discepoli, e il PKK ha i compagni, forti e con un legame intenso.
differenza tra amici e compagni? compagni è per la vita.
Il segreto dell PKK è questo, compagni uniti contro il capitalismo.
Ma da noi compagni significa anche sacrificio.
C’era un compagno che aveva delle granate sulla cintura e il gilet sopra, quando si è tolto il gilet si è reso conto che aveva tirato anche la leva di sicurezza della granata e che sarebbe esplosa da un momento all’altro. Ha preso la granata e se l’è stretta allo stomaco ripiegandosi su di essa così è morto ma è riuscito a salvare tutti i comagni e le compagne intorno a lui.
Oppure il comandante Mahir.

a sinistra il comandante Mahir

Ferito alla testa e rimasto senza sensi in una guerriglia contro i turchi. Sono morti 4 compagni per salvarlo, si sono sacrificati 4 compagni per salvaro e lui ha vissuto.
Compagni vuol dire camminare insieme ed essere disposti a sacrificicare la propri vita.
” perchè noi, amiamo talmente tanto la vita da morire per essa”.

UN ALTRO PASSO VERSO LA DEMOCRAZIA

Le prime elezioni dei territori federati del nord della Siria.

Il 18 marzo 2016 è stata dichiarata l’assemblea costituente del federalismo democratico del nord della Siria, da quel momento si è cominciato a lavorare per autorganizzare i territori facenti parte della federazione.
Il 29 dicembre 2016 l’assemblea costituente termina di riscrivere il “contratto sociale del federalismo democratico del nord della Siria” e oggi 22 settembre 2017 un’altro grande passo per compiere la democrazia diretta: le prime elezioni della Siria del Nord.
Le zone interessate dalle elezioni sono le regioni di Firat, Afrin e Cizre, quest’ultima è la regione che stata presa in considerazione per questa analisi e su cui si basano le ricerche.

Seggio elettorale in una comine di Qamislo

Il diritto di voto è esteso a tutti i cittadini e le cittadine che vivono nelle regioni facenti parte della federazione, quindi il diritto di voto non è esclusivo della popolazione curda ma comprende tutte le etnie che vivono in questi territori come assiri, armeni, ceceni, arabi, cristiani, turcomanni e yazidi.
Alcune città della federazione infatti sono a maggioranza araba ad esempio, ma questo non è in alcun modo un impedimento, anche perchè uno dei punti del confederalismo democratico (il sistema attualmente vigente nella Siria del nord) è la negazione dello stato e la lotta contro il capitalismo che non è un problema riguardante solo l’etnia curda, ma di tutti i popoli.
Queste prime elezioni saranno dedicate alla scelta dei co-presidenti delle comine.

Scheda elettorale, a sinistra le candidate donne, a destra i candidati uomini. Nel voto si può esprimere una preferenza per entrambi

Le Comine sono delle assemblee di quartiere di massimo 400-500 case e sono alla base del sistema confederale
“La comine è la base essenziale della democrazia diretta”
articolo 48 del contratto sociale
La comine si occupa di tutte le decisioni che riguardano la società ed è composta da semplici cittadini e cittadine, tutta la società fa parte delle comine che discutono i problemi del quartiere, le iniziative, gli eventi e le questioni riguardanti acqua, elettricità, costruzione delle strade ecc.
Nella regione di Cizre ci sono 2487 comine, nella sua capitale, Qamislo, le comine sono 264.
Ogni comina risolve e autorganizza la vita della società in maniera autonoma, i problemi e le decisioni delle comine vengono riportati ai consigli, i cui membri sono i co-presidenti delle comine.
I co-presidenti del cosiglio a loro volta compongono l’assemblea del cantone e così fino ad arrivare all’assamblea costituente.
L’assemblea costituente non può prendere decisioni o approvare leggi senza aver discusso e organizzato delle votazioni con tutte le comine presenti nei tre cantoni, quindi sono le comine che prendono le decisioni rispetto alle necessità della popolazione, anche le proposte che arrivano all’assemblea costituente vengono direttamente dalle comine.
Ad esempio l’eta per votare è 18 anni, prima che questo diventi legge la proposta si discute e si vota in tutte le comine che hanno l’ultima parola e potere decisionale sull’approvazione della legge.
Con queste elezioni dunque si sceglieranno i co-presidenti delle comine ma nello stesso tempo i membri del consiglio.
I co-presidenti sono sempre un uomo e una donna, questo è un’altro punto importante del confederaliso democratico che garantisce una quota del 50% alla donna, per non far si, come è accaduto in passato, che questi tipi di incarichi diventino prerogativa degli uomini, questo sistema garantisce anche una completa parità dei generi.
Tutti I cittadini e le cittadine che fanno parte delle comine e dunque della federazione possono candidarsi all’età minima di 18 anni, se sono parte di partiti o movimenti devono abbandonarli in maniera tale che la provenienza non influenzi il voto. Quindi non ci sono partiti o movimenti nelle elezioni ma solo ma solo semplici cittadini.
Per poter votare l’età minima è di 18 anni e il diritto di voto si stabilisce all’interno della comine.

Dopo aver dato il voto si ricopre di inchiostro, che va via dopo 3 giorni, il dito degli elettori per evitare che votino dinuovo

Per le persone che vivono nel territorio ma non fanno parte delle comine c’è una legge che garantisce il diritto di voto a coloro che hanno un documento che dimostri una residenza di almeno 10 anni in quel terrirorio, se invece si è un membro della comine il tempo di resisdenza non è un dato di valutazione per il diritto al voto ma questo viene stabilito in base ad altri principi come ad esempio la partecipazione o il contributo dato alla comine.
Nelle decisioni del diritto al voto non influiscono in alcun modo la provenienza etnica, la religione, l’appartenenza a gruppi culturali e a frammentazioni sociali.
Nella maggior parte dei casi le comine non necessitano di un documento statale per la partecipazione alle votazioni nè alla vita sociale, non riconoscendo lo stato automaticamente non si riconoscono le sue pratiche.

Elettore inserisce nell’urna la scheda elettorale in una busta sigillata

Una volta scelti i co-presidenti, essi riceveranno una formazione teorica e pratica sul sistema del confederalismo democratico per ricoprire al meglio il loro incarico.
I co-presidenti non ricevono alcuno stipendio ma mantengono il proprio lavoro, in casi particolari ricevono dei rimborsi ma questo è raro dato che si provvede a qualsiasi cosa e non si creano le condizioni per cui si debbano spendere soldi per il proprio lavoro.
Ad esempio un rimborso spese potrebbe essere la benzina per I movimenti, ma di solito ci sono delle auto comuni con una serie di buoni benzina che si usano per le questioni che riguardano gli spostamenti dei co-presidenti.
I co-presidenti non possono candidarsi per più di due termini consecutivi, I termini non sono fissi ma variano in base alla situazione e ai bisogni.
L’incarico di co-presidente quindi non ha alcun interesse economico o di carriera, chi ricopre questo ruolo lo fa generalente per dare un contributo alla propria società e per autorganizzarsi autonomamente partendo dal basso e rispetto alle necessità della popolazione .
Se la condotta dei co-presidenti non è adeguata, per esempio se rubano soldi, la comine decide di dimetterli dalla carica e di rifare le votazioni per la propria comine.
Nei giorni antecedenti alle elezioni in tutti i quartieri di tutte le regioni si sono svolti degli incontri aperti a tutta la popolazione in cui i/le rappresentanti dell’assemblea costituente approfondivano la questione delle elezioni, spiegavano l’importanza del voto, il momento storico in cui ci troviamo e la situazione geopolitica.

“quando abbiamo cominciato questa rivoluzione, nessuno credeva che ce l’avremmo fatta, che il nostro sistema avrebbe funzionato, ma insieme abbiamo dimostrato il contrario, abbiamo dimostrato che questo sistema funziona proprio perchè parte dal basso, ecco perchè sono così importanti queste elezioni, perchè sono la conferma che questo sistema è possibile, che un’alternativa al sistema capitalista è possibile.”
Qual è la differenza fra l’elezioni statali e le elezioni nella Siria democratica?
“Senza il popolo uno stato non può esistere, ma senza uno stato un popolo può vivere.”
La differenza non è solo nelle elezioni , qui il popolo ha cominciato ad autorganizzarsi in completa autonomia e facendolo si è reso conto che lo stato era solo un’oppressione.
“All’inizio della rivoluzione non avevamo acqua ed elettricità e la gente pensava che almeno con lo stato potevamo averle, ma con il tempo si sono resi conto che era solo un contentino per distogliere la popolazione dai problemi e per far si che non si ribellasse.”
Oggi nel nord della Siria c’è acqua e luce, bisogni a cui il sistema confederale provvede senza chiedere nulla in cambio.
Abdullah Ocalan ( leader del PKK , il partito dei lavoratori del kurdistan) dice che tutti gli stati prima o poi crolleranno perchè lo stato è oppressione e nega la libertà e un popolo senza libertà si ribellerà.
Grazie alla rivoluzione in kurdistan la popolazione ha realizzato che non ha bisogno dello stato per vivere e questa è la prova concreta che la mancanza di uno stato non porta al caos ma alla liberazione di tutte e tutti.

Mano nella mano con la Rivoluzione delle Donne in Rojava

Le donne della Comune Internazionalista del Rojava hanno organizzato una delegazioneinternazionale femminista per far conoscere la realtà delle donne e la società della Rivoluzione. La lotta contro il patriarcato, la lotta per la libertà degli esseri umani e la natura (ecologia) è una lotta
internazionalista. Indipendentemente dalle diverse esperienze che abbiamo fatto nella nostra vita, il nostro cuore e il nostro respiro è all’unisono con la rivoluzione sociale. Alla delegazione hanno partecipato 15 donne da diversi paesi (USA ed Europa) per discutere, vivere autonomamente e direttamente la rivoluzione. Questa esperienza ci ha dato la possibilità di sentire, sviluppare e vivere la potenza e la forza delle nostre relazioni a livello globale.
La delegazione si è formata i primi giorni giugno alla Comune Internazionalista, dove ci siamo ritrovate. L’accademia internazionalista è dedicata a Sehid Helen Qerecox, martire ad Afrin. La prima città in cui abbiamo fatto degli incontri è stata Qamişlo, dove abbiamo incontrato le giovani donne che sono parte della rivoluzione con il gruppo Jinên Cîwan, che gestiscono uno spazio limitrofo ad una zona ancora controllata dal regime di Assad. Ragazze con diverse origini culturali perché provenienti da famiglie kurde, assire e turcomanne, che insieme organizzano corsi di teatro, sport, gestiscono una piccola biblioteca e offrono sostegno alle ragazze in difficoltà.
Con loro siamo andate alla stazione radio Dengê Cudî, la radio della rivoluzione, abbastanza potente da trasmettere anche a Nisebîn, l’altra metà della città che è sotto il controllo turco*, oggi separata dal muro che corre lungo il confine. La frequenza è 101.5 e la programmazione è gestita da giovani con approfondimenti che tentano di rappresentare le diverse sfaccettature della società. C’è un focus specifico sulle ragazze in cui vengono proposte delle letture ad alta voce e discussioni sul loro ruolo nella società e nella rivoluzione. La stazione è completamente autogestita, noi abbiamo partecipato al palinsesto con un momento ricreativo di grande forza, cantando una canzone originale dedicata alla rivoluzione, che finisce con lo slogan “Jin, Jian, Azadi”, Donna, Vita, Libertà!

A pranzo siamo state ospiti delle donne che partecipano al gruppo Forze di Difesa della Società, HPC-Jin (Hêzen Parastina Cîvaka). Le HPC sono forze di auto-difesa delle Comuni e in questo caso, come in tutte le altre strutture, le donne si organizzano autonomamente, pur coordinandosi con tutte le organizzazioni. Le donne, perlopiù madri e nonne, sviluppano la loro consapevolezza attraverso la filosofia di Abdullah Öcalan e con la pratica di anni di lavoro rivoluzionario. Più tardi ci siamo spostate nella sede di Asayîşa Jin dove abbiamo incontrato fantastiche giovani donne che lavorano instancabilmente per la difesa della società.

Sempre a Qamişlo siamo state invitate alla Mala Bîrindar, Casa dei Feriti. In un grandeedificio con giardino, orto ed alcuni animali da cortile, vivono, collettivamente, donne e uomini delle forze di difesa popolari YPG e YPJ pesantemente ferite durante i combattimenti. In questo momento sono impegnati in un riconoscimento più ufficiale in modo da avere accesso alle cure necessarie per i feriti più gravi, anche con l’aiuto di paesi esteri. Attualmente la loro capacità di ottenere trattamenti salva vita e terapie specifiche è fortemente limitato dall’embargo attivo (Iraq e
Turchia) e dal pessimo lavoro diplomatico a livello internazionale che ha permesso ad Erdogan di attaccare il cantone di Afrin pochi mesi fa. Fra le persone con cui abbiamo avuto la fortuna di pranzare, parlare, cantare e bere çay, abbiamo incontrato anche un partigiano che aveva combattuto proprio ad Afrin insieme alla nostra compagna internazionalista Şehîd Hêlîn Qereçox, che è caduta martire nel tentativo di liberare il cantone dalle forze di occupazione (militari turchi e jihadisti).
Dopo una pausa çay all’Accademia di Jineolojî International in Amûde siamo andate a Navenda Ciwanên Azad, il centro sociale della gioventù libera a Dîrbesiyê, dove abbiamo giocato a pallavolo, bevuto çay e ballato. La sera siamo andate in visita ad alcune famiglie dei martiri, abbiamo parlato con i genitori, con i fratelli e sorelle dei giovani membri delle forze di difesa popolare YPG-YPJ. Per la notte ci siamo divise fra alcune di queste famiglie, condividono con loro la colazione. La mattina seguente siamo partite per Jinwar, il villaggio delle donne libere.
Cosa possiamo dire di Jinwar? Il più bel posto creato qui. Appena siamo scese dal bus siamo state catturate da un’atmosfera che ci ha aperto alle possibilità e ci ha liberato dalle catene del ruolo. E’ un villaggio sperimentale aperto soltanto alle donne, nato come utopia ha trovato concretezza nel corso dello scorso anno. Quest’aria gioiosa è la creativa possibilità che si concretizza con il progetto. Girando nel villaggio possiamo vedere i luoghi in cui la comunità umana vivrà e crescerà in stretta connessone con la natura. Una consistente parte del villaggio è in costruzione, donne uomini stanno lavorando per portare a termine le strutture con la tecnologia tradizionale dei mattoni crudi. Le persone che lavorano sono principalmente uomini,
scettici quando il progetto è iniziato, si sono persuasi a poter venire per un çay nel loro giorno libero. Abbiamo pranzato insieme e trascorso alcune ore partecipando alla realizzazione di alcuni mattoni di terra cruda. La comunità sta già organizzando un orto con frutteto che permetterà
prima l’autonomia poi il commercio di prodotti della terra. Purtroppo la Turchia ha bloccato l’acqua del ruscello che scorre vicino, provocando una costante diminuzione di acqua che, nella stagione estiva, è particolarmente preoccupante.
Il giorno successivo abbiamo incontrato il Kongreya Star di Dîrbesiyê, l’ombrello di tutte le organizzazioni e istituzioni femminili, l’equivalente del TEV-DEM. Sono il riferimento per il coordinamento e l’organizzazione delle strutture autonome delle donne, ad esempio Mala Jin
(Casa della donna), dove abbiamo preso un çay poco dopo, è parte del Kongreya Star . La Casa delle Donne funziona come luogo della risoluzione dei conflitti, anche quando siamo arrivate per l’incontro, nella stanza vicina, stavano cercando una soluzione per questa situazione: un uomo
che ha vissuto in Europa per alcuni anni è tornato ed ha sposato una ragazza. Prima del matrimonio la ragazza aveva insistito che la condizione per sposarsi era che poi avrebbero vissuto come coppia nel territorio del Confederalismo Democratico del Nord della Siria. L’uomo aveva accettato ma ora aveva intenzione di trasferirsi in Europa. Altre donne si rivolgono per le violenze domestiche o le oppressioni che subiscono in famiglia.

Dalla città di Dîrbesiyê abbiamo viaggiato verso est lungo il confine fino a Serêkaniyê, altracittà divisa in due dal confine turco-siriano. Siamo state ospiti della Komîna Film Rojava ( https://www.youtube.com/watch?v=E3etVMFG7DU&feature=youtu.be ) che stanno lavorando ad un film sulle danze e canzoni tradizionali curde, realizzando documentari nei villaggi vicini.
Un lungo viaggio ci ha portato da Serêkaniyê a Kobanê, città divenuta famosa a livello internazionale per la resistenza opposta dalle donne delle YPJ che hanno portato alla definitiva liberazione del territorio dell’Eufrate dall’IS. La battaglia per la liberazione è costata centinaia di vite di giovani, appena arrivate siamo andate al Şehidlik, il cimitero dei combattenti morti per la liberazione della città, centinaia di persone.

“In questo luogo mi sono fatta molte domande ed ho sentito un profondo odio verso il sistema crescere in me, ho iniziato a capire che cosa significa la lotta contro il sistema e quale responsabilità abbiamo ricevuto dal sacrificio delle martiri.

Nella città di Kobanê abbiamo visitato il museo dei martiri e il Museo della Resistenza, un quartiere al confine turco che non è stato ricostruito dopo la
liberazione. Costituisce la memoria fisica delle conseguenze della guerra, il significato della resistenza e la distruzione. Le strade e le case sono colme di storie, le macerie raccontano di sofferenze, di violenza, di resistenza e l’estrema crudeltà dello Stato Islamico. Tutte le persone raccontano
dettagli dell’assedio di Kobanê, tutti conoscono le storie dei martiri che hanno sacrificato la loro vita per la libertà. La martire Şehîd Arîn Mirkan riveste un ruolo particolare nella storia della battaglia di liberazione. Il suo sacrifico ha cambiato il corso della resistenza, il suo coraggioso suicidio ha dato vigore e fiducia alle forze di difesa popolari mentre ha abbattuto il morale dei miliziani Daesh, poiché credono che se una donna ti uccide non andrai in paradiso. Abbiamo visitato l’altura in cui è avvenuta l’azione, Mistenur.
Fuori dalla città abbiamo incontrato un campo YPG dove le giovani ragazze combattenti ricevono un’educazione e preparazione militare. Un luogo ricco di energia positiva dove abbiamo bevuto çay conversando, ciascuna ci ha raccontato la sua storia personale, arricchendoci delle numerose sfaccettature che ha il tema dell’autodifesa. Il comandate e le ragazze combattenti ci hanno accolto ne loro ambiente quotidiano, pervaso di amore, profonda consapevolezza e senso di responsabilità, qui abbiamo condiviso un profondo desiderio di pace e libertà. Il campo presiede la sicurezza di alcune famiglie ezide provenienti da Afrin. Da qui siamo andate a visitare Mala Serokatîla, la casa in cui Abdullah Öcalan è stato per alcuni mesi prima di andare nella valle della Bekka in Libano, un posto simbolico per il movimento curdo perché qui Serok Apo ha elaborato una strategia, analizzando la situazione, alla base dello stesso movimento.

Infine le YPJ hanno reso possibile la visita di Raqqa e Tebqa, le due città arabe recentemente liberate dall’IS. Mentre a Kobane la battaglia si è svolta
principalmente a terra con le forze di difesa curde, in queste due città c’è stata la collaborazione degli attacchi aerei USA.
Sono territorio costellati di luoghi in IS ha commesso i crimini più atroci contro la società civile. La popolazione che è solo in minima parte tornata vive fra le macerie, fra palazzi mezzi crollati, perché ancora i segni della guerra sono dominanti.
La delegazione si è conclusa con la partecipazione al campo per giovani ragazze sul tema di Jineologî, un concetto iniziato da Ocalan che è una fusione di scienza, femminismo, studi di genere e storia dalla prospettiva delle donne. Abbiamo campeggiato con cinquanta ragazze sulle sponde dell’Eufrate, per cinque giorni abbiamo condiviso il quotidiano e le attività di formazione sulla storia del patriarcato, sulla conoscenza di se stesse, su Jineologî, le libere relazioni. Il pomeriggio era impegnato con workshop di musica, pittura, guida, lezioni di inglese e lingua curda. L’ultimo giorno lo abbiamo trascorso in piscina, divertendoci molto, alcune hanno imparato a nuotare, abbiamo ballato e ascoltato musica costruendo la nostra idea di hevaltî.
Poi è arrivato il momento di lasciare non solo le compagne del campo ma anche la stessa delegazione. In queste settimane abbiamo vissuto molto profondamente siamo state accolte e protette, abbiamo ascoltato e condiviso moltissime esperienze. Ma una è rimasta esclusa: Afrin.

In marzo la Turchia, il secondo esercito per grandezza della Nato, ha occupato il cantone di Afrin dopo circa 58 giorni di resistenza. Le milizie di occupazione stanno commettendo crimini, massacri e costringendo la popolazione a lasciare le proprie case e la terra che abitavano. Come donne della Comune Internazionalista del Rojava e come delegazione condanniamo l’occupazione. Afrin è e rimarrà parte della Confederazione Democratica del Nord della Siria. Sarà nuovamente libera, questo è l’obiettivo del movimento per la libertà dei popoli di tutto il mondo.

Abbiamo visto la complessità e la realtà della rivoluzione, la vita e la società nella Federazione Democratica della Siria del Nord, questo fa germogliare in noi nuove forme di resistenza. Siamo pronte a lasciare la Comune Internazionalista, piene di speranza, convinte che il mondo cambierà con il nostro cambiamento interiore.

Žene, Život, Sloboda! Jin, Jiyan, Azadî! Women, Life, Freedom!
Femmes, Vie, Liberté! Frauen, Leben, Freiheit! Mujeres, Vida, Libertad!

Kvinnor, liv, frihet! Donna, vita, libertà!

 

*Durante l’assedio della città nel 2016 ha svolto un ruolo importante per la comunicazione ed 1 informazione alla popolazione che stava cercando di difendersi dall’invasione militare turca.