IN MEMORIA DELLE MARTIRI DI PARIGI: POSSONO UCCIDERE LE RIVOLUZIONARIE, MA NON POSSONO FERMARE LA RIVOLUZIONE DELLE DONNE!

9 gennaio 2013: Ömer Güney, su mandato dei servizi segreti turchi, assassina tre attiviste curde, Fidan Doğan, Sakine Cansiz e Leyla Şaylemez, nella sede del Centro Informazioni Kurdistan a Parigi. Fiumi di manifestanti scendono in strada in Europa e in Kurdistan. Solo ad Amed,città curda in Turchia, il 17 gennaio 2013 se ne contano decine di migliaia.


4 ottobre 2022: la giornalista curda Nagihan Akarsel, membro dell’Accademia di Jineoloji,e appartenente al comitato editoriale del “Jineolojî Journal”, viene assassinata a colpi di pistola a Sulaymaniyah,in Kurdistan iracheno,davanti alla porta di casa. 


Nel 2022, in Kurdistan iracheno, oltre a Nagihan, sono state uccise altre cinque donne legate ai movimenti femminili curdi.


23 dicembre 2022: William Malet,di nazionalità francese,attacca il Centro culturale curdo “Ahmet-Kaya” di Parigi durante una riunione preparatoria per la commemorazione dell’assassinio del 2013. Perdono la vita Emine Kara (attivista), Mir Perwer (musicista) and Abdurrahman Kizil (pensionato).

“Sakine Cansiz è storia. È l’incarnazione del volto femminista del movimento di liberazione curdo. È la donna che ha sputato in faccia al suo aguzzino, quando era in prigione.” Cosi` scrive Dilar Dirik nel ricordare Sara. Co-fondatrice del PKK, simbolo di resistenza eroica in carcere, l’importanza di Sara nel movimento curdo e` tale che lo stesso Abdullah Öcalan le chiede di scrivere un libro sulla sua vita. 


Leyla, heval Ronahî, figlia della diaspora curda in Europa, era un membro della gioventu` del PKK. Quando e` stata assassinata aveva appena 24 anni. 
Sempre Dilar Dirik, in un articolo pubblicato su “The Kurdistan Tribune”, ricorda cosi` Fidan: “Non conoscevo Fidan Doğan, perché per me era Rojbin. L’ho incontrata per la prima volta quando ero alle elementari. Io e la mia famiglia ci siamo subito innamorate di lei! Era così energica, sorrideva sempre. La sua voce è ancora nelle mie orecchie.”


Di Nagihan, scrive cosi` Zîlan Diyar del Comitato Europeo di Jineolojî:”Volevo iniziare con una poesia. Poi mi sono accorta che la poesia sei tu. Com’e` stato bello respirare la vita che sapeva di poesia.” 


Emine,heval Evîn Goyî, e` arrivata in Europa dopo essere stata ferita nella battaglia per la liberazione di Raqqa dallo Stato Islamico. Prima di allora, aveva combattuto a Kobane e preso parte all’organizzazione dell’Amministrazione Autonoma.

Queste donne straordinarie, piene di dedizione e amore per la liberta, ci sono state sottratte. Piangiamo la loro morte, ma soprattutto celebriamo la loro vita. Raccogliamo la loro eredita` che parla di impegno e speranza. I loro esempi ci indicano la strada da percorrere per una vita libera, dignitosa e bella. E belle lo sono state, le nostre compagne: ben lontane dalla cupa immagine di pericolose terroriste costruita da dittatori e burocrati, il loro popolo le ricorda per l’amore sconfinato che hanno coltivato e per il coraggio con cui hanno lottato e vissuto. 


E cosi` vogliamo ricordarle noi oggi.

Donna, vita, liberta`!

Note
Il PKK e`attualmente inscritto nella lista delle organizzazioni terroristiche mondiali,tale è ritenuto, tra gli altri, da Stati Uniti e Unione Europea. Nel gennaio 2020 la Corte di Cassazione belga ha confermato la decisione della Corte d’Appello di Bruxelles secondo cui il PKK non dovrebbe essere classificato come organizzazione terroristica. A oggi non vi e` stato seguito a questa sentenza.

Şehid namirin. Le martiri non muoiono mai.


Rete Jin Nazionale
9 gennaio 2023

Sakine, Fidan e Leyla: i martiri non muoiono mai! *

“I martiri non muoiono mai!” Si può sentire questo slogan del movimento kurdo durante i funerali, nei cortei che attraversano le città europee, lungo le frontiere. Queste parole vengono ripetute davanti agli scudi antisommossa e alle armi del nemico, con gli occhi fissi al cielo. “I martiri non muoiono mai!”

Ma quando sono nate? Nel fermento di una guerra infinita di cui sfuggono i veri disegni, avvolti nella nebbia di miti e immagini propagandistiche; sono nate nel passaggio dalla vita al sacrificio, dal volto al ritratto, dall’umano al simbolico, in cui non trova posto la giustizia o un cenno di verità.

Queste nebbie, questa propaganda, oscureranno per sempre un appartamento di Rue Lafayette 123, a Parigi, dove, in una notte del gennaio 2013, furono assassinate tre donne appartenenti a differenti organi del PKK. I loro nomi: Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez. Un’azione di guerra condotta nella capitale francese, le cui modalità e le cui ragioni sono ancora senza risposta, che forse non verrà mai data.

Il principale sospettato, Ömer Güney, muore in carcere per un tumore al cervello il 17 dicembre 2016. Un mese dopo avrebbe dovuto presentarsi davanti ai magistrati per l’apertura del procedimento giudiziario a suo carico, che invece si ferma; tuttavia, nell’estate del 2021 sembrava che potesse avere fine l’inerzia che aveva accompagnato le indagini. Restano così molte incertezze sulla dinamica di questo crimine, molte doppiezze e illusionismi.

Le tre vittime, uccise insieme nello stesso appartamento, avevano storie differenti. Leyla Söylemez, 24 anni, era una leader del movimento giovanile kurdo. Fidan Dogan, 30 anni, aveva un profilo molto più alto: era una pedina fondamentale negli sforzi diplomatici del movimento nelle capitali europee, ed era in contatto costante con politici francesi di rango elevato. Infine, Sakine Cansiz era una figura leggendaria del movimento curdo, conosciuta per la sua rettitudine e la sua austerità. Aveva 54 anni ed era ai vertici del movimento che aveva contribuito a fondare, insieme all’incontestato leader Abdullah Öcalan, ancora imprigionato.

I destini di queste tre militanti, parte dello stesso movimento e promotrici della stessa causa, sono stati spezzati in pochi secondi dalle pallottole di un assassino che ogni evidenza farebbe corrispondere a Ömer Güney, un personaggio dalla vicenda oscura da poco reclutato nel movimento curdo. Eppure Güney era diventato l’autista di Sakine Cansiz, un ruolo molto delicato per un personaggio così poco conosciuto. Proveniva da una famiglia affiliata all’estrema destra turca e da una regione in cui è molto diffuso il violento nazionalismo anticurdo; come ha potuto questo militante improbabile introdursi nel cuore del movimento curdo a Parigi in così poco tempo, fino al punto di poter avvicinare una figura importante come quella di Sakine?

La domanda è ancora più inquietante alla luce delle prove emerse dopo l’arresto di Güney, che mostrano i collegamenti di questo personaggio con i servizi segreti turchi, il MIT (Millî Istihbarat Teskilati). Le radici di questo caso affonderebbero perciò nei meandri più torbidi dello stato turco, in un momento fondamentale non solo per il conflitto con i curdi ma per la politica turca in generale.

In effetti, l’attentato fu perpetrato proprio mentre, nel 2013, era iniziato il processo di pace tra Ankara e il PKK, che non godeva di un unanime sostegno tra i servizi di sicurezza, allora parzialmente infiltrati dalla rete del predicatore Fetullah Gülen, già alleato di Recip Tayyip Erdogan nella sua ascesa al potere agli inizi degli anni Duemila. Chi poteva aver commissionato il triplice assassinio, elementi interni all’apparato di sicurezza che intendevano prevenire ogni possibile trattativa di pace tra le due parti? Nel corso del conflitto esploso nei mesi seguenti tra il campo di Erdogan e i gülenisti sono venute misteriosamente alla luce conversazioni tra Güney e membri dei servizi segreti turchi. In anni più recenti sono emerse altre evidenze che confermano questi rapporti. Perciò c’è da chiedersi, se questi assassinii sono stati ordinati da Ankara, l’ordine era ufficiale o proveniva da una fazione particolare dello stato turco, determinata a implementare il suo piano per aumentare le tensioni? E se fosse così, qual era l’obiettivo?

Nell’estate del 2021 l’affare potrebbe tornare a galla, in un momento in cui le relazioni tra Francia e Turchia, sensibilmente peggiorate negli ultimi anni, restano tese. Nonostante la morte di Güney, l’inchiesta potrebbe svilupparsi coinvolgendo possibili complici. Sebbene sia stato nominato un nuovo giudice istruttore, la magistratura non ha ancora avuto accesso alle registrazioni delle conversazioni fatte dai servizi francesi nei confronti di individui connessi al caso, e queste registrazioni sono ancora top secret. Comunque, importanti documenti analizzati dalla magistratura belga hanno portato altre prove sui rapporti del presunto assassino con i servizi segreti turchi.

Mentre continua l’attesa per gli sviluppi dell’inchiesta e prima di qualsiasi eventuale chiarimento sulle circostanze che portarono alla morte di Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez, queste tre donne figurano oggi tra i principali martiri della causa kurda. In tutto l’arcipelago del movimento kurdo, dalle strade del nord-est della Siria a quelle d’Europa, della Turchia e dell’Iraq, i ritratti sulle loro tombe restano testimoni silenziosi. E i fili tagliati delle loro vite sono ancora persi nelle nebbie dei segreti di stato, nelle ombre più buie di un conflitto che continua a costare vite.

* Il testo che pubblichiamo è tratto dal libro fotografico di Maryam Ashrafi Rising among ruins, dancing amid bullets, Hemeria.

Ancora oggi l’inchiesta sull’attentato a Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez è a un punto fermo.


Şehîd namirin!

Contro tutte le forme di violenza di stato e la mentalità patriarcale: Jin Jiyan Azadî!

Riportiamo il comunicato emanato da Kongra Star il 23 novembre 2022

In occasione del 25 novembre, per celebrare la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, salutiamo tutte le donne rivoluzionarie che combattono per la libertà nelle loro case, per le strade, nelle prigioni e in ogni fronte di lotta. In particolare vorremmo estendere i nostri saluti alle donne del Kurdistan orientale, del Baluchistan e di tutto l’Iran, che stanno portando avanti la resistenza con lo slogan Jin, Jiyan, Azadi (Donne, Vita, Libertà). Vogliamo anche ricordare tutte le donne, dal Kurdistan all’Afghanistan, dal Messico all’India, che hanno perso la vita a causa della violenza dello stato patriarcale. Come Kongra Star, stiamo portando avanti la nostra lotta con lo slogan “Contro tutte le forme di violenza di stato e la mentalità patriarcale: donne, vita, libertà” e chiediamo alle donne di tutto il mondo di unirsi a noi e organizzarsi. 

La violenza sistematica nei confronti delle donne ha le sue radici nella mentalità patriarcale. Allo stesso modo, tutte le altre forme di violenza, dallo sfruttamento alle occupazioni, dalla schiavitù ai massacri, sono fondate sull’oppressione delle donne. Ecco perché la lotta contro la violenza nei nostri confronti è necessaria e deve focalizzarsi contro la mentalità patriarcale. Allo stesso tempo lo stato, le cui istituzioni sono pervase dal patriarcato, dovrebbe essere considerato il principale responsabile della recrudescenza della violenza contro le donne. Alla luce di questo la nostra lotta deve radicalizzarsi.

Oggi questa mentalità sta nuovamente guadagnando terreno in tutto il mondo. Il sistema patriarcale e la sua ideologia sessista stanno portando avanti una guerra nei confronti delle donne. Ovunque vengono implementate politiche mirate ad annullare le nostre conquiste e diritti acquisiti dopo strenue lotte, nel tentativo di eliminare il movimento delle donne, integrandolo al sistema esistente e lasciando la nostra resistenza decimata e priva di leadership. 

In questo momento gli attacchi del sistema patriarcale, portati avanti nella forma di una guerra sistematica, dimostrano che il successo della rivoluzione delle donne spaventa gli stati ed è necessaria. Dalla rivoluzione del Rojava alle rivolte nel Kurdistan orientale portate avanti dal popolo iraniano, questa verità si sta diffondendo dal Kurdistan al mondo intero. Lo slogan Jin, Jiyan, Azadi ci dice che liberare la vita con la guida delle donne richiede una mente libera, l’organizzazione autonoma e la forza dell’autodifesa. 

Una rivoluzione non si costruisce in un giorno ma implica una lunga fase di resistenza. La rivoluzione delle donne in Rojava e nella Siria del Nord-Est continua il suo cammino, nonostante gli attacchi quotidiani. È soprattutto lo stato fascista turco che tenta di distruggere la nostra rivoluzione con attacchi brutali, che si manifestano come una guerra su larga scala. Nelle zone occupate continuano i femminicidi. Nei suoi attacchi lo stato turco colpisce soprattutto la leadership femminile. E lo fa perché sa bene qual è il ruolo delle donne nella rivoluzione e vuole vanificare l’aspirazione alla libertà del nostro popolo, annientando la straordinaria leadership delle nostre donne organizzate.

Mentre il movimento anti-sessista cresce a livello globale, il sistema patriarcale in tutto il mondo rafforza gli stati-nazione. Questo fenomeno colpisce anche la nostra regione. L’ideologia del maschio dominante vuole sostituire la rivoluzione delle donne con una sua contro-rivoluzione.

L’egemonia del sistema capitalista espone la nostra regione da un lato ad attacchi militari, come sta accadendo con l’ultima offensiva dello stato turco lanciata il 20 novembre, e dall’altro con attacchi di natura sociale, economica, politica e ideologica. Questa è una delle ragioni per cui Abdullah Öcalan, filosofo del movimento “Donna, Vita, Libertà”, è tenuto in isolamento assoluto nell’isola di Imrali in Turchia. 

Come Kongra Star pensiamo che tutte le forme di violenza sulle donne siano attacchi alla nostra rivoluzione, sia che arrivino da parte dello stato sia dalla mentalità patriarcale di cui è pervasa la società. Per questo motivo la lotta contro la violenza sulle donne è la una lotta per difendere la nostra rivoluzione, e questo significa rafforzare ed espandere le nostre forme di organizzazione. Lo Stato e la violenza patriarcale contro le donne non possono cambiare solo attraverso il sistema legislativo. È fondamentale che tra le donne si affermi una mentalità libera e che si rafforzino l’organizzazione autonoma e l’autodifesa. 

Come risposta agli attacchi nei confronti della rivoluzione, noi rafforzeremo la nostra organizzazione. Difendere la rivoluzione delle donne dalla mentalità patriarcale e statale in tutte le sue forme significa farsi carico di portare avanti una lotta radicale. Siamo l’avanguardia di questa lotta rivoluzionaria. Siamo le eredi dei e delle martiri per la libertà. Siamo alla ricerca di una vita libera, che troviamo nella filosofia di Abdullah Öcalan. 

Dal Kurdistan Occidentale e dal Nord-Est della Siria, fino al Medio Oriente e in tutto il mondo, riusciremo a prevalere. Rafforzando la nostra leadership, con l’organizzazione e il potere dell’autodifesa, renderemo il 21esimo secolo il secolo delle donne e delle persone libere. Abbiamo grandi obiettivi e speranze e siamo molto fiduciose.

In questa lotta necessaria facciamo appello a tutte le donne del mondo perché facciano la loro parte. Dobbiamo far sì che nemmeno una singola donna sia disorganizzata. Perché la lotta di oggi per tutti noi è più che mai necessaria. Le opportunità per costruire la vita libera sono oggi più grandi che mai ma, allo stesso tempo, sono grandi anche le minacce che subiamo.

Per cogliere l’opportunità di sconfiggere il sistema patriarcale, intensificheremo le nostre lotte contro ogni forma di violenza nei confronti delle donne.

Con lo slogan Donna, Vita, Libertà renderemo più forte la nostra leadership nel processo di costruzione del Confederalismo Democratico delle donne del Medio Oriente.

23 Novembre 2022

Coordinamento di Kongra Star

In memoria di Nagihan Akarsel

La nostra amica Nagihan Akarsel è stata martirizzata questa mattina in un attacco armato a Sulaymaniyah.

Ai media e al pubblico
4 ottobre 2022

La nostra amica Nagihan Akarsel, una compagna dell’Accademia di Jineolojî e del Comitato editoriale della rivista “Jineolojî Journal”, è stata martirizzata alle 9.30 di questa mattina in un attacco armato a Sulaymaniyah.

Condanniamo con rabbia questo assassinio, che è solo uno dei recenti omicidi politici compiuti dai poteri fascisti ed egemonici contro tutte le donne del mondo impegnate nella lotta di resistenza. Chiediamo al governo regionale del Kurdistan di trovare al più presto gli autori di questo omicidio. Questo attacco segue i brutali omicidi di Yasin Bulut, Mehmet Zeki Çelebi e Suhel Xorşid. Se non verrà fatta luce su questo assassinio, la collaborazione del Governo regionale del Kurdistan dovrà vedersela con l’onda di rabbia crescente della nostra rivoluzione delle donne.

Nagihan era attiva nel movimento giovanile universitario, nei media e nel lavoro di Jineolojî. Da sempre ha partecipato alla lotta per la liberazione delle donne del Kurdistan, e per questo ha dovuto anche resistere in prigione per anni. In Rojava, negli gli anni più difficili, si è impegnata per far crescere la rivoluzione e, attraverso Jineolojî, per portare avanti il lavoro rivoluzionario delle donne. È stata attiva in ogni luogo del Rojava, soprattutto ad Afrin, con grande coraggio e determinazione. Ha toccato le anime e i cuori delle donne di Şengal (Sinjar), che hanno sperimentato la peggiore brutalità dell’ISIS, conducendo ricerche sul campo per mettere in luce questa sociologia e questa storia. Nagihan Akarsel, la nostra compagna dell’Accademia Jineolojî, era impegnata nelle Biblioteca e nel Centro di ricerca delle donne curde a Sulaymaniyah, insieme alle donne del Kurdistan meridionale e mentre stava lavorando con loro, che hanno vissuto le conseguenze più gravi del fascismo e delle politiche dello Stato-nazione, Nagihan è stata brutalmente uccisa dalle forze di occupazione turche.

Ricorderemo per sempre Nagihan Akarsel, che ha lavorato per decenni per far crescere il potere mentale e intellettuale della rivoluzione delle donne, il cui slogan Jin-Jiyan-Azadî riecheggia oggi in tutto il mondo. Contro la stessa mentalità del fascismo patriarcale che ha brutalmente assassinato Jîna Aminî, stiamo facendo crescere la rivoluzione delle donne in tutto il Kurdistan e non solo. Vogliamo vendicare la nostra compagna Nagihan rendendo sempre più luminosa la forza delle donne con Jineolojî, nonostante le tenebre del fascismo e della mascolinità dominante.

Facciamo appello a tutte le donne rivoluzionarie, democratiche e libertarie, agli accademici e agli intellettuali affinché condannino questo assassinio politico. Facciamo appello a Shahnaz Ibrahim e Kafia Suleiman e a tutte le donne del Kurdistan meridionale affinché facciano pressione sul Governo Regionale del Kurdistan per far luce su questo omicidio politico e condannino questo attentato unendosi alle azioni dell’ondata rivoluzionaria delle donne in atto in Rojhilat (Kurdistan orientale) con lo slogan Jin-Jiyan-Azadî.

Accademia di Jineolojî

Insieme difendiamo la rivoluzione in Rojava – La difesa e la liberazione di Afrin è la difesa della rivoluzione delle donne

La regione di Afrin in particolare ha giocato un ruolo centrale come centro della rivoluzione delle donne e nella creazione di strutture democratiche dirette.

Traduciamo da Women Defend Rojava, 17 marzo 2022.

Quattro anni fa migliaia di persone in tutto il mondo sono scese in piazza, il loro cuore con Afrin, per esprimere a gran voce la loro opposizione alla guerra illegale della Turchia. Il 20 gennaio 2018, lo stato turco ha lanciato una guerra sulla regione di Afrin, il cantone occidentale dell’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria. Giorno e notte, città e villaggi, campi profughi e siti storici sono stati bombardati da aerei da guerra e dall’artiglieria turchi. L’attacco della Turchia e delle milizie jihadiste sue alleate è continuato fino al 18 marzo. Nel corso di questa guerra sono stati uccisi e feriti centinaia di civili. Centinaia di migliaia di persone sono state sfollate e costrette a lasciare le loro case. Da allora, Afrin è sotto l’occupazione turca e tutte le conquiste fatte precedentemente nella direzione dell’auto-organizzazione delle comunità locali sono state distrutte. Sotto l’occupazione turca la diversità delle persone che abitano quell’area non è più considerata e i diritti delle donne per cui si è combattuto sono stati di fatto aboliti. Le case sfitte delle famiglie sfollate sono state consegnate dai militari turchi alle famiglie dei combattenti delle milizie islamiste e di altre milizie sostenute dalla Turchia. Sono state stabilite nuove amministrazioni regionali sotto il controllo turco come parte del piano di sostituzione demografica nella regione. Allo stesso tempo, l’invasione turca, offrendo questa opportunità, ha incoraggiato l’ISIS a riorganizzarsi.

La guerra ad Afrin è lungi dall’essere finita; è appena iniziata con l’occupazione. Quasi ogni giorno ci sono scontri ed esplosioni che causano un gran numero di vittime civili. Attraverso arresti, rapimenti, presa di ostaggi con alte richieste di riscatto, così come assassinii e torture, sotto l’occupazione turca si è instaurato un regime autoritario che diffonde paura e terrore. La zona è anche diventata un rifugio per i membri dell’ISIS e altri jihadisti. La vita lì, per le donne, è come in una prigione, dal momento che molte non escono più di casa per paura della violenza quotidiana. Matrimoni forzati, violenze sessuali, torture, uccisioni e centinaia rapimenti da parte di gruppi armati sostenuti dai turchi sono parte della realtà quotidiana che le donne e le ragazze devono affrontare.

Nel frattempo, sono passati quattro anni e ci rendiamo conto che la guerra ad Afrin è tutt’altro che finita, ma è solo iniziata con l’occupazione. Fa parte del sistema globale patriarcale di dominazione in cui gli stati nazionali come la Turchia conducono guerre per interessi di potere geopolitico e risorse. Si tratta di un altro femminicidio, perché la sottomissione, lo stupro e l’assassinio delle donne è sempre una parte fondamentale della conquista di un paese e del suo popolo. È una guerra contro un’alternativa sociale allo stato-nazione e al patriarcato che si sta creando e sviluppando sulla base della liberazione delle donne, della democrazia di base e della sostenibilità ecologica.

La regione di Afrin in particolare ha giocato un ruolo centrale come centro della rivoluzione delle donne e nella creazione di strutture democratiche dirette e partecipative nella Siria del Nord-Est. Qui sono state create istituzioni femminili, comuni e consigli delle donne, basati sulla democrazia diretta, che hanno contribuito ad abbattere la disuguaglianza di genere. 

Durante l’invasione dello stato turco e la successiva occupazione numerosi siti archeologici storici della regione, parte del patrimonio delle società matriarcali locali, sono stati deliberatamente distrutti per cancellare la memoria della regione e un pezzo di storia delle donne. Tra questi, per esempio, il tempio Tel Aştar ad Ain Dara, dedicato alla dea Iştar. 

La distruzione si estende alla devastazione massiccia e ai danni irreversibili causati alla ricca natura e all’ecosistema di montagne, fiumi e terra fertile di Afrin. Numerosi campi sono stati bruciati e decine di migliaia di alberi, tra cui un gran numero di ulivi, sono stati abbattuti a causa dell’occupazione della Turchia e delle sue milizie jihadiste. Le strutture democratiche di base precedentemente create dalla popolazione locale, con comunità e consigli organizzati a livello comunale, che permettevano la convivenza dei diversi popoli così come la loro partecipazione politica, sono state sostituite dalla Turchia con un progetto di sostituzione demografica e di annientamento non solo dei curdi locali, della loro lingua, cultura e storia, ma della convivenza dei popoli della regione.

Fino ad oggi, lo stato turco continua la sua guerra e l’occupazione nel Nord-Est della Siria con l’aiuto delle sue milizie jihadiste. La regione è continuamente bombardata dai droni turchi e dall’artiglieria, con il risultato che numerosi civili vengono feriti e uccisi. La comunità internazionale tace sull’occupazione e sugli attacchi in corso ed è complice. Non abbiamo dimenticato Afrin e non accetteremo la sua occupazione.

La difesa della rivoluzione delle donne in Rojava è internazionale perché ispira molti movimenti femministi e femminili in tutto il mondo. “Questa rivoluzione non è solo per il Kurdistan o il Medio Oriente, è una rivoluzione per tutta l’umanità, è la speranza dell’umanità. […] Ecco perché voglio lottare per la libertà di tutte le donne. Mi sono unita a questa rivoluzione come compagna, se un giorno dovessi essere ferita o essere martirizzata, sono pronta a farlo come compagna”. Con queste parole, Şehîd Hêlîn Qereçox, Anna Campbell, è partita per difendere la rivoluzione ad Afrin al momento dell’invasione turca. Il 15 marzo 2018, il 55° giorno della resistenza ad Afrin, è stata martirizzata in un attacco aereo turco, così come molti altri nella lotta per liberare Afrin. Con la sua lotta e determinazione, ha ispirato molte persone e ha costruito molti ponti per la nostra lotta comune per una società liberata dal genere, ecologica, solidale e democratica! Ieri, oggi e con loro nei nostri cuori per il domani!

Unite nella lotta di liberazione – Contro l’occupazione e il femminicidio! Difendere e liberare Afrin significa difendere la rivoluzione delle donne!