Sakine, Fidan e Leyla: i martiri non muoiono mai! *

“I martiri non muoiono mai!” Si può sentire questo slogan del movimento kurdo durante i funerali, nei cortei che attraversano le città europee, lungo le frontiere. Queste parole vengono ripetute davanti agli scudi antisommossa e alle armi del nemico, con gli occhi fissi al cielo. “I martiri non muoiono mai!”

Ma quando sono nate? Nel fermento di una guerra infinita di cui sfuggono i veri disegni, avvolti nella nebbia di miti e immagini propagandistiche; sono nate nel passaggio dalla vita al sacrificio, dal volto al ritratto, dall’umano al simbolico, in cui non trova posto la giustizia o un cenno di verità.

Queste nebbie, questa propaganda, oscureranno per sempre un appartamento di Rue Lafayette 123, a Parigi, dove, in una notte del gennaio 2013, furono assassinate tre donne appartenenti a differenti organi del PKK. I loro nomi: Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez. Un’azione di guerra condotta nella capitale francese, le cui modalità e le cui ragioni sono ancora senza risposta, che forse non verrà mai data.

Il principale sospettato, Ömer Güney, muore in carcere per un tumore al cervello il 17 dicembre 2016. Un mese dopo avrebbe dovuto presentarsi davanti ai magistrati per l’apertura del procedimento giudiziario a suo carico, che invece si ferma; tuttavia, nell’estate del 2021 sembrava che potesse avere fine l’inerzia che aveva accompagnato le indagini. Restano così molte incertezze sulla dinamica di questo crimine, molte doppiezze e illusionismi.

Le tre vittime, uccise insieme nello stesso appartamento, avevano storie differenti. Leyla Söylemez, 24 anni, era una leader del movimento giovanile kurdo. Fidan Dogan, 30 anni, aveva un profilo molto più alto: era una pedina fondamentale negli sforzi diplomatici del movimento nelle capitali europee, ed era in contatto costante con politici francesi di rango elevato. Infine, Sakine Cansiz era una figura leggendaria del movimento curdo, conosciuta per la sua rettitudine e la sua austerità. Aveva 54 anni ed era ai vertici del movimento che aveva contribuito a fondare, insieme all’incontestato leader Abdullah Öcalan, ancora imprigionato.

I destini di queste tre militanti, parte dello stesso movimento e promotrici della stessa causa, sono stati spezzati in pochi secondi dalle pallottole di un assassino che ogni evidenza farebbe corrispondere a Ömer Güney, un personaggio dalla vicenda oscura da poco reclutato nel movimento curdo. Eppure Güney era diventato l’autista di Sakine Cansiz, un ruolo molto delicato per un personaggio così poco conosciuto. Proveniva da una famiglia affiliata all’estrema destra turca e da una regione in cui è molto diffuso il violento nazionalismo anticurdo; come ha potuto questo militante improbabile introdursi nel cuore del movimento curdo a Parigi in così poco tempo, fino al punto di poter avvicinare una figura importante come quella di Sakine?

La domanda è ancora più inquietante alla luce delle prove emerse dopo l’arresto di Güney, che mostrano i collegamenti di questo personaggio con i servizi segreti turchi, il MIT (Millî Istihbarat Teskilati). Le radici di questo caso affonderebbero perciò nei meandri più torbidi dello stato turco, in un momento fondamentale non solo per il conflitto con i curdi ma per la politica turca in generale.

In effetti, l’attentato fu perpetrato proprio mentre, nel 2013, era iniziato il processo di pace tra Ankara e il PKK, che non godeva di un unanime sostegno tra i servizi di sicurezza, allora parzialmente infiltrati dalla rete del predicatore Fetullah Gülen, già alleato di Recip Tayyip Erdogan nella sua ascesa al potere agli inizi degli anni Duemila. Chi poteva aver commissionato il triplice assassinio, elementi interni all’apparato di sicurezza che intendevano prevenire ogni possibile trattativa di pace tra le due parti? Nel corso del conflitto esploso nei mesi seguenti tra il campo di Erdogan e i gülenisti sono venute misteriosamente alla luce conversazioni tra Güney e membri dei servizi segreti turchi. In anni più recenti sono emerse altre evidenze che confermano questi rapporti. Perciò c’è da chiedersi, se questi assassinii sono stati ordinati da Ankara, l’ordine era ufficiale o proveniva da una fazione particolare dello stato turco, determinata a implementare il suo piano per aumentare le tensioni? E se fosse così, qual era l’obiettivo?

Nell’estate del 2021 l’affare potrebbe tornare a galla, in un momento in cui le relazioni tra Francia e Turchia, sensibilmente peggiorate negli ultimi anni, restano tese. Nonostante la morte di Güney, l’inchiesta potrebbe svilupparsi coinvolgendo possibili complici. Sebbene sia stato nominato un nuovo giudice istruttore, la magistratura non ha ancora avuto accesso alle registrazioni delle conversazioni fatte dai servizi francesi nei confronti di individui connessi al caso, e queste registrazioni sono ancora top secret. Comunque, importanti documenti analizzati dalla magistratura belga hanno portato altre prove sui rapporti del presunto assassino con i servizi segreti turchi.

Mentre continua l’attesa per gli sviluppi dell’inchiesta e prima di qualsiasi eventuale chiarimento sulle circostanze che portarono alla morte di Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez, queste tre donne figurano oggi tra i principali martiri della causa kurda. In tutto l’arcipelago del movimento kurdo, dalle strade del nord-est della Siria a quelle d’Europa, della Turchia e dell’Iraq, i ritratti sulle loro tombe restano testimoni silenziosi. E i fili tagliati delle loro vite sono ancora persi nelle nebbie dei segreti di stato, nelle ombre più buie di un conflitto che continua a costare vite.

* Il testo che pubblichiamo è tratto dal libro fotografico di Maryam Ashrafi Rising among ruins, dancing amid bullets, Hemeria.

Ancora oggi l’inchiesta sull’attentato a Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez è a un punto fermo.


Şehîd namirin!

Affinché il movimento “Donna, Vita, Libertà” non muoia mai!

Una chiamata alla solidarietà con le/i prigioniere/i politiche/i del regime Iraniano.

Una chiamata alla solidarietà con le/i prigioniere/i politiche/i del regime Iraniano.

Da più di tre settimane, il mondo ha potuto vedere un nuovo volto dell’Iran, che mostra la soggettività politica delle oppresse e degli oppressi, e non i soliti giochi delle élite del regime dittatoriale. L’omicidio di Zhina (Mahsa) Amini da parte della polizia morale ha dato il via a rivolte in tutto il paese contro la misoginia, l’oppressione e l’ingiustizia, e in cui è stato largamente utilizzato lo slogan “Donna, Vita, Libertà”. Queste rivolte per la libertà e contro l’oppressione hanno avuto molta attenzione e dato speranza in tutto mondo, in particolare per la presenza coraggiosa di molte donne e per le loro richieste. Sebbene questa lotta autonoma per la libertà sia in cerca di una prospettiva rivoluzionaria, è una lotta totalmente impari, fra i manifestanti disarmati e una brutale dittatura. Una dittatura che per decenni ha espanso il suo apparato repressivo con i soldi derivanti dal petrolio. Tuttavia, i manifestanti hanno consapevolmente deciso di non arrendersi all’estrema brutalità della polizia e continuano a scendere per le strade, nonostante rischino la vita.

Come nelle rivolte precedenti, il regime islamico sta cercando di intimidire e terrorizzare le persone, intensificando la repressione. Il loro obiettivo è quello di aumentare il “prezzo da pagare” per chi partecipa alle proteste a un livello tale che coloro in grado di continuare questa lotta o iniziare a prendervi parte siano sempre meno. Per esempio, solo nella città di Zahedan, in meno di un’ora sono stati uccisi più di 90 manifestanti dai colpi delle forze di polizia. Organizzazioni indipendenti per i diritti umani stimano che fino ad ora siano state uccise più di 200 persone e migliaia arrestate. Le proteste e la sanguinosa repressione continuano, mentre l’accesso a internet è stato interrotto, anche se solo formalmente, in Iran.

Contemporaneamente, l’apparato di propaganda del regime e i suoi organi giudiziari e repressivi stanno incrementando la repressione e il terrore in diversi modi: le persone arrestate vengono accusate di essere contro la sicurezza nazionale e si afferma che chi partecipa alle proteste sia manovrato da nemici “esterni” dell’Iran. Queste accuse sono anche rivolte ad attiviste/i di diversi movimenti; lavoratrici e lavoratori, donne, insegnanti, studentesse/i, etnie diverse, minoranze religiose e persone che hanno orientamenti sessuali non binari, così come tutti gli attivisti per l’ambiente e i diritti umani. Alcuni di questi attivisti e attiviste sono stati arrestati alcune settimane o addirittura mesi prima delle rivolte; altri “preventivamente”, durante le rivolte, senza che ne fossero nemmeno coinvolti. Il regime sta sfruttando l’attuale situazione turbolenta per mettere ancora più pressione su prigioniere e prigionieri politici e applicare pene ancora più dure attraverso accuse false. Lo scopo di questi arresti e accuse è evitare ulteriori iterazioni delle rivolte e la loro escalation, così come quello di prevenire qualsiasi potenziale espansione organizzativa – soprattutto perché una combinazione tra proteste di strada e diffusione di scioperi (incluso uno sciopero generale) potrebbe diventare il tallone d’Achille del governo.

È ben noto in tutto il mondo che il sistema politico iraniano non riconosce nemmeno il minimo indispensabile di giustizia legale, e che le esecuzioni e morti sospette di oppositori politici in prigione non siano rare. Ciò che succede nelle prigioni non viene messo a verbale e non ha diffusione. Normalmente, i prigionieri sono costretti, sotto tortura, a rilasciare dichiarazioni auto-incriminanti di fronte alle telecamere dei Servizi Segreti, che vengono poi mandate in onda nelle televisioni. Come gruppo di esiliati politici, attivisti ed ex-prigionieri in Iran, alcuni dei quali sopravvissuti al massacro di prigionieri politici del 1988, siamo profondamente preoccupati per la la catastrofe umana attualmente in corso nelle carceri iraniane. Secondo numerose esperienze e prove, il regime sta espandendo la sua brutale oppressione dalle proteste di strada alle carceri.

Ci attendiamo che tutte le persone che difendono i diritti umani nel mondo non solo prendano iniziativa contro la sanguinosa repressione dei manifestanti, ma che siano anche la voce dei prigionieri politici in Iran. Crediamo che la vera solidarietà con le lotte degli oppressi debba anche includere la protezione della vita e il sostegno alla liberazione di quelli che sono stati imprigionati per aver partecipato a queste lotte. Esortiamo gli attivisti e le organizzazioni politiche di tutto il mondo a fare tutto quello che possono per aumentare la pressione sul regime iraniano affinché rilasci i prigionieri politici. Questo include non solo la diffusione di questo appello, ma il coinvolgimento pubblico permanente e azioni come manifestazioni di fronte ai consolati e alle ambasciate iraniane in cui si faccia riferimento alla situazione dei prigionieri. Chiamiamo anche tutte le organizzazioni politiche, gli attivisti, e le organizzazioni per i diritti umani, a fare pressione su politici locali e nazionali, per far sì che rispondano concretamente alla brutale repressione, alle detenzioni, alle torture e alle esecuzioni di prigionieri politici da parte del regime iraniano.

Teniamo vivo lo slogan “Donna, Vita, Libertà”, e diamogli senso attraverso le nostre azioni individuali e collettive. Questa lotta e questo slogan appartengono a chiunque voglia un mondo libero e giusto.

Lunga vita alla solidarietà internazionale!

Un collettivo di attiviste/i iraniane/i in esilio ed ex prigioniere/i politiche/i

Fonte immagine.

Appello contro la chiusura dell’HDP

Le nostre organizzazioni chiedono alle autorità di affermare il diritto alla rappresentanza politica in Turchia e di garantire che qualsiasi procedimento sia pienamente conforme agli standard internazionali.

Le organizzazioni firmatarie di questo appello, attive nel campo della democrazia e della protezione e promozione dei diritti umani, sono profondamente preoccupate per il caso in corso presso la Corte Costituzionale in Turchia riguardo alla chiusura del partito di opposizione HDP (Partito Democratico dei Popoli). L’HDP è stato fondato il 15 ottobre 2012 e da allora è stato un attore fondamentale della vita politica in Turchia. Le nostre organizzazioni chiedono alle autorità di affermare il diritto alla rappresentanza politica in Turchia e di garantire che qualsiasi procedimento contro i partiti politici e i loro rappresentanti sia pienamente conforme agli standard internazionali per un processo equo e che preveda la costituzione di una Corte indipendente e imparziale, come stabilito dalla legge e dal diritto della difesa.

In seguito all’ultima serie di memorie difensive scritte e orali da parte dell’HDP, la Corte costituzionale dovrebbe annunciare la sua decisione nei prossimi mesi. Se la Corte costituzionale dovesse approvare la richiesta del Procuratore Capo e pronunciarsi a favore della sua richiesta di chiudere l’HDP in modo permanente o parziale, o di privarlo completamente degli aiuti della tesoreria, l’HDP cesserà di esistere. I suoi rappresentanti, che sono ritenuti responsabili di fatti che, secondo il procuratore capo, giustificherebbero lo scioglimento del partito, saranno anche interdetti dall’attività politica per 5 anni.

L’ufficio del procuratore capo della Corte suprema d’appello ha inviato il suo atto d’accusa alla Corte costituzionale il 7 giugno 2021. L’atto di accusa chiedeva lo scioglimento dell’HDP e l’interdizione dalla politica per 5 anni di 451 membri del partito, compresi i copresidenti Mithat Sancar e Pervin Buldan. Le parole e le azioni di 69 membri del partito sono indicate come la motivazione principale per la richiesta di chiusura. Nell’atto d’accusa non sono state presentate nessuna prova concreta o affidabile attribuibile all’HDP come istituzione, e nessuna giustificazione per la richiesta di scioglimento del partito, cosa che violerebbe il diritto alla rappresentanza politica di oltre il 10% degli elettori nelle ultime elezioni. 

Dopo la difesa preliminare presentata dall’HDP nel novembre 2021, il procuratore capo ha presentato alla Corte costituzionale le sue opinioni in merito, che sono state poi notificate all’HDP il 20 gennaio 2022. Opinioni che ribadiscono le rivendicazioni e le richieste contenute nell’atto d’accusa; nulla fa pensare che l’ufficio del procuratore abbia preso atto della difesa dettagliata presentata dall’HDP.

Il procedimento si svolge sullo sfondo di un grave arretramento democratico e dello stato di diritto in Turchia. Nonostante gli emendamenti introdotti in Costituzione come parte del processo di adesione all’Unione Europea negli anni 2000, che hanno reso più difficile la procedura di chiusura dei partiti comune negli anni ’90, nel 2009 la Corte costituzionale ha chiuso il DTP (Partito per una società democratica), un partito politico precedente all’HDP. 

La Corte Europea per i Diritti Umani, negli ultimi anni, ha ripetutamente condannato la Turchia per aver violato la Convenzione, come nei casi riguardanti la chiusura del DTP e quello nei confronti dell’HDP e dei suoi membri, in cui la Corte ha ritenuto che le procedure avviate contro questi soggetti politici fossero, secondo la Convenzione, in violazione dei diritti dei denuncianti. Il governo turco ha costantemente mancato di rispettare le sentenze della Corte Europea per i Diritti Umani, e il 2 febbraio 2022 questo atteggiamento ha portato all’avvio di una procedura di infrazione contro la Turchia da parte del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa. 

Le ripetute dichiarazioni dei portavoce del partito di governo AKP e del suo alleato MHP, che chiedono la chiusura dell’HDP e l’interdizione dei suoi membri dalla politica, indicano anche il tentativo del governo di minare l’autorità della Corte Europea per i Diritti Umani e di interferire nei procedimenti che si svolgono nei tribunali nazionali, compresa la Corte costituzionale, in violazione del principio di indipendenza del potere giudiziario da altri poteri dello Stato.

Le nostre organizzazioni sono profondamente preoccupate per l’impatto che la decisione della Corte Costituzionale potrebbe avere sui diritti degli imputati e sulla democrazia politica in Turchia. Chiediamo alla Corte Costituzionale di garantire che i procedimenti giudiziari si svolgano nel pieno rispetto degli standard nazionali e internazionali del giusto processo, compreso il principio di indipendenza e imparzialità della giustizia e i diritti della difesa. Esortiamo inoltre il governo turco a rispettare l’indipendenza e l’imparzialità della magistratura, astenendosi dall’influenzare direttamente o indirettamente le decisioni della Corte, e a sostenere i diritti alla rappresentanza politica e alla partecipazione democratica, che sono una condizione preliminare per il rispetto della democrazia, dello stato di diritto e dei diritti umani in Turchia.

  • Asociación Americana de Juristas (AAJ)
  • Associació Catalana per a la Defensa dels Drets Humans (ACDDH) – Catalonia
  • Asociación Libre de Abogadas y Abogados, (ALA), Madrid
  • Association for Monitoring Equal Rights 
  • Association of Lawyers for Freedom (ÖHD)
  • Bakers, Food and Allied Workers Union (BFAWU)
  • Campaign Against Criminalising Communities (CAMPACC)
  • Center of research and elaboration on democracy/Group for international legal intervention (CRED/GIGI)
  • Civic Space Studies Association
  • Confederation of Lawyers of Asia and the Pacific (COLAP)
  • Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane (CISDA)
  • Democratic Lawyers Association of Bangladesh (DLAB)
  • Demokratische Juristinnen und Juristen Schweiz (DJS)
  • Eskubideak, Basque Country
  • European Association of Lawyers for Democracy and World Human Rights (ELDH)
  • European Democratic Lawyers (AED)
  • General Federation of Trade Unions (UK)
  • Haldane Society of Socialist Lawyers
  • Human Rights Agenda Association
  • Human Rights Association
  • Human Rights Foundation of Turkey
  • International Bar Association’s Human Rights Institute (IBAHRI)
  • Italian Democratic Lawyers / Giuristi Democratici
  • International Association of Democratic Lawyers (IADL)
  • International Federation for Human Rights (FIDH)
  • KulturForum TürkeiDeutschland e.V.
  • Legal Team, Italy
  • Life-Memory-Freedom Association (Yaşam Bellek Özgürlük)
  • MAF-DAD e.V (Association for Democracy and International Law )
  • National Lawyers Guild International (USA)
  • National Union of Peoples’ Lawyers, Philippines (NUPL)
  • People’s Law Office / International
  • Progressive Lawyers’ Association (ÇHD)
  • Republikanischer Anwältinnen – und Anwälteverein e.V. (RAV), Germany
  • Rete Jin Italia (Jin Net)
  • Rights Initiative Association
  • Rosa Women’s Association
  • Social Policy, Gender Identity, and Sexual Orientation Studies Association (SPoD)
  • Syndicat des Avocats de France (SAF)
  • Syndicat des Avocats pour la Démocratie, Belgium (le SAD)
  • The Indian Association of lawyers
  • The National Association of Democratic Lawyers, (NADEL), South Africa
  • Transport Salaried Staffs Association
  • Ukrainian Association of Democratic Lawyers
  • Vereinigung Demokratischer Juristinnen und Juristen (VDJ)
  • Vereniging Sociale Rechtshulp Nederland

Comunicato in occasione del 25 novembre

Insieme a tutte le donne che chiedono libertà, uguaglianza e pace, saremo in grado di costruire una Siria libera e di creare una Confederazione Mondiale delle Donne attraverso le nostre organizzazioni, idee e lotta ed essere pioniere in questa costruzione.

Traduciamo il comunicato pubblicato il 20 novembre 2021 da Women Defend Rojava.

All’opinione pubblica e ai media
Con lo slogan “Poniamo fine alla violenza e all’occupazione” noi lottiamo nello spirito di Hevrin Khalaf, Sosin Birhat, Hind, Saade, Deniz Poyraz, Leyla Agiri, Zahra Berkel e Kerima Lorena Tariman., donne che hanno combattuto contro lo stato-nazione patriarcale e in questa lotta hanno sacrificato la vita. La loro resistenza e la loro lotta eroica sono diventate il nostro modello per conquistare la libertà delle donne. Continueremo il loro cammino con determinazione e coraggio per avere una vita dignitosa e la liberazione delle donne.  

Alle compagne e sorelle
Le donne sono state sistematicamente assassinate per migliaia di anni, ma fino ad oggi, a livello internazionale, questo non è stato definito femminicidio. Le donne, le attiviste, coloro che fanno politica e lottano in tutto il mondo, hanno pagato un prezzo altissimo per il loro impegno contro l’oppressione e il genocidio, dall’America Latina alla Tunisia, dalla Turchia alla Polonia, dalla Siria all’India, dalla Bielorussia a Iraq, Libano, Pakistan e Afghanistan.

Il sistema dominato dagli uomini incoraggia la violenza globale usando religione e discriminazione basata sul genere e sul nazionalismo. Il martirio delle sorelle Mirabal per mano del dittatore Trujillo rappresenta un punto di svolta nella marcia della resistenza delle donne. Il giorno del loro martirio è usato come un momento storico per proclamare la resistenza delle donne all’oppressione, all’ingiustizia e alla tirannia. Nel 1999, sulla base di questo assunto, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso di dichiarare il 25 novembre di ogni anno come Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne in tutto il mondo, al fine di eliminare la violenza fisica subita dalle donne.

Specialmente in tempi di conflitto armato noi, come organizzazione di donne che operano nel Nord-Est della Siria, sappiamo che in queste situazioni le prime vittime sono le donne. In particolare nelle zone occupate dallo stato turco, le donne hanno sperimentato ogni tipo di violenza come stupri, torture, arresti, rapimenti e privazione della libertà. Lo stato turco in queste zone ha commesso numerosi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, mentre la comunità internazionale tace, nonostante il fatto che la violenza contro le donne in tutte le sue forme sia la violazione più diffusa dei diritti umani. Come indicato nelle risoluzioni delle Nazioni Unite, il 70% delle donne nel mondo è soggetto a violenza nella sua vita proprio per il genere a cui appartiene. La violenza si fa anche più feroce nel momento in cui diventa una pratica sistematica delle autorità e degli stati.

Il patriarcato e la violenza contro le donne hanno una lunga storia, così come la resistenza eroica che li contrasta. Tuttavia, la storia scritta dai potenti e dai governanti non parla della resistenza delle donne per consentire che potenti e governanti continuassero a mantenere unità e indipendenza. Noi pensiamo che il ventunesimo secolo sarà il secolo della liberazione delle donne, perché le voci di donne che chiedono libertà si stanno alzando in tutte le parti del mondo. Dalla regione che ha sconfitto l’ISIS grazie alla loro resistenza, delle donne gridano: “No alla violenza, no all’occupazione, no al conflitto armato, no alla guerra, no alla sostituzione demografica, no al genocidio, no all’assassinio delle donne”.

Noi, i movimenti delle donne di tutte le componenti del Nord-Est della Siria, dichiariamo di voler intensificare la nostra lotta contro la mentalità patriarcale, per un cambiamento della società basato sulla libertà e l’uguaglianza. Invitiamo le nostre sorelle in tutta la Siria a lavorare per un Paese libero e democratico e a creare un sistema che sostenga il diritto delle donne a vivere in sicurezza in tutte le sfere della vita.

Insieme a tutte le donne che chiedono libertà, uguaglianza e pace, saremo in grado di costruire una Siria libera e di creare una Confederazione Mondiale delle Donne attraverso le nostre organizzazioni, idee e lotta ed essere pioniere in questa costruzione: abbiamo la forza e la determinazione per farlo. Su questa base, noi, come donne del Nord-Est della Siria, porteremo avanti una serie di attività dal 20 novembre al 10 dicembre con lo slogan “Poniamo fine alla violenza e all’occupazione”.

Programma della campagna:

• Conferenze pubbliche e private per le donne nei villaggi, città, distretti e campi su: violenza e quale genere di violenza, violenza politica, diritto delle donne, forme di matrimonio.

• Conferenze pubbliche per cambiare la mentalità degli uomini.

• Corsi di formazione per uomini.

• Webinar.

• Realizzazione di un seminario di dialogo generale sulla lotta alla violenza contro le donne.

• Workshop sulla lotta alla violenza contro le donne

• Piattaforme pubbliche e programmi televisivi.

• Spettacoli e mimi in luoghi pubblici.

• Opuscoli sulla giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

• Marce speciali per le donne in tutte le province.

• Marce speciali per gli uomini in tutte le province.

• Una campagna di hashtag sui social media.

Comitato della campagna delle donne
del nord e dell’est della Siria per il 25 novembre 2021

A Jinwar è sbocciato un nuovo fiore

A Jinwar è sbocciato un nuovo fiore: è l’ambulanza per Sifa Jin!

A Jinwar, l’ecovillaggio delle donne, è sbocciato un nuovo fiore della solidarietà, della sorellanza e dell’amore internazionalista. Seminato e curato da Rete Jin col sostegno di Cisda, innaffiato da artist* di varie parti d’Italia con il regalo della loro arte, concimato da quant* hanno effettuato le donazioni. È l’ambulanza per Sifa Jin, il centro di salute e cura, acquistata grazie alla campagna di raccolta fondi “Arte per Jinwar”, in nome di un obiettivo comune: la costruzione del confederalismo mondiale delle donne. Jin, Jiyan, Azadi!

Il video di ringraziamento da Jinwar dopo l’acquisto dell’ambulanza per Sifa Jin

In Jinwar, the women’s ecovillage, a new flower of solidarity, sisterhood and international love has blossomed. This flower has been sown and grown by Rete Jin with the support of Cisda. This flower has been watered by artists coming from different parts of Italy who have donated their works of art. This flower has been fertilized by those who have made donations. This flower is the ambulance for Sifa Jin, the healthcare centre, bought thanks to the fundraising campaign “Art for Jinwar”, in the name of a common goal: the creation of the world women’s confederation.
Jin, Jiyan, Azadi!