Sakine, Fidan e Leyla: i martiri non muoiono mai! *

“I martiri non muoiono mai!” Si può sentire questo slogan del movimento kurdo durante i funerali, nei cortei che attraversano le città europee, lungo le frontiere. Queste parole vengono ripetute davanti agli scudi antisommossa e alle armi del nemico, con gli occhi fissi al cielo. “I martiri non muoiono mai!”

Ma quando sono nate? Nel fermento di una guerra infinita di cui sfuggono i veri disegni, avvolti nella nebbia di miti e immagini propagandistiche; sono nate nel passaggio dalla vita al sacrificio, dal volto al ritratto, dall’umano al simbolico, in cui non trova posto la giustizia o un cenno di verità.

Queste nebbie, questa propaganda, oscureranno per sempre un appartamento di Rue Lafayette 123, a Parigi, dove, in una notte del gennaio 2013, furono assassinate tre donne appartenenti a differenti organi del PKK. I loro nomi: Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez. Un’azione di guerra condotta nella capitale francese, le cui modalità e le cui ragioni sono ancora senza risposta, che forse non verrà mai data.

Il principale sospettato, Ömer Güney, muore in carcere per un tumore al cervello il 17 dicembre 2016. Un mese dopo avrebbe dovuto presentarsi davanti ai magistrati per l’apertura del procedimento giudiziario a suo carico, che invece si ferma; tuttavia, nell’estate del 2021 sembrava che potesse avere fine l’inerzia che aveva accompagnato le indagini. Restano così molte incertezze sulla dinamica di questo crimine, molte doppiezze e illusionismi.

Le tre vittime, uccise insieme nello stesso appartamento, avevano storie differenti. Leyla Söylemez, 24 anni, era una leader del movimento giovanile kurdo. Fidan Dogan, 30 anni, aveva un profilo molto più alto: era una pedina fondamentale negli sforzi diplomatici del movimento nelle capitali europee, ed era in contatto costante con politici francesi di rango elevato. Infine, Sakine Cansiz era una figura leggendaria del movimento curdo, conosciuta per la sua rettitudine e la sua austerità. Aveva 54 anni ed era ai vertici del movimento che aveva contribuito a fondare, insieme all’incontestato leader Abdullah Öcalan, ancora imprigionato.

I destini di queste tre militanti, parte dello stesso movimento e promotrici della stessa causa, sono stati spezzati in pochi secondi dalle pallottole di un assassino che ogni evidenza farebbe corrispondere a Ömer Güney, un personaggio dalla vicenda oscura da poco reclutato nel movimento curdo. Eppure Güney era diventato l’autista di Sakine Cansiz, un ruolo molto delicato per un personaggio così poco conosciuto. Proveniva da una famiglia affiliata all’estrema destra turca e da una regione in cui è molto diffuso il violento nazionalismo anticurdo; come ha potuto questo militante improbabile introdursi nel cuore del movimento curdo a Parigi in così poco tempo, fino al punto di poter avvicinare una figura importante come quella di Sakine?

La domanda è ancora più inquietante alla luce delle prove emerse dopo l’arresto di Güney, che mostrano i collegamenti di questo personaggio con i servizi segreti turchi, il MIT (Millî Istihbarat Teskilati). Le radici di questo caso affonderebbero perciò nei meandri più torbidi dello stato turco, in un momento fondamentale non solo per il conflitto con i curdi ma per la politica turca in generale.

In effetti, l’attentato fu perpetrato proprio mentre, nel 2013, era iniziato il processo di pace tra Ankara e il PKK, che non godeva di un unanime sostegno tra i servizi di sicurezza, allora parzialmente infiltrati dalla rete del predicatore Fetullah Gülen, già alleato di Recip Tayyip Erdogan nella sua ascesa al potere agli inizi degli anni Duemila. Chi poteva aver commissionato il triplice assassinio, elementi interni all’apparato di sicurezza che intendevano prevenire ogni possibile trattativa di pace tra le due parti? Nel corso del conflitto esploso nei mesi seguenti tra il campo di Erdogan e i gülenisti sono venute misteriosamente alla luce conversazioni tra Güney e membri dei servizi segreti turchi. In anni più recenti sono emerse altre evidenze che confermano questi rapporti. Perciò c’è da chiedersi, se questi assassinii sono stati ordinati da Ankara, l’ordine era ufficiale o proveniva da una fazione particolare dello stato turco, determinata a implementare il suo piano per aumentare le tensioni? E se fosse così, qual era l’obiettivo?

Nell’estate del 2021 l’affare potrebbe tornare a galla, in un momento in cui le relazioni tra Francia e Turchia, sensibilmente peggiorate negli ultimi anni, restano tese. Nonostante la morte di Güney, l’inchiesta potrebbe svilupparsi coinvolgendo possibili complici. Sebbene sia stato nominato un nuovo giudice istruttore, la magistratura non ha ancora avuto accesso alle registrazioni delle conversazioni fatte dai servizi francesi nei confronti di individui connessi al caso, e queste registrazioni sono ancora top secret. Comunque, importanti documenti analizzati dalla magistratura belga hanno portato altre prove sui rapporti del presunto assassino con i servizi segreti turchi.

Mentre continua l’attesa per gli sviluppi dell’inchiesta e prima di qualsiasi eventuale chiarimento sulle circostanze che portarono alla morte di Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez, queste tre donne figurano oggi tra i principali martiri della causa kurda. In tutto l’arcipelago del movimento kurdo, dalle strade del nord-est della Siria a quelle d’Europa, della Turchia e dell’Iraq, i ritratti sulle loro tombe restano testimoni silenziosi. E i fili tagliati delle loro vite sono ancora persi nelle nebbie dei segreti di stato, nelle ombre più buie di un conflitto che continua a costare vite.

* Il testo che pubblichiamo è tratto dal libro fotografico di Maryam Ashrafi Rising among ruins, dancing amid bullets, Hemeria.

Ancora oggi l’inchiesta sull’attentato a Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Söylemez è a un punto fermo.


Şehîd namirin!

Gli attuali attacchi della Turchia all’amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est

— Riportiamo l’articolo pubblicato su Women Defend Rojava il 4 dicembre: https://womendefendrojava.net/en/2022/12/04/turkeys-current-attacks-on-the-autonomous-administration-of-north-and-east-syria/ —

Questo articolo si basa sul contributo di Iida Käyhkö al BRIEFING STAMPA e alla sessione di domande e risposte con Newroz Ahmed (SDF) Sugli attacchi della Turchia nel NE della Syria: https://www.youtube.com/watch?v=MYYvxo55gxE&t=2023s

Per capire il silenzio degli Stati occidentali di fronte agli ultimi attacchi dello Stato turco in Rojava, è fondamentale guardare al contesto geopolitico e sottolineare l’impatto che sta avendo il consenso globale del programma di sicurezza dello Stato turco.

La posizione dello Stato turco si è rafforzata grazie ai cambiamenti geopolitici successivi all’invasione russa dell’Ucraina. I piani della NATO di espansione in Finlandia e Svezia, e la necessità di mostrare un fronte unito, hanno dato alla Turchia l’opportunità di forzare la propria agenda.

Lo Stato turco vuole un consenso planetario con la sua propaganda – cioè quella che dipinge il movimento curdo per la libertà come terrorista. La Turchia è la seconda potenza militare nella NATO, ma sostiene che l’amministrazione autonoma di Rojava rappresenta una minaccia per la sua esistenza.

Non esistono prove o precedenti a sostegno di questa narrazione. Infatti, lo Stato turco ha continuato a tenere in piedi la sua alleanza con gruppi terroristici jihadisti e fascisti nei suoi tentativi di destabilizzare la regione. È stato lo stato turco che ha sostenuto gli attacchi ISIS nei confronti del Rojava. È lo Stato turco che sta attualmente attaccando le unità di difesa nel campo di Al-Hol per cercare di provocare una rinascita dell’ISIS. Consentire che lo Stato turco asserisca di combattere il terrorismo non è solo una farsa, è pericoloso.

Dobbiamo essere assolutamente chiari su questo punto: sono le continue aggressioni e violenze perpetrate dallo Stato turco a causare insicurezza e instabilità in tutta la regione. La Turchia usa la narrazione della guerra al terrorismo per spingere l’idea che la sicurezza nella regione può essere raggiunta solo attraverso l’annientamento totale dei movimenti politici curdi.

Sia chiaro: per molti decenni, la Turchia è stata sostenuta dalla NATO, sia militarmente che politicamente, nei suoi attacchi al Kurdistan. Il mondo è rimasto a guardare mentre la Turchia massacrava i curdi, imprigionava decine di migliaia di persone per piccoli atti di dissidenza e compiva attacchi illegali e sanguinosi in tutto il Kurdistan. Gli alleati della NATO hanno continuato a vendere armi alla Turchia e si sono detti d’accordo con le cosiddette preoccupazioni di sicurezza della Turchia, dichiarando per tutto il tempo di essere in favore della libertà e della democrazia.

Come se non bastasse, gli alleati NATO della Turchia e altri Stati occidentali attaccano i curdi e i loro alleati al di fuori del Kurdistan, per conto della Turchia. Lo Stato turco ha coerentemente spinto gli Stati occidentali a criminalizzare il Movimento Curdo per la Libertà e ad utilizzare la legislazione antiterrorismo per colpire le organizzazioni curde. Gli Stati della NATO che continuano ad aiutare la Turchia nei suoi attacchi contro il movimento curdo per la libertà criminalizzano anche coloro che all’interno dei loro confini cercano di influenzare o criticare questa politica estera. Questa repressione politica ha un effetto estremamente dannoso sull’organizzazione della solidarietà e la creazione di un fronte popolare efficace per resistere al genocidio e alla guerra in Kurdistan.

Le comunità curde, così come gli attivisti solidali, affrontano incursioni, arresti, imprigionamento e deportazione per la loro partecipazione all’attività politica, organizzazione della comunità e lobbying diplomatica. Tutto ciò avviene nell’ambito della legislazione antiterrorismo, che conferisce agli Stati poteri eccezionalmente ampi e brutali. Il movimento di liberazione curdo chiama queste tattiche “guerra speciale” – perché sono un’estensione cruciale della guerra in Kurdistan. Senza questa criminalizzazione, gli Stati occidentali dovrebbero affrontare sfide molto più grandi alla loro complicità negli attacchi dello Stato turco.

Nell’ultimo decennio, l’Amministrazione autonoma della Siria settentrionale e orientale ha offerto al mondo la possibilità di vedere come può funzionare la democrazia di base, basata sulla liberazione delle donne. Ci ha mostrato la possibilità di creare un’alternativa radicale al sistema dominante di disuguaglianza, conflitto e patriarcato.

Per le donne ovunque, Rojava si pone come un esempio di ciò che l’azione anti-patriarcale organizzata può ottenere – dalla creazione di spazi di libertà e organizzazione collettiva nelle comunità, per sconfiggere l’ISIS sui campi di battaglia, a ispirare e sostenere le donne in tutto il Kurdistan e nel mondo per difendersi contro l’oppressione.

Possiamo vedere questo impatto nelle proteste e le rivolte che continuano in tutto l’Iran e Rojhelat dopo la morte di Jina Mahsa Amini, dove le donne hanno adottato lo slogan Jin, Jiyan, azadî, che ha le sue radici nel movimento ci liberazione curdo.

È necessario che gli Stati occidentali respingano la narrazione sulla sicurezza della Turchia e trovino soluzioni politiche che rispettino i progressi democratici compiuti in Rojava. Quelli di noi che vivono in Occidente devono resistere alla criminalizzazione e unirsi all’appello a difendere il Kurdistan. Questa è l’unica strada per una pace duratura.

Delsha Osman riceve il “Premio Internazionale Daniele Po” a Bologna

Delsha Osman, responsabile di Kongra Star, ha incontrato le istituzioni e le donne che si organizzano nel territorio.

Il 15.16.17 ottobre son state giornate dense di incontri con Delsha Osman responsabile di Kongra Star (il congresso delle donne, il nome in curdo si riferisce alla antica dea Ishtar).

A Delsha Osman è stato conferito sabato 15 ottobre il Premio internazionale Daniele Po, con le motivazioni: “Il comitato istituzionale del Premio ha designato come vincitrice per l’anno 2022 Delsha Osman, curdo-siriana, rifugiata politica in Europa, responsabile europea del Coordinamento dell’organizzazione femminile Kongreya star, movimento fondato nei territori del Rojava nella Siria nord orientale e impegnato nella diffusione dei principi della democrazia confederale basata sulla parità di genere e sul ruolo centrale delle donne a livello economico, culturale e sociale e nella difesa dei diritti umani e dell’ambiente, attraverso quella che viene definita la rivoluzione delle donne del Rojava e che è oggi più che mai in gravissimo pericolo.” La gestione organizzativa è stata curata dall’ associazione Bangherang della prov. di Bologna.

Rete Jin Bologna ha avuto la possibilità di incontrare Delsha al di fuori degli eventi istituzionali: il sabato 15 pomeriggio, la domenica 16 pomeriggio e il lunedi 17 sera.

Sabato mattina, all’ingresso di Palazzo d’Accursio un sit-in ha accolto la responsabile di Kongra Star tra striscioni, bandiere e canti. Rete Jin Bologna, il Comitato Curdo Italiano e Rete Kurdistan Emilia Romagna hanno poi riportato i loro saluti ufficiali a Delsha durante la cerimonia di premiazione nella Cappella Farnese.

Delsha Osman ha evidenziato nel suo intervento l’importanza dell’organizzazione confederale curda nella battaglia contro l’Isis e tutti i fondamentalismi politico-religiosi che opprimono le donne. Ha tenuto a sottolineare che per la confederazione del Nord-est Siria il cambiamento ha come base la liberazione femminile, le assemblee come forma organizzativa, ed ha fatto riferimento all’abolizione del tradizionale matrimonio forzato di donne spesso minorenni. Osman ha anche raccontato la genesi del villaggio di Jinwar, nato come luogo separato ed autogestito da donne per l’ospitalità di reduci dalla guerra, vittime di violenza, ma ora ospitale a tutte. Un accenno molto interessante da parte sua è stato quello al concetto di “minoranza”, spesso usato dagli Stati nazionali per togliere potere agli abitanti dei territori, in nome della…maggioranza, una forma di colonizzazione interna e di autorizzazione alla predazione di chi abita e vive le terre.

E’ stato anche svolto un incontro con Delsha presso il centro di Armonie. Un intervento di Laura Quagliuolo di Rete Jin Milano ha illustrato le modalità di autorganizzazione del movimento delle donne curde.

Il collettivo Le Matriarcali ha esposto le tracce e fonti comuni dal neolitico ed è stato proiettato il film “Blooming in the Desert” (2021), documentario di Benedetta Argentieri che narra la vita e la rinascita della città di Raqqa, in Siria, dopo la sconfitta dell’Isis.

Nel suo intervento Delsha Olsman ha ribadito l’importanza dell’organizzazione e in particolare dell’autonomia delle donne e illustrato l’importantissimo lavoro di Kongra Star in Europa. La compagna ha anche parlato dell’attualità e della responsabilità dei governi occidentali nella guerra in Nord-est Siria e nel supporto alla Turchia. È stato un intervento molto intenso, efficace e partecipato (saranno disponibili video registrazioni con autorizzazione alla divulgazione).

Il 16 ottobre a Pieve di Cento si è svolta l’iniziativa con Delsha Osman e Mirca Garuti, Flavio Novara di Alkemia press Mo e Rete Kurdistan Emilia-Romagna, con mostra fotografica. L’iniziativa è stata realizzata con il supporto delle reti di solidarietà femminista sul territorio.

Il 17 ottobre a Valsamoggia si è svolto l’incontro separatista con Raffa Rete Appenninica Femminista c/o casa per ospitalità La Lodola (Appennino bolognese).

JIN JIYAN AZADI!

Rete Jin Bologna

Affinché il movimento “Donna, Vita, Libertà” non muoia mai!

Una chiamata alla solidarietà con le/i prigioniere/i politiche/i del regime Iraniano.

Una chiamata alla solidarietà con le/i prigioniere/i politiche/i del regime Iraniano.

Da più di tre settimane, il mondo ha potuto vedere un nuovo volto dell’Iran, che mostra la soggettività politica delle oppresse e degli oppressi, e non i soliti giochi delle élite del regime dittatoriale. L’omicidio di Zhina (Mahsa) Amini da parte della polizia morale ha dato il via a rivolte in tutto il paese contro la misoginia, l’oppressione e l’ingiustizia, e in cui è stato largamente utilizzato lo slogan “Donna, Vita, Libertà”. Queste rivolte per la libertà e contro l’oppressione hanno avuto molta attenzione e dato speranza in tutto mondo, in particolare per la presenza coraggiosa di molte donne e per le loro richieste. Sebbene questa lotta autonoma per la libertà sia in cerca di una prospettiva rivoluzionaria, è una lotta totalmente impari, fra i manifestanti disarmati e una brutale dittatura. Una dittatura che per decenni ha espanso il suo apparato repressivo con i soldi derivanti dal petrolio. Tuttavia, i manifestanti hanno consapevolmente deciso di non arrendersi all’estrema brutalità della polizia e continuano a scendere per le strade, nonostante rischino la vita.

Come nelle rivolte precedenti, il regime islamico sta cercando di intimidire e terrorizzare le persone, intensificando la repressione. Il loro obiettivo è quello di aumentare il “prezzo da pagare” per chi partecipa alle proteste a un livello tale che coloro in grado di continuare questa lotta o iniziare a prendervi parte siano sempre meno. Per esempio, solo nella città di Zahedan, in meno di un’ora sono stati uccisi più di 90 manifestanti dai colpi delle forze di polizia. Organizzazioni indipendenti per i diritti umani stimano che fino ad ora siano state uccise più di 200 persone e migliaia arrestate. Le proteste e la sanguinosa repressione continuano, mentre l’accesso a internet è stato interrotto, anche se solo formalmente, in Iran.

Contemporaneamente, l’apparato di propaganda del regime e i suoi organi giudiziari e repressivi stanno incrementando la repressione e il terrore in diversi modi: le persone arrestate vengono accusate di essere contro la sicurezza nazionale e si afferma che chi partecipa alle proteste sia manovrato da nemici “esterni” dell’Iran. Queste accuse sono anche rivolte ad attiviste/i di diversi movimenti; lavoratrici e lavoratori, donne, insegnanti, studentesse/i, etnie diverse, minoranze religiose e persone che hanno orientamenti sessuali non binari, così come tutti gli attivisti per l’ambiente e i diritti umani. Alcuni di questi attivisti e attiviste sono stati arrestati alcune settimane o addirittura mesi prima delle rivolte; altri “preventivamente”, durante le rivolte, senza che ne fossero nemmeno coinvolti. Il regime sta sfruttando l’attuale situazione turbolenta per mettere ancora più pressione su prigioniere e prigionieri politici e applicare pene ancora più dure attraverso accuse false. Lo scopo di questi arresti e accuse è evitare ulteriori iterazioni delle rivolte e la loro escalation, così come quello di prevenire qualsiasi potenziale espansione organizzativa – soprattutto perché una combinazione tra proteste di strada e diffusione di scioperi (incluso uno sciopero generale) potrebbe diventare il tallone d’Achille del governo.

È ben noto in tutto il mondo che il sistema politico iraniano non riconosce nemmeno il minimo indispensabile di giustizia legale, e che le esecuzioni e morti sospette di oppositori politici in prigione non siano rare. Ciò che succede nelle prigioni non viene messo a verbale e non ha diffusione. Normalmente, i prigionieri sono costretti, sotto tortura, a rilasciare dichiarazioni auto-incriminanti di fronte alle telecamere dei Servizi Segreti, che vengono poi mandate in onda nelle televisioni. Come gruppo di esiliati politici, attivisti ed ex-prigionieri in Iran, alcuni dei quali sopravvissuti al massacro di prigionieri politici del 1988, siamo profondamente preoccupati per la la catastrofe umana attualmente in corso nelle carceri iraniane. Secondo numerose esperienze e prove, il regime sta espandendo la sua brutale oppressione dalle proteste di strada alle carceri.

Ci attendiamo che tutte le persone che difendono i diritti umani nel mondo non solo prendano iniziativa contro la sanguinosa repressione dei manifestanti, ma che siano anche la voce dei prigionieri politici in Iran. Crediamo che la vera solidarietà con le lotte degli oppressi debba anche includere la protezione della vita e il sostegno alla liberazione di quelli che sono stati imprigionati per aver partecipato a queste lotte. Esortiamo gli attivisti e le organizzazioni politiche di tutto il mondo a fare tutto quello che possono per aumentare la pressione sul regime iraniano affinché rilasci i prigionieri politici. Questo include non solo la diffusione di questo appello, ma il coinvolgimento pubblico permanente e azioni come manifestazioni di fronte ai consolati e alle ambasciate iraniane in cui si faccia riferimento alla situazione dei prigionieri. Chiamiamo anche tutte le organizzazioni politiche, gli attivisti, e le organizzazioni per i diritti umani, a fare pressione su politici locali e nazionali, per far sì che rispondano concretamente alla brutale repressione, alle detenzioni, alle torture e alle esecuzioni di prigionieri politici da parte del regime iraniano.

Teniamo vivo lo slogan “Donna, Vita, Libertà”, e diamogli senso attraverso le nostre azioni individuali e collettive. Questa lotta e questo slogan appartengono a chiunque voglia un mondo libero e giusto.

Lunga vita alla solidarietà internazionale!

Un collettivo di attiviste/i iraniane/i in esilio ed ex prigioniere/i politiche/i

Fonte immagine.

Notizie da Jinwar (maggio 2022)

Volevamo darvi una piccola panoramica della primavera che abbiamo trascorso qui con molta energia nuova…

Cari/e amici/che, cari/e sostenitori/e di JINWAR,
Sono già passati tre mesi dalla pubblicazione dell’ultima newsletter di Jinwar del febbraio 2022.

Volevamo darvi una piccola panoramica della primavera che abbiamo trascorso qui con molta energia nuova e speriamo che anche voi ne facciate parte e che il sole primaverile arrivi anche a voi.
Dal 17 aprile 2022, qui siamo di nuovo in una fase calda di guerra. Ciò significa che gli attacchi delle forze di occupazione turche stanno aumentando ovunque, nelle aree di difesa di Medya, fino a Shengal e anche in Rojava. Per noi questo significa che è proprio in queste fasi che ci muoviamo con ancora più forza in una posizione di autodifesa, intendendo con questo anche l’autodifesa ideologica. In questo lo sviluppo di strutture di autogoverno sociale gioca un ruolo importante. Il Villaggio delle donne e dei bambini di Jinwar fa parte di questa attuazione pratica di come le idee di una vita libera e paritaria possano essere messe in pratica. È anche qui che si svolge la lotta più grande. Se si è in guerra allo stesso tempo, si diventa ancora più consapevoli dei valori che devono essere difesi e di come si lavora la terra e si semina, si costruiscono canali di irrigazione in modo che le piante possano crescere e prosperare nello stesso respiro, allora ci si rende conto di quanto possa essere complessa la difesa. Jinwar si propone di rendere possibile alle donne e ai loro figli una vita collettiva e autodeterminata nel corso delle quattro stagioni, con una prospettiva a lungo termine.
Allora, di cosa ci siamo occupati principalmente negli ultimi tre mesi? La terra è stata scavata di nuovo, i cespugli di rose sono stati tagliati, molti nuovi alberi sono stati piantati, i giardini sono stati sistemati, i canali d’acqua sono stati scavati, le piantine sono state coltivate e la sera abbiamo seguito le notizie, letto libri e a volte guardato film insieme. Questo equilibrio tra attività mentale e fisica è il pepe della vita equilibrata del villaggio e il vincolo di essere in lotta e allo stesso tempo in crescita.

Nei mesi di marzo e aprile ci sono state grandi celebrazioni, da un lato l’8 marzo, che è stato festeggiato dalle donne qui insieme e che invia un messaggio politico in tutto il mondo per fondare molti Jinwar dappertutto, per proteggere la propria terra, per unire le forze e trovare insieme un pensiero libero, una vita quotidiana organizzata e collettiva in modo etico ed estetico per condurre una vita ecologica e per impegnarsi politicamente per una vita in dignità e libertà per ogni donna nel mondo.
La festa del Newroz, che si è svolta qui il 21 marzo, ha un significato simile di resistenza e di nuovo inizio. L’abbiamo celebrata con un programma culturale e con un fuoco comune attorno al quale la gente ha ballato e cantato. Per il compleanno di Abdullah Öcalan, il 4 aprile, abbiamo piantato 100 nuovi alberi nel villaggio. Per il Capodanno Ezîdî (çarşema sor – mercoledì rosso) siamo andati insieme alle madri e ai bambini Ezîdî di Jinwar a una celebrazione in un villaggio Ezîdî e abbiamo appreso l’antica tradizione di questa festa per gli Ezîdî e la sua importanza. Essi celebrano il loro Capodanno nell’arco di tre giorni. Si festeggia sempre alla vigilia del çarşema sor, dipingendo insieme le uova e preparando un pane specifico.
Il calore estivo è penetrato qui, subito dopo la celebrazione del Capodanno, abbiamo rimosso tutte le “sobe” (le stufe riscaldate con il petrolio) dalle case, lavato con cura tutti i tappeti, i cuscini delle sedie e le coperte e preparato le case di fango per l’estate molto calda qui. Per fortuna, i mattoni di argilla tengono fuori il calore in estate e il terreno è fresco e, almeno a maggio, fornisce ancora aria piacevolmente fresca.


Anche gli animali hanno atteso con eccitazione la primavera e si sono moltiplicati: ora a Jinwar ci sono cinque giovani oche, tre piccoli cuccioli, gattini appena nati e, si spera, presto anche pulcini covati.
Purtroppo le piogge non hanno accompagnato la fase di semina, non c’è stata pioggia durante il periodo in cui i campi dovevano essere coltivati, il che significa che sono stati costruiti nuovi sistemi di irrigazione e scavati canali con molta fatica, ma poi la prima ondata di caldo è arrivata troppo presto e ha prosciugato alcuni campi nella zona di Jinwar, cosicché probabilmente quest’anno ci sarà solo un piccolo raccolto. Anche la nostra farina per il pane del villaggio è ora mescolata con farina di mais, perché gli effetti dell’embargo e della siccità degli ultimi anni si sentono ovunque. Il 1° maggio sono tornati la pioggia e il freddo e ora si avvicinano i caldi mesi estivi…
Per il centro di cura ŞîfaJin abbiamo ricevuto un torchio per l’olio, che le guaritrici vogliono usare per produrre da sole l’olio di sesamo nero, di semi di ortica, di olive o di semi di lino, in modo da poterlo poi trasformare in unguenti e creme.

È stato aperto un laboratorio di cucito come atelier, affinché le donne di Jinwar imparino a cucire e a confezionare i propri abiti e quelli dei loro figli. Sono state donate quattro macchine da cucire e una madre di Jinwar offre ogni giorno un corso di cucito di due ore alle altre madri.

Naturalmente siamo anche felici di sentire da voi cosa avete creato in questi mesi, quali sono i vostri piani e progetti futuri e se ci può essere una maggiore collaborazione con il villaggio Jinwar.
Siamo sempre felici di ricevere feedback, idee e suggerimenti da voi. Non esitate quindi a scriverci se volete condividere con noi i vostri pensieri e le vostre domande.

Vi auguriamo tanta forza per il prossimo futuro!

JINWAR, Maggio 2022
womensvillage.jinwar@gmail.com